
Il documentario etiope Faya Dayi segna l’esordio nel lungometraggio di Jessica Beshir, cineasta indipendente – che lo ha scritto, prodotto, fotografato e diretto – portatrice di un linguaggio filmico originale, capace di dare vita sullo schermo a una visione quasi interiore, per cui è molto riduttivo parlare di quest’opera semplicemente come di un film documentario.
Per portare a termine la realizzazione di Faya Dayi sono stati necessari dieci anni di lavoro, in cui la regista ha filmato e intervistato a lungo la popolazione soprattutto contadina della regione di Harar, un mezzo per riconnettersi al suo Paese natale da cui è partita all’età di sedici anni per trasferirsi con tutta la famiglia a Città del Messico, nel tentativo di sfuggire a caos e oppressione prodotti dal regime del Derg, governo militare provvisorio dell’Etiopia socialista.
Ipnotico e contemplativo, strutturato su racconti e dialoghi intimi, ma senza mostrare mai sullo schermo l’interlocutore che sta parlando, il film prende forma in un sublime flusso visivo che dà un senso mistico dell’esistenza intrecciando preghiera, poesia e canzoni d’amore; frammenti di storie personali – il ragazzino che ha visto la madre partire per attraversare il mare, senza più fare ritorno, il giovane che dopo aver interrotto il viaggio verso l’Europa è tornato a casa e non osa sperare che il suo Amore di sempre sia ancora in attesa di lui, l’adolescente costretto dalla morte del padre ad allontanarsi dal suo villaggio per mantenere la famiglia – che confluiscono in un unico ritratto di quel mondo rurale ancora arcaico nella sua essenza, che appare in superficie quasi come il paradiso terrestre, ma pronto a essere corrotto dal dilagare del Khat.

Pianta con proprietà allucinatorie innescate dalla masticazione delle foglie, il Khat per una sua valenza mistica era utilizzato in ambito rituale come il peyote degli sciamani in Centro America, ma oggi, a causa dei danni del regime che a lungo ha impedito la coltivazione delle terre fertili in Etiopia e di scelte indotte dal cambiamento climatico, anche i tradizionali coltivatori di caffè hanno convertito le piantagioni, con un aumento di prodotto che lo ha reso di uso quotidiano.

Un pericolo questo soprattutto per le nuove generazioni, giovani ancora inconsapevoli con a disposizione una sostanza naturale un tempo retaggio esclusivo di pochi iniziati, adesso troppo facile da reperire e che induce dipendenza. Nel film la saggezza degli antichi è narrata nella leggenda del mito sufi di Azurkherlaini e della sua ricerca di Maoul Hayat – l’acqua della vita eterna – legata indissolubilmente all’origine del Khat, creato da Allah per perpetuarne il ricordo.

Lo stile espressivo di Faya Dayi incanta ad ogni inquadratura per il raffinato equilibrio tra luce e ombra, una ricerca della bellezza che non è mai fine a sé stessa perché riverbera i valori più alti dell’esistenza umana; dalla notte dei tempi e in ogni cultura, il bello ha rappresentato necessario nutrimento al volgere del bene. Nelle giovani vite che hanno nei ricordi l’unico bagaglio possibile per il viaggio, il dramma di generazioni costrette a partire per diventare esuli in terra straniera.

Faya Dayi di Jessica Beshir è una visione intima fatta di toccante poesia, sarà disponibile per il pubblico italiano dal prossimo 10 agosto in esclusiva sulla piattaforma Mubi, a cui i nuovi iscritti possono accedere gratuitamente per una prova di sette giorni.