
Terzo lungometraggio scritto e diretto dal cineasta irlandese Damian McCarthy, Hokum è un brivido in questa torrida estate e sarà sugli schermi italiani dal prossimo 5 agosto distribuito da Lucky Red. Il titolo è una parola che in italiano assume, secondo i casi, diversi significati, ma i principali sono fandonia o sciocchezza, certamente riferiti alla leggenda sulla presenza di una sinistra entità soprannaturale al centro del racconto.
Lo scrittore di successo Ohm Bauman parte, lasciando la sua città nello Stato di Washington, per recarsi in Irlanda all’Hotel Bilberry Woods, il luogo in cui i suoi genitori sono stati felici trascorrendo la loro Luna di Miele prima della sua nascita. Il motivo del viaggio è duplice, disperdere le ceneri dei suoi cari alla radice di una grande sequoia e trovare un luogo tranquillo dove potersi isolare dal mondo, per portare a termine il volume conclusivo della sua Trilogia del Conquistador.
L’incipit del film, visti i molti punti di contatto narrativi – scrittore inquieto si ritira in un albergo fuori mano che, si dice, abbia inquietanti presenze che lo abitano – sembra volersi fin troppo affidare al modello, ormai consolidato quanto abusato, di Shining e in tal senso la sequenza iniziale con l’auto del protagonista che s’inerpica sulle strade nella brughiera irlandese, evocando i titoli di testa del classico di Stanley Kubrick, ha il valore di una vera e propria spudorata confessione dei suoi modelli di riferimento. Ben presto però la serie di colpi di scena seguenti fa virare la trama verso soluzioni più originali che, pur mantenendo una sua ‘vocazione’ da film dell’orrore, assume toni più sfumati e introspettivi da giallo e thriller, seppur venati di elementi magici e soprannaturali estratti dalle leggende folkloristiche d’Irlanda.

Elemento fondamentale è l’accurato lavoro dello scenografo Til Frohlich, per creare l’atmosfera tra il magico e il cimiteriale – affascinante perché evoca un ambiente come la Casa dei Fantasmi che si può visitare a Disneyland, il primo parco però, quello aperto nel 1955 ad Anaheim in California, mentre gli altri hanno varianti in questa attrazione che ne inquinano l’ambientazione con innesti fuori luogo – che ha dato vera e propria ‘personalità’ d’altri tempi all’hotel perso nelle foreste d’Irlanda in cui, salvo pochi brevi frammenti, si svolge l’intero arco narrativo del racconto.

Hokum di Damian McCarthy pur con l’alta qualità della confezione è un film di genere senza troppe pretese, solo intenti di intrattenimento, con qualche considerazione pericolosa; è inaccettabile coltivare ancora l’idea – figlia della New Age degli anni ’60 del Novecento – secondo cui l’uso di droghe potrebbe essere propedeutico all’apertura di percezioni più profonde del mondo spirituale. Un film, tutto sommato, non indimenticabile.