Compie sessant’anni uno dei capolavori di Andrej Tarkovskij, anche se in Italia – i tempi erano molto diversi – arrivò dieci anni dopo l’esordio sugli schermi sovietici, quel magnifico affresco storico intitolato al pittore di icone più famoso Andrej Rublëv, ma che pur seguendo le tracce del percorso esistenziale dell’artista, non è certamente definibile un film biografico.
Opera seconda del cineasta russo – dopo che il primo film L’infanzia di Ivan (1962) vincendo a sorpresa il Leone d’Oro a Venezia, seppur ex aequo con Cronaca familiare di Valerio Zurlini, lo aveva imposto appena trentenne all’attenzione mondiale – costruita per frammenti, che raccontano vari momenti della vita personale e artistica del monaco pittore, poi canonizzato dalla Chiesa ortodossa, in un arco temporale che abbraccia i primi vent’anni circa del XV secolo. Una scelta strutturale forse anche indotta dalle poche notizie disponibili, che riflette quindi la frammentarietà delle tracce giunte fino a noi. Andrej Rublëv nacque intorno all’anno 1370 in luogo sconosciuto, fu discepolo di Teofane il Greco che arrivò in Russia da Costantinopoli, e i tasselli della biografia che ne tracciano il percorso sono soprattutto rappresentati dalle sue poche opere sopravvissute alle ingiurie del tempo, scampate a saccheggi e distruzioni che il dominio tartaro ha imposto a lungo in quelle terre; morì intorno al 1430 nel Monastero Andronikov a Mosca.
Firmata dallo stesso Tarkovskij con un giovane Andrei Končalovskij, futuro regista di tanti titoli tra cui Oci Ciornie con Marcello Mastroianni, la sceneggiatura originale è frutto dei lunghi dialoghi tra i due cineasti, che scrivevano in solitaria la prima stesura dei singoli racconti passandola poi al collega che la revisionava e aggiungeva dettagli.

L’episodio di apertura mostra il fermento intorno a un pallone areostatico rudimentale e l’entusiasmo dell’uomo a bordo che corona così il suo sogno di volare, ma il personaggio di Andrej Rublëv è del tutto assente. Tale prologo rappresenta di fatto l’audacia dell’artista, l’idea che al privilegio della creazione si viene eletti con un dono fatto dal Cielo, ma chi lo riceve deve essere disposto al sacrificio totale, fino a immolare la vita stessa se necessario, come l’uomo che precipita al suolo col disfarsi della mongolfiera.

Questa, come l’impresa di forgiare una campana, al centro di un altro suggestivo episodio, danno la misura di una concezione dell’Arte lontanissima dal protagonismo contemporaneo, avvelenato dal mercato e dall’ossessione per la firma indipendentemente dall’opera che, spesso immotivatamente, si ha l’ardire di definire arte. Nel ruolo del protagonista Tarkovskij voleva un volto sconosciuto, scelse un magnifico attore teatrale: Anatoliy Solonitsyn, che poi avrebbe diretto di nuovo in Solaris, Lo specchio e Stalker.

Andrej Rublëv è perfetta ricostruzione storica di un’epoca cruenta, che pare contrapporre la spinta al trascendente del monaco attraverso la pittura alla brutalità di torture e predazioni, ma si fa veicolo di idee espresse nel confronto tra i personaggi. Mentre Teofane spende la vita a servire Dio, Andrej crede che il Bene sia aiutare ogni uomo a scoprire le sue potenzialità, perciò non dipingerà un Giudizio Universale canonico, perché rifiuta l’idea di fare violenza alla psiche del popolo con la paura delle fiamme eterne.

Girato in un finissimo bianco e nero, fatta eccezione per le icone sul finale, anche nei ruoli comprimari il film annovera interpretazioni di notevole spessore, come la sordomuta salvata da uno stupro, interpretata da Irma Raush, che divenne poi moglie del regista; il giovane fonditore di campane Boriška a cui dà volto Nikolay Burlyaev, che appena quindicenne era stato protagonista de L’infanzia di Ivan; o ancora quelle di Ivan Lapikov e Nikolay Grinko, rispettivamente i monaci Kirill e Daniil il Nero, maiuscole prove attoriali degne di nota.

Presentato nella sezione Venezia Classici 2023 in una versione restaurata e con sette minuti in più della versione comunemente in circolazione, Andrej Rublëv di Andrej Tarkovskij è un’opera immortale che attraverso una serie di storie ben radicate nello spirito della cultura sovietica dà forma alla grande sublime tradizione – cinematografica, ma prima ancora letteraria – russa. Capolavoro assoluto.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Locandina dell’edizione Criterion Collection in dvd e blu-ray realizzata da Nessim Higson
  2. Saccheggi e distruzione, il popolo riparato in chiesa, Teofane il Greco e Andrej Rublëv
  3. L’uomo che vola nel primo episodio, il lavoro collettivo per forgiare una campana
  4. Praticamente esordiente al cinema, Anatoliy Solonitsyn è il protagonista Andrej Rublëv
  5. La distruzione non risparmia i luoghi di culto / La Passione / L’arroganza del potere e le sue pretese
  6. Irma Raush è la sordomuta / Nikolay Burlyaev è il giovane intrepido Boriška / Ivan Lapikov è il rancoroso Kirill
  7. Andrej Rublëv, Icona della Santissima Trinità, 1420-1430 circa, Mosca, Galleria statale di Tret’jakov
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    © 1966 Mosfilm

IN COPERTINA

Copertina dell’edizione Criterion Collection creata da Nessim Higson
[particolare]
© 2018 The Criterion Collection

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Андрей Рублeв
  • Regia: Andrej Tarkovskij
  • Con: Anatoliy Solonitsyn, Ivan Lapikov, Nikolay Grinko, Nikolay Sergeev, Irma Raush, Nikolay Burlyaev, Yuriy Nazarov, Yuriy Nikulin, Rolan Bykov, Nikolay Grabbe, Mikhail Kononov, Stepan Krylov, Bolot Beyshenaliev, B. Matysik, Anatoliy Obukhov, Volodya Titov, Nikolay Glazkov, K. Aleksandrov, Semyon Bardin, Ivan Bykov, G. Borisovskiy, Vladimir Vasilev, Zinaida Vorkul, Aleksandr Titov, Viktor Volkov, Irina Miroshnichenko, Tamara Ogorodnikova, Natalya Radolitskaya, Nikolay Kutuzov, Dmitriy Orlovskiy, Vladimir Guskov, Igor Donskoy, Muratbek Ryskulov, P. Makarov, Georgiy Sachevko, Nelli Snegina, G. Pokorskiy, Asanbek Umuraliev, Slava Tsarev
  • Soggetto e sceneggiatura: Andrej Tarkovskij e Andrej Michalkov-Končalovskij
  • Fotografia: Vadim Jusov
  • Musica: Vjačeslav Ovčinnikov
  • Montaggio: Tatyana Egorycheva, Lyudmila Feyginova, Olga Shevkunenko
  • Scenografia: Evgenij Černaev
  • Costumi: Maya Abar-Baranovskaya, Lidiya Novi
  • Produzione: Tamara Ogorodnikova per Mosfilm
  • Genere: Capolavoro
  • Origine: Unione Sovietica, 1966
  • Durata: 186′ minuti