Il sonno della ragione genera mostri‘ dichiarò Francisco Goya intitolando così una famosa acquaforte nel 1797, concetto ancora tristemente attuale che ben sintetizza il problema generato da una visione distorta della realtà, vissuta attraverso le lenti di un fanatismo irrazionale.
Una riflessione che calza perfettamente al nuovo film di Kim Ki-duk arrivato finalmente sugli schermi italiani grazie a Tucker Film, dopo la presentazione alla 73ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2016.
Il prigioniero coreano segna il ritorno del cineasta sudcoreano a un cinema fortemente politico dopo una serie di titoli legati a temi morali, a tratti appesantiti da un eccesso di metafore, e affronta di petto una questione che lo stesso Kim Ki-duk ha definito ‘una ferita che sanguina da settant’anni‘, la divisione della Corea tra Nord e Sud voluta da Stati Uniti e Unione Sovietica al termine della seconda guerra mondiale per definire le rispettive zone d’influenza; un tema balzato negli ultimi anni all’attenzione internazionale per la minaccia che il programma nucleare, ostinatamente portato avanti dal leader supremo della Repubblica Popolare Democratica di Corea Kim Jŏng-ŭn, rappresenta per l’intero pianeta.

La storia: Nam Chul-woo è un pescatore, vive con la moglie e una figlia piccola in un villaggio della Corea del Nord vicino al confine con il Sud e ogni mattina per andare a lavoro sul fiume deve superare un corpo di guardia militare, mostrando documenti d’identità e licenza di pesca. Il limite di divisione è segnalato anche sull’acqua da una fila di boe galleggianti, ma un giorno una rete s’impiglia nell’elica e Nam nel tentativo di tagliarla spingendo al massimo il gas finisce col fondere il motore. Spinto alla deriva dalla corrente, deciso a non abbandonare la barca che rappresenta tutto ciò che ha, il pescatore è trascinato al Sud sotto gli occhi dei militari del Nord che, impotenti alle sue richieste di aiuto, non hanno il cuore di sparargli come richiederebbe il protocollo.

Tratto in arresto appena giunto a terra, il povero Nam Chul-woo viene interrogato dalla Sicurezza del Sud che vuole accertarsi che non si tratti di una spia, sottoposto a privazione del sonno e percosse, con l’obbligo reiterato di scrivere un memoriale di tutta la sua vita subendo contestazioni per ogni difformità tra una stesura e l’altra. Senza prendere posizione per nessuna delle parti in campo Kim Ki-duk – autore della sceneggiatura originale – contrappone i fanatismi opposti e speculari insiti in entrambe le visioni ideologiche, affermando con forza che il progresso tecnologico o la libertà dei consumi non possono in alcun modo essere sinonimo di qualità della vita per la popolazione.

Il regista è poco amato in patria per le sue posizioni critiche, con Il prigioniero coreano fotografa la realtà mostrando le scritte sui muri al Nord con diciture per noi surreali come ‘Test nucleare: pieno successo’ oppure ‘Siano lodate le idee rivoluzionarie del nostro grande leader‘, ma smaschera anche ipocrisie e contraddizioni della società capitalista del Sud, che ai rifugiati del Nord dà casa e retribuzione mentre chi nasce al Sud senza denaro è costretto a vendersi per sopravvivere. La visione paternalistica e offensiva del Sud, che compatisce gli abitanti del Nord ritenendoli tutti dei poveretti incapaci di propri pensieri autonomi perché sottoposti a un lavaggio del cervello, è in fondo lo stesso pregiudizio che appartiene a noi occidentali che viviamo nella sfera d’influenza degli Stati Uniti.

Nam Chul-woo incontra sul suo cammino la comprensione del giovane Oh Jin-woo, incaricato della sua protezione/sorveglianza, ma anche la brutalità di ispettori mossi da rancore e intimi desideri di vendetta, che incarnano idee e posizioni di un dibattito in corso senza cadere nello stereotipo. Nonostante il crollo del comunismo la Guerra Fredda non è mai finita davvero, ha soltanto cambiato pelle e le tensioni tra Russia e Gran Bretagna per l’avvelenamento dell’ex spia sovietica Sergej Skripal e di sua figlia Yulia sono lì a dimostrarlo, ma nella situazione della Corea divisa si coltiva e perpetua ancora quella dura contrapposizione di due paesi in perenne stato di guerra che pensavamo appartenere al secolo scorso.

L’intensità espressiva del protagonista Ryoo Seung-bum nel ruolo dello sfortunato pescatore è la punta di diamante di un cast efficace che accende più volte l’indignazione, davanti all’ottusità di chi non è disposto a considerare mai le ragioni dell’altro neppure per una frazione di secondo.
Un ottimo film utile a muovere riflessioni inconsuete che vanno oltre propaganda e disinformazione.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Locandina italiana
  2. Kim Ki-duk in mezzo ai suoi attori a Venezia 73 / Il confine tra le due Coree
  3. Il pescatore Nam Chul-woo in difficoltà / I suoi effetti (affetti) personali
  4. Solitudine e isolamento / Smarrito per le vie di Seul 
  5. Ryoo Seung-bum è Nam Chul-woo / Il controllo documenti
  6. Lee Won-gun è il giovane di scorta Oh Jin-woo / Sotto sorveglianza / Kim Young-min è l’ispettore

© 2016 Kim Soon-mo / Kim Ki-duk

IN COPERTINA
Ryoo Seung-bum è il pescatore Nam Chul-woo
[particolare della locandina]
© 2016 Kim Soon-mo / Kim Ki-duk

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Geumul
  • Regia: Kim Ki-duk
  • Con: Ryoo Seung-bum, Lee Won-gun, Kim Young-min, Choi Guy-hwa, Son Min-seok, Jeong Ha-dam, Sung Hyun-Ah, Park Ji-il
  • Sceneggiatura: Kim Ki-duk
  • Fotografia: Kim Ki-duk
  • Musica: Park Young-min
  • Montaggio: Park Min-sun
  • Scenografia: An Ji-hye
  • Costumi: Lee Jin-sook
  • Produzione: Kim Soon-mo
  • Genere: Drammatico
  • Origine: Corea del Sud, 2016
  • Durata: 114' minuti