
“Non sei tu a fare un film, è il film a fare te”
Jean-Luc Godard
Parigi, estate 1959. Jean-Luc Godard è critico tra i più acuti e affermati al Cahiers du Cinéma, ma è praticamente l’unico tra i colleghi a non aver ancora esordito alla regia di un lungometraggio, scrive e annota pensieri con l’idea che andranno poi a confluire in un film e quando il produttore Georges de Beauregard gli dà finalmente via libera, inizia a lavorare su quella che sarà la sua opera prima, senza tuttavia avere un copione scritto e alla ricerca quasi ossessiva di Verità nella messa in scena.
La battaglia che ogni giovane cineasta deve affrontare agli inizi è lo scontro interiore tra una fiducia enorme in sé stesso e nelle proprie capacità, contrapposta alla profonda insicurezza che si genera nella totale mancanza di esperienza.
Il texano Richard Linklater carezzava da più di dieci anni l’idea di raccontare sullo schermo la nascita del primo film di Godard, quel À bout de souffle – in Italia Fino all’ultimo respiro – che si è rivelato opera rivoluzionaria nella sua stessa essenza, per la completa libertà creativa con cui è stato realizzato, oltre che per la fondamentale influenza che ha avuto su intere generazioni di cineasti. Il sogno dell’autore di Boyhood ha prodotto la realizzazione di Nouvelle vague, appena arrivato nelle sale italiane distribuito da Lucky Red insieme a Bim Distribuzione.

Grande estimatore del cinema francese, Richard Linklater ha raccontato che la prima visione di Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard, visto quando aveva vent’anni, gli ha fatto percepire la possibilità di fare cinema indipendente dirottando la sua vocazione espressiva, fino ad allora orientata verso la letteratura. Nouvelle vague oltre a essere appassionata lettera d’amore, si rivolge ai giovani con l’intento di trasmettergli la passione necessaria a coltivare l’idea che anche con mezzi limitati tutto si può fare.

La gioia di stare insieme di un gruppo di ragazzi è il vero cuore propulsivo del film, tema ricorrente in gran parte della filmografia di Linklater, che qui gioca con ironia sul nostro sapere l’esito del successo futuro ignorato dai personaggi; a parte un certo nervosismo di Jean Seberg – la diva americana si chiedeva cosa facesse lì su un set tanto approssimativo – l’atmosfera in genere era di forte entusiasmo per quell’avventura, con Jean-Paul Belmondo divertito e convinto che il film non sarebbe mai uscito.

Per rendere credibile l’incosciente spensieratezza di Godard creando l’illusione di assistere davvero alla realizzazione di Fino all’ultimo respiro, sono stati scelti tutti attori sconosciuti – eccetto Zoey Deutch nel ruolo di Jean Seberg – con una certa somiglianza, anche spirituale e non soltanto vagamente fisica, con gli originali; spiccano in modo particolare due quasi esordienti eccezionali: Aubry Dullin, a incarnare la naturale solarità luminosa di Jean-Paul Belmondo, e Guillaume Marbeck, un Jean-Luc Godard semplicemente perfetto.

Grazie al contributo insostituibile del direttore della fotografia David Chambille, Nouvelle vague è stato girato in bianco e nero utilizzando la Cameflex, la stessa identica macchina da presa usata da Godard per il suo esordio, adottando anche il suo stile con una simulazione completa della Parigi del 1959, il film è in gran parte ambientato per strada, che ha il sapore della verità; a conferma di ciò su dieci candidature al César, Nouvelle vague ha vinto quattro statuette per regia, fotografia, costumi e montaggio.

Nouvelle vague di Richard Linklater è un’incredibile macchina del tempo capace di trasportarci sul set di un’opera iconica del cinema francese, ma non è necessario averla vista per essere affascinati dall’atmosfera che, anzi, è incentivo per chi non conosce quella stagione di rinnovamento del linguaggio cinematografico per andarla a scoprire.