La pietà è una delle più preziose facoltà dell’anima umana. L’uomo, impietosendosi delle sofferenze di un essere vivente, dimentica sé stesso e si immedesima nella situazione degli sventurati. Con questo sentimento si sottrae al suo isolamento ed acquista la possibilità di congiungere la sua esistenza a quella degli altri esseri.
                                                                                                                 Lev Tolstoj – Contro la caccia (1895)

L’umanità vive sul pianeta con un’infinità di altri esseri diversi, ma nella vastità del creato l’uomo ha troppo spesso l’arroganza di credersi padrone dell’ambiente che abita e di tutte le risorse che ne ricava; una convinzione illusoria priva di qualsiasi fondamento reale.
Nato a San Pietroburgo, il documentarista Victor Kossakovsky nutre la convinzione che l’essenza vera del Cinema sia quella di mostrare realtà che non possiamo vedere – per il suo Aquarela si è spinto ai confini più remoti del mondo a filmare la potenza dell’acqua, in ogni sua forma sovrana assoluta sulla fragilità umana – o che più o meno coscientemente scegliamo di non vedere, come la natura sensiente delle altre specie animali.
Secoli di evoluzione hanno spinto al riconoscimento di una dignità della vita umana, nonostante casi critici in cui è ancora negata, l’abolizione della schiavitù ha sancito almeno in via di principio il valore dell’uguaglianza tra gli uomini, ma perdura la convinzione di una superiorità della razza umana su tutte le altre specie viventi e questo dovrebbe essere l’ambito per un’ulteriore evoluzione futura verso un grado di coscienza più elevato.
Gli allevamenti intensivi trattano ogni individuo allevato in funzione del suo sfruttamento negando, spesso con leggi messe nero su bianco, il prezzo di sangue e dolore pagato dagli animali a cui non sono riconosciute coscienza, sofferenza e sentimenti.

Girato in fattorie e riserve naturali tra Norvegia, Spagna e Regno Unito, Gunda di Victor Kossakovsky prende il titolo dal nome della mamma di una nidiata di maialini – vera protagonista di un film abitato anche da polli e bovini – presenti fin dalle sequenze iniziali in cui li vediamo venire al mondo. In un raffinato bianco e nero, senza dialoghi, musica o didascalie che possano distrarre l’attenzione, Gunda è un’opera di sublime bellezza che induce a una meditazione scaturita dalla contemplazione.

Scevro da ogni intento di umanizzazione dei suoi protagonisti, Gunda non tenta di imporre posizioni animaliste che restano insite in quei vividi sguardi, che a volte sembrano interrogarci puntando dritti nella macchina da presa, dietro i quali è impossibile non percepire la coscienza di esseri sensienti; nella tenerezza dei maialini che si stringono uno sull’altro s’intravede la spinta congenita a cercare l’altro che abbiamo anche noi, l’essere disorientati dei cuccioli davanti al caos crudele del mondo.

Delegando ogni empatia unicamente a immagini e suoni naturali, pur ben pianificati a simulare veridicità, Kossakovsky realizza un’opera di Cinema puro che si affida al primato della visione come linguaggio espressivo essenziale, senza rinunciare però a eleganti tocchi di stile; sinuosi movimenti di macchina che seguono dolcemente l’incedere degli animali, come il carrello che segue i polli nel bosco, o le zampe delle galline sull’erba filmate come se fossero dinosauri di Jurassic Park.

La recinsione nel bosco che delimita un confine o il trattore della fattoria col motore assordante, fastidio che incrina la pace indotta dai suoni della Natura, sono unici elementi rivelatori la presenza dell’uomo che incombe sul destino degli animali; invisibile letale responsabile dello straziante smarrimento di una madre, cui è impossibile dare significato all’assenza dei piccoli, scomparsi per alimentare una crudeltà senza scrupoli che nulla ha a che fare con la sopravvivenza.

Il montaggio del film predilige lunghe sequenze in cui è possibile sentire la gioia dei bambini con la coda a ricciolo che giocano nell’erba, ma anche la pietà per la condizione esistenziale di bovini perennemente condannati al movimento per scacciare le mosche, sempre addosso come nel castigo di un girone dantesco. Kossakovsky voleva realizzare Gunda da almeno trent’anni, ma solo l’incontro con la produttrice danese Anita Rehoff Larsen che ha abbracciato il progetto lo ha reso possibile.

Il trauma per la perdita della compagna di giochi Vasya, una maialina uccisa e mangiata quando il cineasta aveva solo quattro anni, l’ha spinto a diventare vegetariano e provocato l’evento forse più drammatico della sua infanzia, ma è stato anche germoglio da cui è nato il film. Victor Kossakovsky ha dichiarato di sapere che il suo Gunda non cambierà il mondo, ma una tale poesia visiva può dare opportunità a molti di vedere ciò che spesso nel correre quotidiano non si fermano a guardare.

Un messaggio di speranza per una nuova umanità rispettosa delle altre specie, cui ha aderito anche Joaquim Phoenix – produttore esecutivo di Gunda – nel ringraziare per l’Oscar ricevuto con Joker. Dopo l’esordio al 70° Festival di Berlino, la prima italiana al 38° Torino Film Festival, adesso Gunda è candidato agli EFA e certo farà parlare di sé anche agli Oscar, ma al momento non ha distribuzione italiana.

Didascalie immagini

  1. Locandina originale
  2. Esseri sensienti sul pianeta con l’uomo, nonostante l’uomo
  3. Mamma Gunda e i suoi piccini
  4. Sguardi interrogativi e bisogno di vicinanza
  5. ‘Jurassiche’ zampe di pollo e eleganti movimenti di macchina
  6. L’implacabile presenza umana, origine e causa di recinzioni e doloroso smarrimento
  7. La gioia dei bimbi con la coda a ricciolo e il tormento dei bovini assediati dalle mosche
  8. Poesia visiva e sonora, così estremamente pianificata da apparire naturale

© 2020 Sant & Usant Productions

IN COPERTINA
Uno dei piccoli maialini di mamma Gunda
© 2020 Sant & Usant Productions

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Gunda
  • Regia: Victor Kossakovsky
  • Sceneggiatura: Victor Kossakovsky
  • Fotografia: Egil Håskjold Larsen & Victor Kossakovsky
  • Montaggio: Victor Kossakovsky
  • Produzione: Anita Rehoff Larsen in coproduzione con Joslyn Barnes e Susan Rockefeller per Sant & Usant Productions in coproduzione con Louverture Films e con il supporto di The Norwegian Film Institute, The Fritt Ord Foundation, Artemis Rising Foundation, The Media Programme of the European Union e Empathy Arts in associazione con Storyline Studios e Hailstone Films
  • Genere: Poesia
  • Origine: Norvegia / USA, 2020
  • Durata: 93′ minuti