Nonostante un velo di leggera ingenuità, forse dovuta al fatto che il romanzo originale di Michio Takeyama è un testo per l’infanzia, L’arpa birmana porta con sé un valido messaggio di avversione per ogni conflitto armato, tristemente attuale in questa contemporaneità dove – non avendo imparato ancora niente dal passato – i venti di guerra soffiano più forte che mai.
Diretto da Kon Ichikawa in uno splendido bianco e nero, il film vinse il Premio San Giorgio alla 16ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 1956, un’edizione in cui i massimi riconoscimenti – Leone d’Oro e Leone d’Argento – non furono assegnati affatto, dando per contrasto enorme risalto al riconoscimento ottenuto. Entrato nella storia come uno dei titoli, dopo il magnifico Rashomon di Akira Kurosawa, che ha aperto l’Occidente al cinema giapponese, è anche ricordato per aver contrapposto all’imperialismo nipponico un valore di pace, innovativo allora in quel clima culturale.
L’esplosione degli ordigni atomici sganciati su Hiroshima e Nagasaki aveva stroncato ogni velleità espansionistica del Sol Levante, tanto che l’imperatore Hirohito stesso aveva dovuto rinunciare alla sua natura divina annunciando la resa alla radio, ma la cultura dei samurai che aveva come fulcro centrale il senso dell’onore – preferibile addirittura alla vita – era sentimento nazionale millenario ancora vivo. Mutuato da filosofia e religione buddista, l’affermazione del valore della vita umana in opposizione all’insensata brutalità della guerra è al centro de L’arpa birmana, utile contributo allo sradicamento dell’idea distorta di una superiorità dell’onore nel sentire collettivo di un popolo, sconfitto ma non per questo in pace con le altre genti del mondo; soprattutto in Asia, dove così crudelmente hanno a lungo dominato, i giapponesi erano ancora molto odiati.

Ambientato in Birmania nel luglio del ’45, durante le ultime settimane di ostilità della Seconda guerra mondiale, la vicenda si apre sul vagare nelle foreste del reparto Inouye dell’esercito imperiale, di cui fa parte il sergente Misushima, virtuoso dell’arpa birmana completamente autodidatta. La bellezza della musica come mezzo di elevazione dello spirito, mentre i corpi soffrono per la scarsità di cibo, conferisce da subito trascendenza all’atmosfera del racconto.

L’eleganza nella costruzione dell’inquadratura – oggi troppo spesso trascurata, da cineasti che danno predominanza ai contenuti senza curare la forma – è cifra stilistica di uno straordinario fare Cinema che, da Ėjzenštejn in poi, ha creato capolavori senza tempo. Ottima l’iniziativa della Cineteca di Bologna quella di riportare su grande schermo, restaurato in 4K, L’arpa birmana nella prima versione di Kon Ichikawa, che nel 1984 ne firmò un’altra di durata più estesa e a colori.

Il personaggio protagonista che indossa un abito per motivi strumentali e poi assiste alla propria conversione interiore rappresenta l’ideale rivoluzione, l’unica davvero incorruttibile e con tutti i presupposti per avere successo, a cui dovrebbe aspirare ogni singolo essere umano. Questo il valore profondo che rende L’arpa birmana di Kon Ichikawa un’opera immortale.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Locandina italiana del restauro in 4K
  2. Il reparto Inouye nella foresta, il canto per risollevare lo spirito
  3. Shôji Yasui è il sergente Misushima
  4. La raffinata composizione delle immagini
    © 1956 Nikkatsu

IN COPERTINA

Il bonzo con una somiglianza straordinaria
© 1956 Nikkatsu

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Biruma no tategoto
  • Regia: Kon Ichikawa
  • Con: Shôji Yasui, Rentarô Mikuni, Tatsuya Miyashi, Yûnosuke Itô, Taketoshi Naitô, Jun Hamamura, Shunji Kasuga, Hiroshi Tsuchikata, Tanie Kitabayashi, Akira Nishimura, Keishichi Nakahara, Toshiaki Itô, Tomio Aoki, Norikatsu Hanamura, Sanpei Mine, Takashi Koshiba, Tomoko Tonai, Tokuhei Miyahara, Yoshiaki Kato, Masahiko Naruse, Bin Moritsuka, Sôjirô Amano, Yôji Nagahama, Kunitarô Sawamura, Eiji Nakamura, Asao Sano, Shôjirô Ogasawara, Hiroshi Ichimura, Keiji Itami, Jun Kizaki, Ken Mikasa, Victor Minenko
  • Soggetto: Michio Takeyama dal suo romanzo omonimo
  • Sceneggiatura: Natto Wada
  • Fotografia: Minoru Yokoyama
  • Musica: Akira Ifukube
  • Montaggio: Masanori Tsujii
  • Scenografia: Takashi Matsuyama
  • Produzione: Masayuki Takaki
  • Genere: Poetico
  • Origine: Giappone, 1956
  • Durata: 116′ minuti