«Prima di Elvis il mondo era in bianco e nero. Poi è arrivato… ed ecco un grandioso technicolor.»
Keith Richards

A nove anni dal precedente Il grande Gatsby e dopo aver ideato e parzialmente diretto la serie tv The get down, l’australiano Baz Luhrmann fa il suo ritorno su grande schermo con Elvis, epico affresco di un’epoca attraverso trent’anni di Storia americana degli Stati Uniti, con la vita dell’uomo e la costruzione del mito a fare da filo narrativo in primo piano.
Un trentennio determinante dai primi anni Cinquanta alla fine dei Settanta, quello della ‘perdita dell’innocenza’ per il popolo statunitense, con lo scandalo Watergate a smascherare le trame del Potere e i conflitti militari in Corea e Vietnam che correvano paralleli a cruente lotte interne alla società, tra chi lottava per l’emancipazione dei Neri e le forze contrarie che vi si opponevano. L’iconico 1968 ad esempio, fu l’anno in cui Elvis con lo speciale televisivo della NBC rilanciava una carriera musicale resa opaca dai mediocri film per Hollywood, mentre a Chicago il dissenso intorno al congresso democratico veniva soffocato nel sangue e figure di riferimento come Martin Luther King e Robert ‘Bob’ Kennedy, candidato alla Casa Bianca, rimanevano sul terreno vittime di attentati in circostanze mai chiarite.
Lontano da ogni intento agiografico, il film adotta un punto di vista particolare per raccontare la parabola umana del grande Re del rock, quello del suo manager storico, il colonnello Tom Parker che ebbe potere decisionale praticamente illimitato per oltre vent’anni nella carriera di Elvis. L’io narrante in cerca di assoluzione per le sue scelte rivendica il conio del mito immortale, che a suo dire senza di lui non sarebbe mai esistito, e introduce il ritratto di un giovane di talento prigioniero dell’amore; prima di tutto quello per la madre, figlio unico sopravvissuto a un parto gemellare e cresciuto perciò con l’idea di dover dare per due, ma anche l’amore per il suo pubblico che gli ha dato l’immensa popolarità raggiunta così velocemente, interferendo in ogni aspetto della sua vita.

Tom Hanks è il colonnello Tom Parker, un imbonitore – come lui stesso si definisce – in cerca dell’attrazione più grande per ottenere la ricchezza sempre sognata, che costruisce il ritratto di un uomo alieno a ogni questione artistica, intento a piazzare il ‘suo’ prodotto a soli fini di lucro, manipolatore e capace di ogni bassezza pur di non allentare la presa e correre il rischio di perdere il controllo; come strumentalizzare l’uccisione di Sharon Tate per indurre insicurezza.

Lo stile barocco, eccessivo e strabordante di Baz Luhrmann dopo Moulin Rouge – a vent’anni di distanza ancora la sua opera migliore – ha ormai perso il senso della misura e, soprattutto nella parte iniziale di Elvis, sottopone lo spettatore a un’estenuante corsa visiva su un otto volante, luccicante di lustrini fin dai titoli di testa. Austin Butler è praticamente perfetto nel riprodurre la mimica del Re, anche se i suoi occhi blu non inseguono una precisa riproduzione della realtà.

Elvis è un viaggio quasi allucinatorio nel mito, distante dalla biografia canonica che ne fece John Carpenter nel 1979 con uno splendido Kurt Russell. Una delle parti migliori del film di Luhrmann mostra i primi concerti, siamo nell’America puritana anni Cinquanta, in cui l’energia sessuale del suo dimenarsi sul palco esposero Presley al delirio delle ammiratrici e all’attacco dei censori del costume, con una sequenza scientemente grottesca ricca di abbondanti inquadrature pelviche.

La colpa di Elvis Presley, imperdonabile negli Stati Uniti della segregazione razziale, fu quello di adottare movimenti coreografici e influenze musicali universalmente riconosciute come proprie della cultura nera afroamericana, percepiti dai guardiani della morale come mezzo di corruzione, destabilizzazione e induzione al peccato, assimilati naturalmente dal cantante durante gli anni della formazione, trascorsi in povertà in mezzo ai neri, nelle loro chiese dove imperava il gospel.

La grandezza e la forza inesauribile con cui ancora l’opera di Elvis Presley influenza anche la musica contemporanea, è stata quella di fondere generi musicali apparentemente estranei e distanti come rhythm and blues, country, spiritual, folk, dando un’impronta nuova a quello che sarà il rock and roll. Nella colonna sonora del film è presente anche una scheggia canora d’Italia con il brano If I can dream, scritto da Elvis nel 1968, cantato dai Måneskin sui titoli di coda.

Opera ipertrofica come ormai è lo stile di Baz Luhrmann, oltre la versione ufficiale uscita sugli schermi di due ore e quaranta minuti, di Elvis esiste anche una versione di quattro ore per ora indisponibile, ma chissà se in futuro raggiungerà anch’essa un suo pubblico.