Lo scorrere lento della quotidiana banalità in un villaggio tropicale della Thailandia, un biondo pescatore dai capelli ossigenati divide il tempo tra battute di pesca in mare aperto e il silenzio della sua casa, solitaria da quando la moglie Saijai l’ha abbandonata. A volte si avventura nel groviglio intricato della giungla, luogo ostile e inospitale, dove setaccia il terreno alla ricerca di oggetti gettati via spesso ancora utilizzabili, che giungono là non si sa bene da dove; allo stesso modo in cui può capitare d’incontrare cadaveri, persone uccise in modo violento, numerosi nel folto di quella paurosa foresta.
Durante una di queste spedizioni, il giovane trova il corpo di un uomo coperto di fango, con il respiro debole e con una grossa ferita da taglio aperta sotto il petto; lo trascina fuori dalla selva e sul suo rudimentale sidecar lo porta a farsi ricucire dal dottore del villaggio, poi ancora debole e quasi privo di sensi lo accoglie nella sua casa, deciso a prendersene cura.
Il trascorrere dei giorni fa ritrovare le forze allo sconosciuto, ma non la parola – forse è muto o comprensibilmente sotto shock – perciò il pescatore decide di chiamarlo col nome di un noto cantante, Thongchai.

Manta Ray segna l’esordio nel lungometraggio del thailandese Phuttiphong Aroonpheng; ipnotico e quasi onirico nel suo sviluppo narrativo, deve il titolo a un’esperienza personale del regista che una volta si è trovato in acqua davanti a questo maestoso gigante del mare. Il giovane cineasta di Bangkok ha iniziato la carriera cinematografica come direttore della fotografia, perciò pur essendo anche autore della sceneggiatura originale, il suo approccio al racconto è prettamente visivo e lo spazio riservato ai dialoghi estremamente ridotto e secondario.

Questo contribuisce a lasciare ampio margine all’indefinito e la dedica al popolo Rohingya che apre il film diventa importante chiave di lettura. Sterminati dai buddisti in Birmania, adulti e bambini appartenenti a questa minoranza etnica musulmana affrontano il mare in cerca di salvezza, trovando spesso soltanto la morte, e i loro corpi restituiti dal mare approdano sulle spiagge della Thailandia. È il dramma di persone senza diritti che scompaiono in un colpevole silenzio internazionale, per questo il regista ne ha registrato le voci inserendole nella foresta come tracce di fantasmi che restano.

Nel raccontare questa storia di commovente solidarietà Phuttiphong Aroonpheng si è confrontato con l’ostilità diffusa di amici e conoscenti rispetto all’accoglienza dello straniero; l’ignoranza dell’altro, che impedisce di riflettersi nelle sue difficoltà, unita a un anacronistico nazionalismo, che alimenta sentimenti di paura per la perdita di un’indefinita identità nazionale, concorrono a forgiare egoismo e indifferenza anche davanti allo sterminio di uomini, donne e bambini innocenti. Perciò questo film esordisce nelle sale sotto il patrocinio di Amnesty International Italia.

Uno stile documentaristico prevalente dona verità a un magico racconto di finzione, contribuisce a questo risultato la naturalezza della recitazione dei tre principali personaggi protagonisti: Wanlop Rungkumjad, nel ruolo del biondo pescatore, è un attore affermato che partecipa allo sviluppo del cinema indipendente thailandese; Aphisit Hama, lo sconosciuto Thongchai, ha lavorato come stilista e come DJ, questo è in assoluto il suo primo film; la cantautrice Rasmee Wayrana, che presta il volto alla moglie del pescatore, è anche lei alla prima esperienza di recitazione.

Vincitore del premio come Miglior Film della sezione Orizzonti alla 75ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica La Biennale di Venezia, Manta Ray di Phuttiphong Aroonpheng sarà finalmente sugli schermi italiani dal prossimo 10 ottobre distribuito da Mariposa Cinematografica.

Didascalie immagini

  1. Locandina italiana
  2. Una vita ancora accesa nell’intricata foresta
  3. Maestoso gigante marino / Solidarietà / L’acqua, origine e destinazione finale
  4. Amicizia e complicità / Spiriti nella foresta / Cura e accoglienza
  5. Il regista Phuttiphong Aroonpheng vincitore a Orizzonti – Venezia 75
  6. Wanlop Rungkumjad è il pescatore / Aphisit Hama è Thongchai / Rasmee Wayrana è Saijai

© 2018 Diversion / Les Films de l’ Étranger

IN COPERTINA
Wanlop Rungkumjad è il pescatore che soccorre lo sconosciuto
© 2018 Diversion / Les Films de l’Étranger

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Kraben rahu
  • Regia: Phuttiphong Aroonpheng
  • Con: Wanlop Rungkumjad, Aphisit Hama, Rasmee Wayrana, Kamjorn Sankwan, Sanit Pasingchop, Tawan Hirunyapong, Athasit Phumhiran, Manus Prasitwattanachai, Pumidol Kongperm, Waratpob Loaphitakkul, Sanuk Pasingchop, Angkhana Hanpong, Lalita Kongkajornkiat, Somkiart Wongsak, Rungnapa Sitthipong, Asima Sitthipong
  • Sceneggiatura: Phuttiphong Aroonpheng
  • Fotografia: Nawarophaat Rungphiboonsophit
  • Musica: Christine Ott, Mathieu Gabry (Snowdrops)
  • Montaggio: Lee Chatametikool, Harin Paesongthai
  • Scenografia: Sarawut Karwnamyen
  • Costumi: Chatchai Chaiyon
  • Produzione: Mai Meksawan, Jakrawal Nilthamrong, Chatchai Chaiyon e Philippe Avril per Diversion e Les Films de l’Étranger in coproduzione con Youku Pictures e Purin Pictures con il supporto di Asian Cinema Fund, Aide aux cinémas du monde (Centre national du cinéma et de l’image animée, Institut français), Ministero della Cultura Thailandia, Eurométropole di Strasburgo e Région Grand Est
  • Genere: Misterioso
  • Origine: Thailandia / Francia / Cina, 2018
  • Durata: 105′ minuti