
Esordio nel lungometraggio del cineasta curdo-norvegese Brwa Vahabpour, Mio zio Jens è arrivato nelle sale italiane distribuito da CineClub Internazionale con il patrocinio di Amnesty International per la sua capacità di porre l’attenzione – con efficacia e leggerezza, persino divertendo – sull’inasprimento dei protocolli a cui i richiedenti asilo, un po’ ovunque in Europa, devono attenersi per dare regolarità alla loro situazione di esuli. Una cosa sempre più difficile da ottenere dal momento che le autorità, almeno quelle norvegesi, esigono che sia lo straniero a provare, con documenti spesso impossibili da produrre, la minaccia per la vita che un ritorno in patria rappresenta.
Oslo, in una notte tempestosa sotto una pioggia torrenziale, uno sconosciuto suona alla porta del giovane Akam, insegnante di letteratura cresciuto in Norvegia, ma figlio di immigrati provenienti dal Kurdistan iracheno; l’uomo dice di essere il fratello di suo padre, lo zio Khdr che lui non vede da quando era un bambino, pronto a ribattezzarsi ‘Jens’ per i coinquilini del nipote, Pernille e Stian, che hanno serie difficoltà con il suo nome curdo. È una cosa indelicata chiedere all’ospite, a cui Akam sente di dover cedere il proprio letto, quanto tempo pensa di fermarsi, ma l’anziano parente intuendo la situazione afferma di aver bisogno di ospitalità soltanto per qualche giorno. I giorni passano e dopo un po’ iniziano a diventare settimane, alimentando sospetti: non sarà che lo zio ha intenzione di fermarsi in via definitiva? Ma soprattutto, siamo certi che abbia detto la verità sui motivi del suo viaggio e, ancora di più, che sia davvero appena arrivato in città?

L’intento del regista, che firma personalmente anche la sceneggiatura originale, era quello di affrontare tematiche dolorose, soprattutto per un popolo martoriato come quello curdo, ma usando però anche l’arma del sorriso. Ecco allora che il film adotta con incredibile efficacia, perfino in una stessa sequenza contemporaneamente, il registro della commedia e la tensione da suspence per risolvere situazioni pericolose, senza rinunciare a una buona dose di – secondo i casi – umorismo o romanticismo.

Mio zio Jens di Brwa Vahabpour è anche un film sulla potenza della parola, in un contesto in cui i personaggi si esprimono con idiomi diversi, situazione per situazione, chi padroneggia di più la lingua utilizzata ha un potere sugli altri, per farsi comprendere, ma anche per manipolare il senso delle cose. Una commedia che divertendo innesca più di una riflessione.