
Lo splendido Io sono ancora qui di Walter Salles – il film più bello dell’intera selezione all’81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografia La Biennale di Venezia, di certo l’emozione più intensa dei cinquanta lungometraggi che ho potuto vedere al Lido – affronta il tema dei desaparecidos da un’inedita angolatura e sarà presto, finalmente disponibile, nelle sale italiane dal prossimo 30 gennaio con Bim Distribuzione.
“Rio de Janeiro, 1970, durante la dittatura militare” recita la scritta sullo schermo in apertura. Un elicottero solca il cielo, rompendo col suo rumore assordante l’atmosfera tranquilla della spiaggia; corpi abbronzati di una gioventù spensierata impegnati in una partita di pallavolo, squadre miste di maschi e femmine che giocano insieme. Un cagnolino invade il terreno di gioco, una ragazza lo raccoglie passandolo subito al fratello minore Marcelo, perché lo porti via; il bambino scruta l’orizzonte fino a scorgere la mamma e, vedendola impegnata a nuotare lontano, approfitta della sua assenza per portare a casa il nuovo amico peloso, entrando come un treno nello studio di suo padre, l’avvocato ed ex deputato Rubens Paiva, a colloquio con un cliente, al fine di convincerlo a fargli tenere la bestiola. Intanto Veroca, un’altra sorella adolescente, è fermata dai militari per strada e messa con gli altri contro il muro in una galleria; la città è sotto assedio con uno spiegamento di forze eccezionale, messo in campo dalle autorità del regime per ritrovare l’ambasciatore svizzero rapito quella mattina.
Inizia così su un doppio piano narrativo, fuori e dentro la casa dei Paiva, cronaca pubblica e vita privata come binari paralleli, il racconto di piccole dinamiche di una famiglia – cinque figli di cui Marcelo, il più piccolo, è l’unico maschio – in cui i genitori Rubens ed Eunice tentano tenacemente di preservare la serenità domestica, lottando col sorriso sulle labbra, nel disperato tentativo di mantenere separato il loro nucleo familiare dalla ferocia del mondo esterno.

Tratto dall’omonimo libro autobiografico di Marcelo Rubens Paiva, in cui l’autore rievoca il dramma della sua famiglia per consegnarlo alla memoria collettiva e salvarlo dall’oblio, come un risarcimento verso la madre colpita da Alzheimer che gradualmente perdeva i ricordi, il film ha una valenza speciale anche per il regista che è entrato in quella casa a tredici anni, tra gli amici di Marcelo, respirando l’atmosfera di una famiglia unita, rimasta sempre per lui emblema ideale della felicità.

Acquisendo consapevolezza molti anni dopo in età adulta, lo scrittore brasiliano ha riscoperto e compreso fino in fondo la forza determinata di sua madre, personaggio centrale del racconto, che una grande Fernanda Torres incarna in modo maestoso, restituendo soprattutto negli sguardi e nei silenzi, senza scene madri, perché nel clima ostile di quegli anni non poteva esprimersi apertamente, il dolore della perdita e il sentimento straziante del cambiamento irreversibile.

Un tema intimo e privato legato a una situazione storico politica precisa, che diventa di portata universale; perché ogni famiglia sul piano personale deve affrontare eventi capitali, che fanno da spartiacque dopo i quali nulla sarà più lo stesso, ma anche dal punto di vista collettivo. Il film lancia un monito contro certe derive autoritarie, molto attive anche nella contemporaneità con manie di controllo sempre più pervasive, per cui sempre più spesso le istituzioni rinunciano all’integrità di una facciata democratica.

Il rifiuto di una famiglia, ma prima di tutto di una donna e madre dalla fibra morale inalterabile, a essere relegata al ruolo di vittima, per cui anche sorridere in una foto diventa atto eversivo di coraggio contro la tirannia. Con una felice intuizione il regista Walter Salles ha voluto un cameo di Fernanda Montenegro, madre di Fernanda Torres e già splendida protagonista del Central do Brasil che ha dato al regista notorietà internazionale, chiamata ad apparire come Eunice anziana minata dalla malattia.

Io sono ancora qui di Walter Salles è un’opera intrisa di dolorosa consapevolezza, perciò sublime, in cui il lavoro in sottrazione di Fernanda Torres ha già conquistato giustamente un Golden Globe, compensazione all’insulso verdetto di Venezia 81, che sarebbe assolutamente doveroso confermare con l’Oscar. Un’Emozione Visiva incisa nella mia memoria, vibrante e indelebile, assolutamente da non perdere.