
Se n’è andato senza clamori, nell’indifferenza pressoché completa del mondo del cinema, lo scorso 11 settembre il produttore britannico Jeremy Thomas, uno degli ultimi coraggiosi che in cinquant’anni di carriera ha finanziato e supportato progetti autoriali difficili, vere e proprie sfide da un punto di vista logistico e concettuale, foriere di alti rischi produttivi perché non hanno mai inseguito ipotetici gusti di massa. Scorrendo la filmografia di questo produttore illuminato, disposto ad assecondare cineasti con precise visioni non convenzionali a cui dare forma sullo schermo, troviamo titoli entrati nella storia della settima arte: da Furyo di Nagisa Ōshima a Crash di David Cronenberg, da Il racconto dei racconti di Matteo Garrone a Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmush, da Il lenzuolo viola di Nicolas Roeg a un opera anomala e perfino sgradevole come Tideland – Il mondo capovolto di Terry Gilliam. Ma Jeremy Thomas sarà ricordato soprattutto per il lungo sodalizio artistico che per sedici anni lo ha legato alle opere firmate Bernardo Bertolucci, dal trionfo mondiale de L’ultimo imperatore passando per l’insuccesso commerciale de Il tè nel deserto e attraverso Piccolo Buddha e Io ballo da sola fino a The dreamers – i sognatori. Oggi però, per rendere omaggio alla figura di questo impavido cineasta, capace di proteggere e dare supporto ai sogni dei suoi registi, ho scelto La generazione rubata di Phillip Noyce, di cui non fu propulsore, limitandosi a esserne soltanto produttore esecutivo, ma che rientra nel novero dei progetti ritenuti a lungo impossibili da realizzare, per la difficoltà di trovare tre bambine aborigene in grado di reggere da sole il peso dell’intero film.

Stato dell’Australia occidentale, 1931. Nella comunità aborigena di Jigalong la quattordicenne Molly vive a contatto con la natura insieme alla mamma, alla nonna e alla sorellina Daisy di otto anni. Figlie di un operaio bianco, come meticce sono sottoposte per legge all’autorità di un tutore legale – A. O. Neville, ribattezzato dai nativi ‘signor diavolo’ – che le fa rapire dalla polizia, insieme alla cuginetta Gracie, per trasferirle all’insediamento di Moore River, quasi duemila chilometri più a sud, per educarle al mondo dei bianchi.

Tratto dal libro di Doris Pilkington Garimara, nipote della protagonista Molly, il film racconta la fuga delle bambine per fare ritorno a casa attraverso gli sterminati territori desertici, avendo come unico punto di riferimento per orientarsi il recinto anti-conigli, che correva per centinaia di chilometri, eretto a separare gli animali selvatici dai campi coltivati. Tra l’astuzia delle piccole in fuga, capaci di depistare gli inseguitori, e la mobilitazione per denunciare l’evasione, la cronaca avvincente di un viaggio a piedi durato oltre due mesi.

Kenneth Branagh incarna l’irritante crudele paternalismo di Stato di A.O.Neville, custode di una norma aberrante soppressa definitivamente solo nel 1970, l’attore yolngu David Gulpilil è l’incaricato di catturare ogni fuggiasco e ricondurlo al campo. Soprattutto però il film deve la sua forza alla prova straordinaria delle tre piccole attrici, esordienti assolute davanti alla macchina da presa, Everlyn Sampi nel ruolo di Molly, Laura Monaghan in quello di Gracie e Tianna Sansbury nei panni di Daisy, scelte dopo una lunga e complessa selezione.

Il valore de La generazione rubata di Phillip Noyce, che nel titolo italiano fa riferimento a un dramma ancora vivo per molte persone, private della propria identità in nome di una vera e propria epurazione razziale, è anche nel rendere nota questa inqualificabile aberrazione giuridica a chi vive lontano dal continente australe. Un’opera vibrante e indimenticabile a cui dà forza ancestrale anche la musica originale di Peter Gabriel.