Primi anni ’60 del Novecento. I coniugi Rabascal accompagnano il figlio adolescente Marc a Lione per prendere parte ad un concorso musicale, giunti dal sud per dare un futuro al talento pianistico del ragazzo.
La famiglia è in viaggio verso il conservatorio, ma un imprevisto ferma il taxi proprio davanti a una piccola via laterale di cui la donna legge casualmente il nome: Rue Commines.
Improvvisamente sconvolta e preda di un alterato stato emotivo Gabrielle intima all’autista di fermarsi e scende, promette al marito José di raggiungerli presto per poi avventurarsi da sola, tremante e piena di attese alla ricerca del civico 26. Immobile davanti al portone le tornano alla memoria i ricordi di una vita, dalle infatuazioni della giovinezza al matrimonio senza amore con l’esule spagnolo giunto bracciante nelle sue campagne e imposto dalla madre per arginare lo scandalo di una sessualità esuberante, inaccettabile in una donna per la mentalità rurale di quei tempi.
La complessità del rapporto coniugale, la malattia e le cure lontano da casa, l’incontro con un reduce della guerra d’Indocina e tutto il susseguirsi di eventi che hanno portato Gabrielle, fiato sospeso e cuore in gola, davanti a quella soglia sconosciuta, decisivo spartiacque di un’intera esistenza.

Nicole Garcia alla sua ottava prova da regista con Mal di pietre ha creato, insieme a Jacques Fieschi che con lei firma la sceneggiatura, una storia praticamente del tutto originale che dall’omonimo libro di Milena Agus trae solo una scintilla d’ispirazione iniziale; non soltanto il film sposta l’azione dalla Sardegna del testo alle regioni sud della Francia, con una parentesi sulle Alpi svizzere, ma regala alla vicenda una magia e un alone di mistero del tutto assenti nelle pagine di un romanzo che per l’assoluta mancanza di dialoghi si stenta a definire tale.

La cineasta costruisce un avvincente intreccio narrativo sul potere taumaturgico dell’immaginazione, che quando pensa una realtà migliore è capace in qualche modo anche di darle forma, portando nello scorrere quotidiano sentimenti in grado di curare ferite interiori e resistere al male di vivere.
Non certo casualmente è inserito nel film lo scritto filosofico ‘Propos sur le bonheur‘ [A proposito di felicità] pubblicato da Alain – al secolo Émile-Auguste Chartier – nel 1925 e poi in edizione ampliata e definitiva nel 1928, in cui si afferma che pensare è volere e che la felicità può essere costruita.

Complice perfetta di questa poetica visione un’intensa Marion Cotillard, sempre più straordinaria quando lascia Hollywood per tornare al Cinema d’autore, che persino in film corali come il recente È solo la fine del mondo di Xavier Dolan risalta in un cast superlativo come una gemma di raffinata bellezza.
Nel ruolo di Gabrielle la diva premio Oscar per La vie en rose di Olivier Dahan si abbandona totalmente al personaggio, conferendole la selvaggia sublime intemperanza di uno spirito libero che non accetta di essere costretto nelle convenzioni di un’epoca ancora sconosciuta all’emancipazione femminile.

Louis Garrel presta tutto il suo carisma naturale al tenente André Sauvage e invade lo schermo con una presenza scenica nient’affatto neutralizzata dal ruolo, per sua natura piuttosto statico, di un uomo malato e costretto lungamente a letto.
Molto bravo anche Alex Brendemühl nei panni del marito José che già ha dato numerose prove del suo eclettismo con interpretazioni diversissime tra loro, da The german doctor – Wakolda di Lucia Puenzo a Stella cadente di Lluís Miñarro, chiamato qui a dare forma alla comprensione di un amore salvifico.

Distribuito nelle sale italiane da Good Films dopo aver avuto la sua prima italiana nel programma del France Odeon dello scorso ottobre, Mal di pietre è l’esempio eclatante di come si possa realizzare un film struggente ed emozionante, che torna sovente anche a distanza a visitare la memoria, da un libro tutto sommato mediocre. Una straordinaria Emozione Visiva da vivere preferibilmente su grande schermo.