
«L’eroe del libro è condannato perché non sta al gioco […] è estraneo alla società nella quale vive, vaga ai margini nei sobborghi della vita privata, solitaria, sensuale» scrisse Albert Camus, nella prefazione di un volume che raccontava le articolate vicende della pubblicazione del suo romanzo Lo straniero, scritto nel 1939 e pubblicato dall’editore Gallimard solo nel giugno 1942, che adesso François Ozon ha portato sullo schermo nel film omonimo.
Girato in uno splendido bianco e nero, il film si apre con un cinegiornale d’epoca che lega il racconto dei fatti narrati al contesto storico in cui la vicenda è inserita, ma vuole anche mostrare una certa esotica idea romantica del colonialismo, che molto poco aveva a che vedere con la realtà sociale.
1938. Meursault, giovane impiegato francese ad Algeri è condotto in carcere; attraversa con apatica indifferenza il corridoio oltre le sbarre scortato da due poliziotti, fino ad essere recluso in un grande ambiente già affollato da decine di carcerati di diverse età, ma tutti con il carnato scuro degli arabi. Corpo estraneo, col suo biancore in quella moltitudine olivastra, è avvicinato da un vecchio con parole a lui incomprensibili, seguito poi da un altro più giovane che in francese – l’idioma delle forze di occupazione – lo interroga sul motivo che lo ha portato là: “ho ucciso un arabo” è la laconica risposta. Dopo questo incipit il racconto fa un passo indietro, al giorno in cui Meursault dall’istituto dove viveva sua madre riceve un telegramma che lo avvisa della sua morte. Il giovane si prepara a lasciare la città, per spingersi fino a una remota provincia interna ai territori dell’Algeria.

Opera capitale della letteratura francese, il romanzo di Camus è solo al secondo adattamento cinematografico – dopo l’omonimo film di Luchino Visconti del 1967, di cui neppure il cineasta milanese si disse mai del tutto soddisfatto – a conferma dell’enigma incarnato dal personaggio di Meursault, imperscrutabile nel suo attraversare l’esistenza incurante della propria sorte. Benjamin Voisin torna a essere diretto da Ozon dopo Estate ’85, dando corpo all’algida indifferenza di un uomo tranquillo, incapace forse di esistere.

Il distacco del protagonista verso ogni aspetto della vita è riflesso anche nel linguaggio adottato dal cineasta parigino per narrare la vicenda, con la predominanza di una statica fissità nella maggior parte delle inquadrature accompagnata da qualche rarissimo movimento di macchina; espressione, sul piano visivo, di quella freddezza emotiva in aperto contrasto col clima africano. Ozon ha sentito un legame personale con il soggetto che lo ha spinto a realizzare il film, perché il suo nonno materno era giudice istruttore in Algeria, fino al ritorno a Parigi della famiglia nel 1956 indotto da minacce ricevute.

Lo straniero pone infatti l’accento sulla difficoltà dei rapporti tra Francia e Algeria, su cui ancora oggi grava un silenzio impenetrabile che finisce col generare un tabù, mai veramente affrontato. Un bel gruppo di interpreti, già diretti da Ozon, partecipa alla ricostruzione di un’epoca: Pierre Lottin dopo Sotto le foglie è il vicino di casa Raymond Sintés, Rebecca Marder già protagonista in Mon crime – la colpevole sono io interpreta la fidanzata Marie, Swann Arnaud dopo Grazie e Dio appare nel piccolo ruolo, ma intenso, del sacerdote confessore del carcere.

Dopo l’esordio sugli schermi in concorso all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica La Biennale di Venezia e la vittoria di un César al miglior attore non protagonista, assegnato a Pierre Lottin, finalmente Lo straniero di François Ozon è disponibile nelle sale grazie a Lucky Red e Bim Distribuzione anche per il pubblico italiano.