Un nuovo “Tristan und Isolde” ha debuttato questa estate al Festival di Bayreuth, appena due anni dopo la bella produzione firmata da Roland Schwab. Partiamo dalla messinscena. Bisogna ammettere che la regia del Tristan è sempre una fatica erculea. Durante le quattro ore e mezza di rappresentazione non succede quasi nulla. Pochissimi elementi del dramma hanno a che fare con l’esteriorità e tutta la narrazione si concentra sul mondo interiore dei personaggi. L’islandese Thorleifur Örn Arnarsson, alla sua quarta regia wagneriana e al debutto sulla Collina Verde, non segue la strada (invero ormai un po’ usurata) del Regietheater e non pretende di innestare i propri convincimenti sull’ispirazione originale dell’opera. Arnarsson rifugge anche da eccessi di iperattivismo e inserisce le emozioni travolgenti del Tristan in grandi pitture buie ed essenziali. Quasi simbolistiche. In questi spazi vuoti decifrare e interpretare lo spettacolo è compito affidato in gran parte allo spettatore.

Scarno il palcoscenico del primo atto costruito da Vytautas Narbutas. Il ponte spoglio di una nave. Dai pennoni le sartie cadono sulla tolda. Buio e piccole macchie di bruma bianca. Isolde occupa il centro della scena circondata dal suo immenso abito da sposa, opera della costumista Sibylle Wallum. La fanciulla scrive con un pennello nero sulla crinolina bianca del vestito. Non si capisce cosa siano queste scritte (almeno dalla fila 26 della platea). Forse il suo diario? Anche qui si lascia lavorare l’immaginazione dello spettatore. I brandelli del grande vestito di Isolde accompagneranno la recita fino al finale, Tristan ne terrà uno in mano durante la sua agonia. Alla semplicità enigmatica del primo atto si contrappone il caos, altrettanto enigmatico del secondo. Il ventre arrugginito di una grande nave accoglie una varietà assortita di paccottiglia. Quasi un grande negozio di rigattiere in cui si mescola di tutto. O una soffitta in cui si accumula il disordine di decenni. Un mappamondo, statue, libri, animali impagliati, ruote dentate e perfino un quadro di Caspar David Friedrich appeso alla parete della sala macchine. Qui Tristano e Isotta dovrebbero dare vita alla grande notte di passione, il duetto amoroso più lungo e celebrato della storia del teatro musicale. Peccato che in questo mucchio di cianfrusaglie il trasporto dei sensi non prenda mai il sopravvento. I due restano a distanza. Non interagiscono. Sembrano bloccati. L’impossibilità di comunicare la fa da padrona. Forse l’amore è solo una possibilità fra tante. Per tutta la rappresentazione sembra aleggiare una perenne sospensione delle forze vitali, sottolineata dalle luci crepuscolari create da Sascha Zauner. D’altra parte, la negazione risoluta della volontà di vivere è un tema portante del Tristan e Arnarsson accentua il desiderio di morte che pervade il dramma. Tristan stesso tenta già nel secondo atto di bere il filtro mortale, invece di essere ferito a morte dalla spada di Melot. Nel terzo atto il vascello è ormai demolito. Forse è proprio tutto il mondo che va in rovina. Resta solo lo scheletro del fasciame a racchiudere il dramma finale. Tristano è accasciato su un ultimo mucchio di carabattole e lì troverà la fine.

In tutta onestà, anche se l’impatto visivo resta sempre potente, col trascorrere del tempo l’immobilità delle scene diventa un po’ monotona, anche per la recitazione piuttosto minimalista dei protagonisti. In questo mondo statico e un po’ dissociato la musica è la sostanza essenziale e la direzione sofisticata di Semyon Bychkov ci ha regalato uno dei migliori Tristan degli ultimi anni. Ai suoi comandi la Festspielorchester crea un suono vellutato e abissale, a tratti quasi di filigrana, fin dalle tre note iniziali del Tristan-Akkord. Il direttore russo (ma trasferitosi in Occidente fin dagli anni Settanta) miscela con maestria i colori notturni del Tristan, sospende meravigliosamente dei pianissimi appena udibili e lascia ai cantanti tutto lo spazio di cui hanno bisogno.
Andreas Schager è un Heldentenor dalla tenuta inesauribile per tutti i tre atti. Rimanda con forza tutta la sofferenza di Tristan e nel finale il suo canto eroico vira verso toni più intimi per descrivere la sofferenza dell’attesa e il lento declino verso la morte. Da notare che il tenore austriaco in questa edizione 2024 del Festival ha cantato anche Parsifal, tante volte il solo Tristan fosse compito troppo leggero. Camilla Nylund tiene testa agli smisurati volumi vocali di Schager facendo ricorso al suo timbro lirico e ricco di bellissime sfumature. Il soprano disegna una Isolde tormentata, a tratti chiusa in sé stessa, quasi assente, fino a un Liebestod ammaliante e raffinato. Eccellente anche il resto del cast. Christa Meyer è una Brangäne piena di carattere che si ritaglia un ruolo importante accanto ai due protagonisti. Il baritono Olafur Sigurdarson canta Kurwenal con voce sicura e un bel ventaglio di colori e sfumature. Energico e intenso il Marke del basso austriaco Günther Groissböck (il suo settimo ruolo di primo piano a Bayreuth!). Convincente per voce e gesto il Melot di Birger Radde.

Alla fine, ovazioni a raffica per tutti e pubblico che applaude per lunghi minuti. Anche quest’anno il Festival si è dimostrato un appuntamento musicale imperdibile per gli appassionati dell’opera. Si torna a casa soddisfatti e l’attesa per le prossime edizioni è già alta. Nel 2025 Daniele Gatti dirigerà la nuova produzione dei Meistersinger. L’edizione del giubileo del 2026, che celebrerà i centocinquant’anni del Festival, proporrà invece tutte le dieci opere da sempre rappresentate alla Festspielhaus e – novità assoluta! – il Rienzi che fino ad adesso è sempre stato escluso dal canone di Bayreuth.

Dettagli

Didascalie immagini

(courtesy Festival Press Office)

  1. Primo atto. Camilla Nylund e Andreas Schager
  2. Primo atto, Christa Meyer
  3. Secondo atto. Olafur Sigurdarson, Birger Radde, Andreas Schager, Günther Groissböck, Camilla Nylund, Christa Meyer
    foto © Enrico Nawrath