Peter Konwitschny, uno dei registi tedeschi più influenti degli ultimi decenni, prosegue con il Rheingold la sua interpretazione della Tetralogia per l’opera di Dortmund. Così come il celebratissimo “Ring di Stoccarda” fu affidato a quattro registi diversi, Konwitschny (che in quel Ring di 25 anni fa firmò il Götterdämmerung) lavora a Dortmund con quattro diversi team di scenografi. Quattro diverse scenografie per lo stesso regista. Le singole opere del grande ciclo wagneriano assumono ciascuna vita propria, evitando la ripetizione visiva dei costumi e degli ambienti. Anche l’ordine di presentazione delle singole parti del Ring diviene arbitrario e il Rheingold, di cui abbiamo assistito alla première, arriva in palcoscenico dopo Walküre e Siegfried.

Jens Kilian, autore delle scene e dei costumi, costruisce un mondo fantastico, bello a vedersi e molto singolare. Il sipario si apre su Alberich, un autentico gnomo che pare uscito da un libro per bambini, che pesca pacifico nella buca dell’orchestra (ovviamente il Reno). Le Rheintöchter (Sooyeon Lee, Tanja Christine Kuhn e Marlene Gaßner), davvero tre spiriti delle acque che rammentano Rusalka, fanno capolino da dietro il sipario rosso e stuzzicano il nano per poi sfuggire alle sue avance. Alberich si rifà afferrando l’Oro del Reno e letteralmente si invola con esso. La seconda scena ci trasporta d’incanto in un remoto passato preistorico. Gli Dei abitano in capanne ricoperte di pelli. E di pelli sono vestiti. Un cumulo di brace è la sola fonte di energia. Almeno il fuoco è già stato scoperto. Wotan non ha un look molto ieratico. Anzi è un troglodita che si aggira per il palcoscenico con un osso di mammut in mano. La scena è a tratti un po’ parodistica, con quei costumi e quegli oggetti che certe volte fanno venire alla mente i Flintstone. Si beve nei corni come i Vichinghi, seduti a dei tavolacci di legno. Non ci si meraviglierebbe troppo se a un certo punto Wotan sbottasse in “Wilma, dammi la clava!”. Si capisce bene che gli Dei non vedano l’ora di abbandonare quei tuguri per traferirsi al più presto nel Valhalla costruito dai Giganti. La scenografia paleolitica, oltre a essere divertente all’occhio, ha i suoi meriti. I personaggi, scevri da orpelli, sono molto caratterizzati. I conflitti fra i vari attori del dramma risaltano con forza, senza mediazione. Diventano quasi fisici, come quando i Giganti malmenano gli Dei che cercano di evitare il rapimento di Freia. O come quando il “gigante innamorato” viene gettato dal fratello malvagio sul falò di braci dell’accampamento. In più il palcoscenico, nella sua semplicità preistorica, ha una tridimensionalità che di rado si vede in scena. Le luci di Florian Franzens delineano i passaggi salienti della narrazione, come quando si attenuano e assumono tonalità crepuscolari mentre gli Dei iniziano a invecchiare. Di sicuro un Rheingold in cui non ci si annoia mai quello proposto da Konwitschny.

