L’olandese Michaël Dudok de Wit è animatore e regista non molto prolifico, ma ha saputo raggiungere tali vette d’intensa poesia da trasformare i suoi cortometraggi in preziose creature, piccoli capolavori animati venerati in tutto il mondo, riuscendo a regalare una visione struggente dell’esistenza persino agli spot commerciali prodotti su committenza.
Titoli come l’esoterico Le Moine et le poisson del 1994, The aroma of tea del 2006 con l’astrazione grafica al servizio di un’eloquente metafora della parabola umana, ma soprattutto il celebrato Father and daughter – vero gioiello che commuove per la capacità rara di toccare le corde più profonde dell’anima – premiato nel 2001 con l’Oscar al miglior cortometraggio animato, sono entrati nel patrimonio collettivo delle emozioni cinematografiche da ricordare.
Adesso con La tartaruga rossa, nelle sale italiane solo dal 27 al 29 marzo per un evento speciale promosso da Bim Distribuzione, il cineasta fiammingo fa il suo esordio nel lungometraggio con un’opera che ha avuto dieci anni di gestazione, dall’idea iniziale alla prima sugli schermi del Festival di Cannes 2016.

Era il 2006 quando a sorpresa l’artista ha ricevuto una lettera dal Giappone, il produttore Toshio Suzuki con il socio Isao Takahata gli scrivevano dallo Studio Ghibli di Mitaka per chiedergli se era interessato a realizzare un lungometraggio animato.
Michaël Dudok de Wit non aveva mai pensato fino a quel momento a un film di lunga durata, alcuni suoi amici erano tornati dagli USA delusi con speranze infrante dall’invadenza di produttori pronti ad alterare i loro progetti artistici, ma lo studio che ha dato alla luce i film di Hayao Miyazaki garantiva a priori la più completa libertà creativa.

È iniziato così il viaggio per creare La tartaruga rossa, una favola archetipica sul rapporto dell’uomo con la Natura spesso crudele e spietata, cui è necessario sottomettersi con umiltà – fuori moda di questi tempi – perché gli elementi si scatenano sempre incuranti dell’insignificante volontà umana.
Una visione filosofica del rapporto di continuità tra la vita e la morte, la magia fiabesca di animali mutanti in umani e l’accettazione delle avversità come parte integrante dell’esistenza, creano una fusione spirituale tra oriente e occidente dando al film un respiro universale, capace di dialogare con l’anima degli spettatori a qualsiasi latitudine.

Abituato a lavorare quasi sempre da solo curando integralmente ogni aspetto delle sue creature animate, Michaël Dudok de Wit si è affidato a una piccola squadra selezionata di artisti dello studio Prima Linea di Angoulême, dove ha supervisionato personalmente ogni dettaglio durante i tre anni di produzione effettiva del progetto.
Davanti a La tartaruga rossa è sorprendente ritrovare inalterato lo stile dell’artista, che ha saputo traslare anche nel lavoro di gruppo gli elementi riconoscibili del suo sguardo inconfondibile: un approccio di pura contemplazione davanti alla bellezza del creato e le atmosfere rarefatte di un eterno presente orientato all’essenziale.

Il realismo dell’animazione e la semplicità delle figure, la rappresentazione dei piccoli atteggiamenti che contraddistinguono le fasi dell’esistenza umana dall’infanzia alla vecchiaia, in termini di postura e movimenti, tutto contribuisce alla creazione di un’opera cinematografica che nell’assenza di dialogo delega totalmente alle immagini ogni significato.
Determinante quindi lo straordinario lavoro fatto sulla banda sonora del film, che integra in un’unica splendida sinfonia i rumori degli agenti atmosferici, le voci animali tra cui l’uomo e la musica originale di Laurent Perez del Mar che con discrezione s’inserisce nel tessuto sonoro senza alcuna invadenza.

La tartaruga rossa è un apologo sull’essenza dell’esistere, che tralasciata la ragione e le sue angosce è pura forza vitale indifferente alla morte, sua semplice conseguenza. Una riflessione sulla transitorietà della condizione umana sugli schermi per un lampo brevissimo di soli tre giorni: non lasciatevela sfuggire.