
Secondo lungometraggio scritto e diretto dall’attore newyorkese Jesse Eisenberg, A real pain è una riflessione sui temi dell’identità e della memoria, ma anche sul dolore esistenziale, soprattutto sulla sua legittimità se messo a confronto con un vero dolore; quello a cui fa riferimento il titolo.
Il germoglio da cui ha iniziato a prendere forma il progetto è stato un pensiero avuto vent’anni fa nel villaggio polacco di Kranystaw, davanti alla casa dove viveva la sua famiglia prima di lasciare l’Europa per sfuggire le persecuzioni: “Chi sarei e come sarebbe la mia vita?” se i miei predecessori non avessero scelto di abbandonare il luogo delle origini. L’emozione scaturita da quel viaggio sulle tracce delle proprie radici lo hanno spinto a scrivere una pièce teatrale intitolata The revisionist, che nel 2013 ha portato sulla scena off-Broadway insieme a Vanessa Redgrave. Questo scavare la propria appartenenza alla cultura ebraica, fusa poi con altri elementi come il racconto di due amici in viaggio attraverso la Mongolia scritto per una rivista, contenente già le dinamiche relazionali tra i due personaggi principali, e lo sconcerto avuto davanti a un annuncio che pubblicizzava un tour nei luoghi dell’Olocausto pranzo compreso, sono confluiti nella sceneggiatura originale risultato di molti anni di gestazione, candidata adesso all’Oscar.

David e Benji Kaplan sono cugini cresciuti come fratelli, che col passare del tempo si sono allontanati inevitabilmente per il divergere dei loro percorsi esistenziali; il primo abita nella Grande Mela con moglie e un bimbo piccolo, lavorando come creatore di banner in rete, mentre il secondo vive in provincia senza legami sentimentali o professionali, probabilmente ancora in cerca di sé stesso. Adesso i due sono in partenza per la Polonia, iscritti a un piccolo gruppo con guida privata, per visitare luoghi simbolo del genocidio e approfittare dell’occasione per vedere la casa natale della nonna, che nelle ultime volontà ha lasciato il denaro perché loro facessero questo viaggio.

La contrapposizione dei diversi temperamenti fa da motore narrativo, con David interpretato dallo stesso Jesse Eisenberg schivo e riservato, preda delle sue ansie e sempre pronto a reprimere i propri slanci nel timore dell’opinione altrui, che intimamente vorrebbe somigliare a Benji, interpretato da Kieran Culkin – vincitore del Golden Globe e candidato all’Oscar per questo ruolo – estroverso anche se instabile, istintivo e capace di entrare facilmente in empatia con chiunque, che dice esattamente quello che sente senza alcun tipo di censura, incurante di come il prossimo potrebbe interpretare le sue esternazioni.

A real pain ha il sapore agrodolce di momenti divertenti e dialoghi ironici pur narrando un viaggio nel dolore collettivo, ma anche privato, tra Varsavia e Lublino con il campo di Majdanek alle porte della città diventato sacrario della memoria, fino alla vera casa dove ha abitato la famiglia Eisenberg in Polonia. Oggi è facile viaggiare e spostarsi nel mondo, ma attraversare la realtà dei luoghi da turista è una modalità ampiamente diffusa, che non fa interagire realmente con la gente e diventa qui metafora di un preciso atteggiamento esistenziale di chi vorrebbe attraversare la vita così, senza farsi toccare dal dolore né dalle responsabilità.

Con le composizioni di Fryderyk Chopin che in quei luoghi era nato e visse i suoi anni formativi, A real pain di Jesse Eisenberg è un’opera che all’apparenza può sembrare molto leggera, ma che semina riflessioni profonde su temi a volte quasi invisibili al ritmo convulso del correre quotidiano. Sarà nelle sale dal 27 febbraio distribuito da Walt Disney Pictures.