
Adattamento del libro illustrato omonimo di Peter Brown pubblicato nel 2016, Il robot selvaggio è il quarto lungometraggio d’animazione diretto da Chris Sanders – dopo il disneyano Lilo & Stitch, il primo capitolo della saga di Dragon trainer e il primo film dedicato alla famiglia preistorica de I Croods – che aggiunge un altro splendido personaggio alla scuderia animata dei DreamWorks Animation Studios.
L’unità robotica Rozzum 7134 – per semplicità Roz – prodotta dalla Universal Dynamics come servitore tuttofare, è ancora chiusa e confezionata nel suo imballo originale quando viene improvvisamente attivata, dalla pressione accidentale dell’interruttore d’accensione da parte di un piccolo gruppo di lontre. Evidentemente per un incidente occorso lungo il trasporto alla sua destinazione, il robot si risveglia abbandonato ai piedi di un’alta scogliera, in un ambiente selvaggio a lei sconosciuto in balia delle maree che avanzano e soltanto la sua capacità di apprendere, immediatamente dall’osservazione degli altri, le permette di scalare la parete di roccia imitando un granchio marino. Giunta alla cima le si para davanti una folta foresta abitata da un’enorme quantità di creature e, seguendo la sua programmazione, Roz si prodiga avvicinando ogni specie e chiedendo in che modo si può rendere utile per loro, ma ricevendo continui rifiuti che creano situazioni comiche molto divertenti. Infine l’essere meccanico salva un uovo dalle fauci della volpe Fink, con cui farà poi amicizia, e quando il guscio si rompe lasciando uscire un anatroccolo, per effetto dell’imprinting tipico delle anatre, il nuovo nato identifica l’unità robotica come la sua mamma e per lei inizia l’ardua missione di nutrire e proteggere il nuovo arrivato. Un compito da portare a termine finalmente, per il robot, ma estraneo a ogni protocollo inserito nel suo software, che si dovrà cimentare anche nell’insegnamento di attività impreviste e mai praticate, come nuotare e volare.

Tutti i personaggi della storia sono animali selvaggi della foresta, con il robot estraneo venuto da chissà dove che deve integrarsi nell’ambiente selvatico, l’assenza dell’uomo nel film crea un alone di magia in più, perché tutte le specie che popolano il bosco operano seguendo l’istinto naturale, immuni da contraddizioni e secondi fini insiti nell’agire umano, lontano dall’essenza più vera della Natura. Eloquente in questo senso la scena in una piantagione artificiale, perciò opera dell’uomo, in cui l’elemento naturale – l’anatra – è ritenuto con allarme una contaminazione.

Sul piano delle immagini la squadra creativa che ha lavorato allo stile visivo da dare a Il robot selvaggio ha tratto ispirazione dalla sublime rappresentazione del bosco nel disneyano Bambi, capolavoro inarrivabile, e dai lungometraggi di Hayao Miyazaki; poi, sfruttando i progressi tecnici dell’animazione digitale, ha creato vere e proprie pennellate visibili sullo schermo, per avvicinarsi all’estetica delle tele di Claude Monet, l’impressionista che, con le famose ninfee del suo giardino a Giverny, ha reso la Natura protagonista del suo lavoro.

Una storia che integra la presenza del robot nella natura – di questi tempi – potrebbe sembrare un intento di sdoganare l’intelligenza artificiale, strumento sempre più diffuso in questa nostra contemporaneità, come equiparabile all’uomo presso il pubblico dei più piccoli, in fondo i film sono da sempre ottimo canale per veicolare ideologia, ma il personaggio cattivo di Vontra – dispotico amministratore meccanico della Universal Dynamics – con la fredda aggressività con cui persegue i suoi scopi, fuga ogni sospetto.

Il robot selvaggio di Chris Sanders in sequenze come quella degli animali ospiti tutti insieme, prede e predatori, in un unico rifugio per proteggersi dall’inverno, diffonde un messaggio di convivenza pacifica che superi le diversità, un invito che appare purtroppo sempre più utopico con i venti di guerra che soffiano sempre più feroci; ma l’utopia è un valore prezioso da salvaguardare, anche e soprattutto nei tempi più cupi.