
Tra i molti romanzi di Georges Simenon con protagonista il famoso commissario da lui creato, il regista parigino Pascal Bonitzer ha adattato per lo schermo Maigret et les vieillards [Maigret e i vecchi] del 1960, edito in Italia da Adelphi come Maigret e i vecchi signori. Il riferimento alla vecchiaia non è però relativo a dati anagrafici, ma a figure superstiti di un mondo al tramonto come quello dell’aristocrazia, che nel film appare ancora più arcaica con la storia traslata all’inizio degli anni duemila, i primi del XXI secolo.
Al commissariato arriva un’urgente richiesta di intervento dal Quai d’Orsay, il viale lungo la Senna che ospitando il Ministero degli Affari Esteri – oltre al celebre Musée d’Orsay – è diventato sinonimo di quegli uffici governativi. La signorina Jacqueline Larrieu, governante al servizio in casa di un ex diplomatico da oltre quarant’anni, quella mattina entrando nello studio del suo datore di lavoro lo ha trovato sul pavimento ormai senza vita, ucciso a colpi di pistola. Dopo una vita passata a seguire l’ex ambasciatore in ogni sede a lui assegnata, la donna si è sentita più a suo agio informando il ministero a cui per tutta la vita hanno sempre fatto capo, piuttosto che la polizia. Al commissario Maigret, accompagnato dal comandante Janvier, sono assegnate le indagini e si troverà ben presto a dover coinvolgere figure di primo piano di un mondo a lui del tutto estraneo: la principessa Isi de Vuynes e altri membri della sua titolata famiglia, dal figlio Philippe al nipote Julien, insieme a personaggi che gravitano nell’ambiente, come l’antiquario Mazeron o l’abate Gauge.

Per raccontare un contesto restio alla modernità, legato all’aristocrazia e dominato da un’idea anacronistica della fede Pascal Bonitzer, che ha scritto anche l’adattamento cinematografico, sceglie quel momento storico in cui la presenza dei cellulari iniziava a essere capillare e dà al protagonista interpretato da Denis Podalydès, sprovvisto della consueta fisicità monumentale attribuita a Maigret, una ritrosia nel dover accettare la dotazione di un telefono personale, che è una forma di resistenza al progresso.

Tra il commissario, esponente di un vecchio stile di portare avanti le indagini, e il mondo morente con cui si trova a interagire, si crea un parallelo nel rifiuto della modernità, mentre s’innesca il conflitto tra la necessità di mantenere la rispettabilità dei personaggi e l’esigenza del poliziotto di indagare trame inconfessabili. Nel ruolo della governante Jacotte, come la chiamava il suo datore di lavoro, Anne Alvaro offre una straordinaria interpretazione con sfumature complesse, tra reticenza e ingenuità; una prova che da sola è meraviglioso motivo sufficiente per vedere il film.

Maigret, l’amore e la morte di Pascal Bonitzer è un’opera necessariamente basata su dialoghi e prove d’attore che diventano determinanti, l’arguta brillantezza dei dialoghi – speriamo il doppiaggio sia all’altezza dell’originale – crea il ritratto di un mondo in cui emerge, più viva che mai, la debolezza della natura umana. Sarà nelle sale il prossimo 24 settembre distribuito da Lucky Red.