
Arrivato per la prima volta in Italia il 20 agosto 1951, nel programma della 12ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica La Biennale di Venezia, compie settantacinque anni il tredicesimo titolo della selezione ufficiale dei Classici Disney, Alice nel paese delle meraviglie, uno dei lungometraggi animati meno celebrati a causa dello scarso successo ottenuto all’esordio sugli schermi.
Liberamente ispirato dai capolavori letterari di Lewis Carrol – Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie e Alice attraverso lo specchio – il film fu penalizzato dalla critica che gli rimproverava di non aver saputo restituire l’atmosfera originale dei romanzi. Del resto il film è privo anche di ogni benché minimo riferimento ai numerosi messaggi esoterici impliciti nel testo, che hanno prodotto nel tempo iconiche locuzioni dense di significati altri, come quella coniata dalla saga di Matrix che definisce l’entrare “nella tana del Bianconiglio” come l’oltrepassare un confine tra ciò che appare e ciò che è, per entrare in una dimensione nuova di consapevolezza della ‘realtà’ o della Verità tout court. Il cartone animato sulle peripezie della piccola Alice che, annoiata dalle storiche gesta di condottieri inglesi che dovrebbe studiare, si pone all’inseguimento di un coniglio bianco con panciotto e orologio a cipolla finendo in un mondo fantastico di imprevedibili meraviglie, indipendente dalle regole fisiche della nostra realtà, qualche difetto di base ce l’ha e proprio a partire dalla sceneggiatura – firmata da ben tredici autori – che non riesce a creare una solida continuità narrativa, finendo per risultare una serie di singoli episodi messi in sequenza, l’uno in fila all’altro, con risultati quantomai discontinui.

Una sequenza come quella del racconto nel racconto, narrato alla piccola protagonista dai gemelli Pinco Panco e Panco Pinco, che vede al centro dell’azione il tricheco e il carpentiere, con il truce finale che ben poco si adatta all’infanzia per la sorte funesta delle ostrichette curiose, è scialba e infelice, lasciandosi ben presto dimenticare come del resto altri passaggi – ad esempio la sequenza nella Foresta di Tulgey – che per quanto gradevoli hanno il sapore del raccordo strumentale a legare tra loro segmenti decisamente più riusciti.

Le parti indimenticabili sono soprattutto quella della festa di non-compleanno, animata dal folle non-sens di personaggi come il Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile, insieme al Topino che dorme silente dentro alla zuccheriera fino all’esplodere per l’impronunciabile parola che ne innesca il delirio, e tutte le sequenze finali – tra la partita di croquet e il processo – in cui compare la Regina di Cuori, personaggio travolgente, insieme al suo piccolo consorte, il Re di Cuori, e all’iconico Stregatto.

Lo storico dell’animazione e giornalista Christopher Finch nel suo imprescindibile volume L’arte di Walt Disney (1975) parlando della genesi di Alice nel paese delle meraviglie scriveva: “Possiamo solo supporre che, nella sua predilezione per le masse, Disney dimenticasse di accorgersi che esistono cose, opere e idee impossibili da ridurre alle dimensioni della massa. […] E, certo, non è semplice tradurre l’umorismo verbale altamente intellettuale e raffinato di Lewis Carrol in termini visivi.”

Dopo la distribuzione sugli schermi italiani per il Natale 1951, Alice nel paese delle meraviglie ebbe una sola riedizione cinematografica nel 1970 e poi sparì a lungo dalla circolazione diventando di fatto invisibile, finché con l’avvento delle videocassette per le visioni domestiche fu il primo lungometraggio animato Disney a essere immesso sul mercato. Oggi con tutte le piattaforme e i dvd acquistabili è sempre disponibile per la visione e, con tutte le sue debolezze strutturali, può continuare a essere visto e, magari, anche un po’ rivalutato.