
Negli ultimi tempi una maggior disponibilità data, finalmente, alle donne di portare sullo schermo storie originali scritte e dirette da loro, ha prodotto la sensazione di un arricchimento narrativo inedito nel ritratto dell’umanità, perché – lungi dal voler applicare generalizzazioni, sempre arbitrarie – a volte lo sguardo femminile sa cogliere aspetti e riflessioni, per lo più interiori, del tutto invisibili alla gran parte degli uomini che con una sensibilità diversa non vedono certi argomenti; è una questione di percezioni.
Questo il sentimento che affiora dalla visione de La villa portoghese, splendida opera seconda della spagnola Avelina Prat, scritto e diretto da lei stessa, che sarà nelle sale italiane dall’8 gennaio distribuito da Academy 2.
Milena Marinovic, donna serba nata a Belgrado, dopo tre anni di matrimonio decide di abbandonare la Spagna e la sua vita coniugale. Improvvisamente una mattina se ne va di casa senza una parola, senza un biglietto al marito Fernando Quiros, uomo tranquillo, insegnante di geografia con la passione delle mappe geografiche che, disegnando il mondo, si è sempre illuso di averlo in pugno.
Devastato dall’abbandono e senza alcun riferimento per rintracciare sua moglie – Milena non amava parlare del passato, lui non chiedeva – Fernando deve accettare l’inerzia della polizia che non indaga, trattandosi di allontanamento volontario, e decide di rispettare la scelta di sua moglie astenendosi dall’inseguire una persona che non vuole essere trovata. Nel suo naufragare esistenziale, adesso senza legami né punti di riferimento, l’uomo parte per la costa portoghese, alloggiando solo nell’unico albergo aperto fuori stagione, dove incontri e opportunità offerte dal destino gli daranno l’occasione di iniziare una nuova vita, perfino con un nuovo nome che non gli appartiene, piena di incognite stimolanti.

Spunto iniziale per Avelina Prat è una domanda semplice, ma non così scontata nelle risposte possibili: che cosa determina la nostra identità? Il posto e l’ambiente in cui cresciamo, magari anche le nostre esperienze con le relazioni che costruiamo; ma forse anche i luoghi che abitiamo hanno una valenza che non è, e non può essere, soltanto fisica. In fondo anche gli Stati e i confini, con relativa burocrazia, sono convenzioni umane che niente hanno a che fare con l’essenza e la Verità più intima degli esseri umani.

Come un contenitore che raccoglie storie dentro storie, in La villa portoghese si evocano aneddoti che raccontano vite e orizzonti lontani, dalla fondazione della città scandinava di Reykjavík alla liberazione dal colonialismo in Angola, giocando col destino e la memoria, affrontando fantasmi esistenziali, fino a suggerire che l’appartenenza alle proprie radici è soltanto uno stato d’animo, perché la definizione di casa – come luogo in cui essere a proprio agio ed esprimere realmente sé stessi – è prezioso sentimento interiore.

Dramma esistenziale, venato di dolcezza e poesia, con atmosfere che lo trasformano in un thriller dell’anima sulla parte che si avvicina al finale, il film è interpretato da una sempre affascinante Maria de Medeiros nel ruolo di Amalia, proprietaria della tenuta del titolo, con Manolo Solo nei panni del protagonista Fernando, sempre pronto – dopo lo shock della perdita di ogni punto di riferimento – a lasciarsi sorprendere dalla vita. L’attrice serba Branka Katic ha la parte, piccola come presenza sullo schermo, ma determinante, di Olga.

La villa portoghese di Avelina Prat è un’Emozione Visiva quieta e discreta, che ti entra dentro piano piano inducendo più di una riflessione, che non pensavi ti appartenessero, capace di spingerci a guardare con luce nuova anche la quotidianità della nostra esistenza. Bello, raffinato, attenzione: può lasciare tracce residue nel cuore.