Christian Thielemann torna a dirigere Lohengrin a Bayreuth, dopo tre anni di assenza dalla Collina Verde, e ancora una volta incanta la platea del Festspielhaus. L’allestimento è quello che debuttò nel 2018, firmato dal regista Yuval Sharon e dagli scenografi Neo Rauch e Rosa Loy, con lo stesso Thielemann a guidare l’orchestra del Festival.

La musica del Lohengrin è “blu, con un effetto oppiaceo e narcotico”, affermò Friedrich Nietzsche e a questa suggestione si ispirano Rauch e Loy, immergendo l’intera opera in un’atmosfera avvolgente che ricorda i toni delle ceramiche di Delft. In questa aura blu architetture industriali, degne di un’epopea alla Metropolis, si alternano a enormi tele dipinte, quasi dei giganteschi fondali. Sul sipario iniziale la torre di una centrale elettrica domina la vista, mentre isolatori di porcellana e piloni elettrici affollano la scena. Lohengrin non è cavaliere in armatura scintillante, ma atterra sul palcoscenico su una specie di UFO (il Cigno ha preso ferie) nel bel mezzo di una tempesta elettrica e porta la luce in un mondo buio. È vestito come un installatore e la sua arma non è una lancia ma una saetta di metallo, in linea con l’ambiente “alta tensione” della serata. La maestosa cattedrale gotica di Anversa si trasforma in una centrale elettrica incastonata in un ampio scenario montano punteggiato da cascate, simbolo emblematico del confronto tra l’industrializzazione e la natura. La prima notte di nozze di Elsa e Lohengrin ha luogo in una cabina di trasformazione, stavolta arancione intenso. Lo scenario onirico, che può perfino evocare le illustrazioni di un libro per l’infanzia, è reso ancor più suggestivo dalle elitre che spuntano dalle schiene dei brabantini, trasformandoli in un curioso popolo di mosconi. Solo la perfida Ortrud si distingue per le sue ali di ragno, che le conferiscono un’aura minacciosa. Il duello aereo fra Lohengrin e Friedrich von Telramund – che perde un’ala, precipita goffamente sull’assito e viene subito maltrattato dalla moglie – richiama alla mente lo scontro fiabesco fra Peter Pan e Capitan Uncino. I costumi, disegnati da Rosa Loy con grande attenzione ai dettagli, riflettono accuratamente l’ambientazione originale del Lohengrin, richiamando l’estetica fiamminga dei dipinti di van Dyck. Un approccio registico senz’altro semplice, ma innocuo e poetico, a tratti quasi naïf, che ben si sposa alla terza e ultima opera romantica di Wagner. Se proprio vogliamo muovere qualche lieve osservazione, i grandi quadri pittorici sono a volte un po’ statici e a tratti sembra che i cantanti siano un po’ abbandonati a sé stessi sul palcoscenico, privi di una direzione chiara e definita.

Dal punto di vista musicale questo Lohengrin è stato un vero trionfo. Il merito va innanzitutto a Christian Thielemann, che replica la splendida esecuzione del 2018, conquistando ancora una volta la platea di Bayreuth. Fin dal sublime preludio, il direttore costruisce un grandioso quadro musicale romantico, arricchito dalla cura minuziosa dei dettagli e da un raffinato lavoro sui tempi e sui colori orchestrali. I pianissimi sono perfetti, così come la concertazione degli ensemble. Come perfetto è l’equilibrio tra cantanti e orchestra. Un quadro musicale sofisticato e dal grande potere evocativo. Questo Lohengrin conferma, se mai ce ne fosse bisogno, la straordinaria statura interpretativa di Christian Thielemann, riaffermandone il ruolo di massimo direttore wagneriano del nostro tempo. E quando alla fine si affaccia sul proscenio viene salutato da una devozione che va ben oltre il mero apprezzamento musicale.

Pienamente convincente anche il cast schierato dal Festival.
Il Lohengrin interpretato da Piotr Beczala ha raccolto elogi unanimi. Mai in affanno, il tenore polacco si distingue per una voce ampia, a tratti dalle sfumature “italiane”, e per un timbro luminoso. Il fraseggio è elegante, nobile e riesce a farci dimenticare la tuta da elettricista. Elza van den Heever, nel ruolo di Elsa, disegna una figura forte e assertiva. Miina-Liisa Värelä, altro soprano in scena, incarna con precisione la velenosa Ortrud, un ruolo impegnativo per la sua vasta tessitura e la resistenza necessaria, facendo leva su capacità vocali che paiono inesauribili. Il suo duetto con Elsa è uno dei momenti più intensi della serata. Il baritono Olafur Sigurdarson, altro veterano del Festival, è un Friedrich von Telramund solido dal punto di vista recitativo e vocale. Mika Kares canta il re Heinrich con voce nobile e profonda, carica di gravitas. Nel Lohengrin, le masse dei sassoni, dei brabantini e delle loro consorti assumono un ruolo di rilievo, e, come di consueto, la performance del coro del Festival, preparato con maestria da Thomas Eitler-de Lint, si conferma eccellente nel trasmetterne l’intensità emotiva.

Al termine, la platea si leva in un applauso prolungato e vibrante, manifestazione sincera di profonda ammirazione verso tutti i protagonisti.

Dettagli

Didascalie immagini

(courtesy Bayreuther Festspiele)

  1.  “Piotr Beczała (Lohengrin)”
    © Bayreuther Festspiele / Enrico Nawrath
  2. “Elza van den Heever (Elsa von Brabant), Coro del Festival di Bayreuth“
    © Bayreuther Festspiele / Enrico Nawrath
  3. “Olafur Sigurdarson (Friedrich von Telramund), Miina-Liisa Värelä (Ortrud), Coro del Festival di Bayreuth“
    © Bayreuther Festspiele / Enrico Nawrath
  4.  “Lohengrin. Secondo atto”
    © Bayreuther Festspiele / Enrico Nawrath