
Capitolo conclusivo di un’ideale trilogia di ritratti femminili del Novecento, dopo Jackie sulla figura di Jacqueline Kennedy e Spencer su quella tanto amata di Lady Diana, con Maria il cileno Pablo Larraín evoca sullo schermo la divina Maria Callas e, come nei due titoli precedenti, adotta un momento preciso, determinato e determinante circoscritto nel tempo, anziché rischiare il naufragio in un’impossibile biografia fluviale che risulterebbe inevitabilmente inadeguata e compressa, davanti all’esigenza di racchiudere in un solo film vite di tale complessità.
Presentato in concorso all’81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica La Biennale di Venezia, Maria è senza dubbio il più bello dei tre film, per la potenza visiva delle immagini e per l’atmosfera di interni che hanno il sapore cimiteriale del mausoleo, con un aleggiare dolceamaro di nostalgia per un mondo che, di fatto, si è già dissolto. Più che mai in questo nuovo film il racconto è popolato di fantasmi, con incontri immaginati, con tutta probabilità mai avvenuti davvero, della protagonista, come quello con John Fitzgerald Kennedy o l’altro, doloroso e definitivo, con Aristotele Onassis. Il film si concentra a raccontare soprattutto la donna dietro il mito, negli ultimi giorni della sua vita, trascorsi in solitudine nell’inevitabile ritiro parigino, in cui le due sole presenze del personale di servizio – l’autista e maggiordomo Ferruccio, con la cuoca e domestica Bruna – erano diventate la sua famiglia, da dipendenti assunti per un lavoro a angeli custodi e guardie, impegnati a proteggere la diva dalle pressioni del mondo, nell’isolamento scaturito dall’adorante devozione di cui era oggetto, ma anche dai conflitti con i propri consanguinei in un intricato intrecciarsi di nostalgie e rimpianti.

Diviso in quattro atti a percorrere idealmente le fasi di trasformazione da diva terrena a icona immortale, il film è ricco di sequenze omaggio all’Opera e alla sua musica che sono autentiche visioni, come quella indimenticabile della Madama Butterfly sotto la pioggia, in una continua alternanza tra mondo interiore e realtà, con l’intervistatore Mandrax – forse immaginario – di Kodi Smit-McPhee, e l’incontro con la sorella Yakinthi, interpretata – in greco, lingua originale di sua madre – da Valeria Golino.

Al centro del racconto la contrapposizione tra la divina e il suo aiuto Ferruccio, ostinatamente determinato a proteggerla anche contro la sua volontà, interpretato con estrema partecipazione da un ottimo Pierfrancesco Favino; bravissima, Alba Rohrwacher veste i panni dimessi di Bruna la cuoca, donna di estrazione popolare estranea al mondo scintillante in cui si muoveva la Callas. Fa un certo effetto ricordarli, coppia clandestina, in Cosa voglio di più di Silvio Soldini e ritrovarli insieme qui.

Maria è un’opera di altissimo livello sotto ogni aspetto, dalla fotografia di Edward Lachman ai costumi del nostro Massimo Cantini Parrini, ma il punto debole del film è proprio la sua protagonista Angelina Jolie, senza la quale non avrebbe potuto essere realizzato, a detta di Pablo Larraín; lo status di stella di Hollywood, nonostante l’impegno, è troppo ingombrante perché si possa crederla la Callas e la memoria viva dell’originale, anche solo per la Medea di Pasolini, è ostacolo ulteriore.

Forse sarebbe stata preferibile un’altra attrice ugualmente brava e sconosciuta, ma certo non avrebbe attirato gli stessi finanziamenti; a conferma di questa personale perplessità, nei brevi ricordi di gioventù del grande soprano greco immediatamente riusciamo a credere, nell’interpretazione dalla giovane Christiana Aloneftis, che quella ragazzina un po’ sovrappeso sia l’anatroccolo destinato a trasformarsi in cigno, affascinando il mondo con la sua voce unica destinata all’immortalità.

Maria di Pablo Larraín è comunque un film visionario che merita di essere visto, un ritratto che evocando il senso tragico della solitudine diventa somma di tutte le tragedie cantate nell’Opera; per questo non è solo omaggio pieno d’amore per la figura della Callas, ma anche devoto tributo alla musica operistica tutta. Sarà nelle sale italiane il prossimo 1° gennaio con 01 Distribuzione.