
Luca Guadagnino con Bones and all ha l’audacia di muoversi contro corrente firmando un apologo estremo sulla diversità, quella più mostruosa e difforme, cogliendo però anche la delicata fragilità dei personaggi, nell’epoca odierna avvelenata dal politicamente corretto troppo spesso pretesto per una censura che induce all’omologazione. Il cineasta italo-algerino ha lo sfrontato coraggio di ritrarre figure problematiche, avulse a tutto ciò che è socialmente accettabile, in un racconto inquietante che attraverso l’infrazione del tabù più grande, giustamente coltivato e consolidato, ne mette a nudo l’umana vulnerabilità.
Anni Ottanta del Novecento, negli spazi sconfinati della più profonda provincia statunitense, la giovane adolescente Maren si muove tra Virginia e Maryland, Ohio e Kentucky, sola e abbandonata a incerto destino in cerca delle sue origini; nasconde in sé l’istinto vorace di una natura predatoria di cui ignora la provenienza, vivendo la cupa solitudine esistenziale di credersi esemplare unico di una razza maledetta. Sul sentiero incrocia però altri suoi simili, imparando da loro a sviluppare percezioni primordiali come il fiutare a distanza la presenza di predatori affini, costretta a convivere con la paura della propria identità, fino al giorno in cui l’incontro fatale con il coetaneo Lee, portatore di analoghe pulsioni, sembra schiuderle davanti prospettive esistenziali prima insperate. Perfino l’amore.
Ritmi rarefatti nella dolcezza di una splendida colonna sonora, racconto perverso senza perversioni perché privo di cedimenti, alla bellezza o alla morbosità, con una regia che non indugia mai nella contemplazione di un cielo al tramonto come nella rappresentazione dell’indicibile – comunque sporadica e per lo più fuori dal campo visivo – Bones and all alla 79ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica La Biennale di Venezia ha conquistato con pieno merito il Leone d’Argento alla regia per Luca Guadagnino, ma anche il premio Marcello Mastroianni all’attore emergente assegnato a una splendida Taylor Russell, impegnata a offrire una prova di straordinaria intensità nei panni della protagonista Maren.

La maturità artistica di Guadagnino ha già dimostrato la sua capacità di costruire racconti visivi travolgenti, ma con l’estremo pudore di uno stile che sottrae deliberatamente i corpi allo sguardo voyeuristico della macchina da presa – in Chiamami col tuo nome l’assenza di nudità fu criticata da James Ivory, che per quel film conquistò l’Oscar alla sceneggiatura – una scelta precisa quanto mai utile a Bones and all, che dà spazio così ai sentimenti e racconta l’orrore inaccettabile con rara e preziosa raffinatezza, non solo estetica.

L’antropofagia diventa metafora della diversità di individui lasciati ai margini, ma innesca inevitabilmente anche la tensione che diventa palpabile nell’inquietante ambiguità di personaggi come Jake e Sully, cui sono chiamati a dare forma le grandi prove mimetiche di Michael Stuhlbarg e Mark Rylance; quest’ultimo, grazie a un ruolo più articolato nell’arco narrativo, offre il ritratto complesso di una solitudine straziante e al contempo estremamente minacciosa e inquieta – perché senza redenzione – difficile da dimenticare.

Dopo averlo lanciato in Chiamami col tuo nome aprendogli le porte di Hollywood e regalandogli di fatto la carriera che ne fa un fenomeno di massa contemporaneo, Guadagnino torna a dirigere Timothée Chalamet nei panni di Lee; l’attore newyorkese ricambia con un’interpretazione di alto livello, paragonabile solo alla prima offerta al regista siciliano, l’intensità di un personaggio tormentato che pur con un codice ‘etico’ per convivere con le sue azioni, è immune da sensi di colpa che i ‘normali’ riterrebbero quanto mai doverosi.

L’attenzione alla cura del dettaglio ha spinto il regista ad affidare piccoli ruoli, in alcuni casi poco più che semplici camei, ma estremamente determinanti per raccontare un vissuto dei personaggi intriso – secondo i casi – di follia o dolore, a grandi attori capaci davvero di fare la differenza. È il caso di Jessica Harper nel ruolo di Barbara Kerns, di Chloë Sevigny in quello ipnotico di sua figlia Janelle, del regista David Gordon Green che dà forma alla ferocia e di André Holland che dà corpo allo strazio di una decisione irreversibile inevitabile.

Bones and all di Luca Guadagnino è un’emozione visiva potente che si nutre dei luoghi reali in cui è stata filmata, un’opera destinata a lasciare il segno e a cui auguriamo ogni fortuna nella stagione dei premi alle porte. Un ritratto della marginalità fuori da ogni convenzione, assolutamente da non perdere.