Nella terza scena Alberich, grazie all’Oro del Reno, è diventato un magnate che, in una metropoli di mega-grattacieli (uno skyline a meta fra Metropolis di Fritz Lang e l’universo Marvel), fabbrica armamenti e governa autocratico grazie ai poteri magici del suo tablet (il Tarnhelm originale). I Nibelunghi asserviti scavano plutonio per produrre bombe atomiche. Gli stessi ordigni che Wotan darà poi in pagamento ai Giganti, assieme al tablet e al Ring, una volta tornati nella preistoria con un altro viaggio a ritroso nel tempo. La critica politica di Konwitschny prende decisamente quota nel finale. Erda entra in scena spingendo un carrello della spesa come una senzatetto, circondata da un nugolo di bambini e di rifugiati. Forse l’umanità del futuro, una volta tramontato il mondo corrotto degli Dei. Gli stessi Dei non si sono mai rimessi dalla senescenza precoce. Wotan e famiglia entrano nel Valhalla, presumibilmente una casa di riposo, in sedia a rotelle spinti dalle Rheintöchter in divisa da infermiere. L’unico ancora perfettamente in sentimenti è ovviamente il mefistofelico Loge. Crepuscolo degli Dei anticipato? E a quel punto piovono sulla platea dei volantini colorati con su scritto “Falsch und feig ist, was dort oben sich freut!” (“Sbagliato e vile è ciò che gioisce lassù!”), i versi conclusivi del libretto cantati dalle Rheintöchter. La stessa frase campeggia su uno striscione in palcoscenico. Ulteriore rimando alla decadenza di un mondo? Critica dell’Occidente capitalista? In effetti, se si può fare un appunto allo spettacolo, nel finale si riversa un sovraccarico di messaggi esistenziali sugli spettatori.
Bene il cast in scena. Nessuno cerca di strafare vocalmente, come a volte succede con le opere di Wagner, e si apprezza la recitazione curata ed espressiva dei protagonisti. Joachim Goltz primeggia nella parte di Alberich; il baritono traccia con voce scura e potente la parabola del Nibelungo, da innocuo nano da giardino a magnate industriale di bombe atomiche, fino alla maledizione finale. L’altro mattatore della serata è Matthias Wohlbrecht nei panni di Loge, lo sciamano intrigante di questa tribù di primitivi. Il tenore, un veterano wagneriano, è padrone del palcoscenico con la sua presenza e il suo canto. Il baritono finlandese Tommi Hakala è un Wotan a tratti un po’ timido. Bisogna però ammettere che andare a giro vestiti come Fred non esalta la regalità del padre degli Dei. Accanto a lui Ursula Hesse von den Steinen restituisce con efficacia gli accenti della consorte Fricka. Il tenore austriaco Fritz Steinbacher ben si immedesima in un Mime dolente e accorato. Il soprano Irina Simmes disegna una Freia luminosa e nel fiore degli anni. Entrambi dotati di un bel timbro profondo, i giganti sono due enormi barbari che ben figurerebbero in una pellicola di Conan. Denis Velev restituisce gli accenti di Fasolt, Il gigante innamorato di Freia. Artyom Wasnetsovè un Fafner imponente e malvagio. Imperiosa per voce e gesto l’Erda sui generis di Melissa Zgouridi.

Gabriel Feltz, alla guida della Dortmunder Philharmoniker, offre una direzione misurata e precisa. Sa quando creare tensione e quando permettere alla musica di assumere spessore e profondità. Non un passaggio va perso in questo Rheingold. Ogni pagina è un piacere, dagli accenti vivaci e maliziosi delle Rheintöchter al buio tetro del Nibelheim. Quando si chiude il sipario la platea festeggia i protagonisti della serata, mentre si leva qualche contestazione verso la regia. Alla fine applausi convinti per tutti. Adesso si attende la rappresentazione del ciclo completo del Ring di Konwitschny nel maggio ’25.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Morgan Moody, Irina Simmes, Sungho Kim, Tommi Hakala, Ursula Hesse von den Steinen, Matthias Wohlbrecht, Denis Velev, Artyom Wasnetsov
    foto © Thomas M. Jauk
  2. Joachim Goltz, Fritz Steinbacher, Comparse del Theater Dortmund
    © Thomas M. Jauk
  3. Marlene Gaßner, Tanja Christine Kuhn, Sooyeon Lee
    © Thomas M. Jauk

In prima pagina:
Morgan Moody, Irina Simmes, Sungho Kim, Tommi Hakala, Ursula Hesse von den Steinen, Matthias Wohlbrecht, Denis Velev, Artyom Wasnetsov
foto © Thomas M. Jauk
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