Portare in scena Les Troyens, grand opéra in cinque atti, è una sfida da far tremare i polsi a impresari, registi e direttori. Ore di musica, una ventina di interpreti, cori immensi, schiere di comparse. Un impegno teatrale a volte paragonato al Ring wagneriano. Non è un caso che dopo la sua composizione fu rappresentato soltanto a pezzi e lo stesso Berlioz non vide mai il suo capolavoro proposto per intero. La prima esecuzione scenica completa avvenne nel 1890, ben 21 anni dopo la morte del compositore. Tuttora non capita sovente in cartellone, va quindi reso merito alla Semperoper per la nuova produzione di questo monumento romantico dell’Ottocento francese.

Les Troyens sono di fatto due opere in una. Lydia Steiner e il suo team creano un impianto scenico piuttosto particolare e raccontano la caduta di Troia e l’amore tragico della regina di Cartagine giocando sui contrasti fra due mondi diversi e fra le pulsioni che li muovono. I primi due atti, rimodellati all’epoca della Belle Époque, mostrano un popolo che dopo dieci anni di assedio si illude di avere gli orrori alle spalle e un futuro radioso davanti a sé. Chiaro il parallelo storico con il Fin de Siècle europeo, quando si festeggiavano arti e progresso tecnico senza scorgere gli immensi cataclismi che il Secolo Breve avrebbe portato da lì a poco. I costumi precisissimi e colorati di Gianluca Falaschi accentuano l’atmosfera decadente di una civiltà intossicata di false illusioni che passa da un brindisi a una celebrazione e si rifiuta di vedere la distruzione incombente. Spesso in maniera quasi caricaturale: Priamo sembra un granduca da operetta con la fascia sul petto. Cassandra, la figura centrale di questo primo capitolo, è l’unica ad avvistare l’Apocalisse che si avvicina. Figura tragica. Profetessa che parla inascoltata e si dispera. Neanche il fidanzato Corebo le presta orecchio. Fino alla catastrofe terminale.

All’atmosfera decadente di Troia fa da contrasto Cartagine, una sorta di Repubblica Popolare ante litteram edificata dai profughi di Tiro, trasformati in sorridenti pionieri da iconografia sovietica. Didone, l’altra figura centrale del grand opéra di Berlioz, siede a un tavolo da architetto al centro della scena pianificando la costruzione del paradiso in terra. Lo sbarco dei profughi troiani sconquassa la pace dell’operoso alveare cartaginese e la pace interiore della regina. I nuovi arrivati sono un’orda di guerrieri consumati da mille battaglie (donne e bambini sono rimasti a Troia). Appena approdati in Africa, fanno piazza pulita dei cattivissimi Numidi, una via di mezzo fra i quaranta ladroni e i barbuti dell’ISIS, ma poi diventano una fastidiosa e violenta forza di occupazione. Una soldataglia ubriaca che svuota le cantine e molesta le femmine (anche se la scena gratuita dello stupro ce la saremmo volentieri risparmiata). Nel frattempo scoppia la passione fra Enea e Didone e la regina, persa in nuovi sogni amorosi, tralascia del tutto la cura del suo popolo. Finché Enea non deve obbedire al volere degli Dei (“Italie! Italie!”) che prevale sui sentimenti e deve far vela distruggendo il cuore della sventurata Didone. Non che la cosa lo turbi poi più di tanto.
Lo spettacolo della Semperoper ricrea con sapienza le dimensioni d’insieme della più grande opera di Berlioz. Les Troyens è un’epopea di guerra e pace che mette al centro le vicende di due interi popoli; Lydia Steiner fa un uso sapiente delle masse, creando quadri corali di forte impatto. È anche uno spettacolo colorato, con bei colpi d’occhio e non pesano le quasi cinque ore di maratona teatrale (intervalli inclusi), anche grazie a certe trovate registiche, come il cavallo di Troia rimpiazzato da un monumento equestre imbandierato.

Gli interventi del coro (anzi, i cori!) e la forza interpretativa delle due primedonne regalano i momenti più emozionanti della serata. Il coro della Sächsischen Staatsoper, rafforzato da un extra coro e dal coro delle voci bianche, apre e chiude lo spettacolo. Sono masse di popolo che gioiscono, si disperano, cantano e sperano. La potenza e la precisione degli inserti corali fanno emergere il gran pathos collettivo dell’opera di Berlioz.
Cassandra e Didone sono due donne, nobili per rango e per sentimenti, che hanno legato il loro destino a quello del loro popolo, accomunate da una tragica sorte. Jennifer Holloway è una Cassandra impressionante. Vocalmente perfetta, profetizza inascoltata (il suo “Malheureux Roi!” è davvero coinvolgente) fino al tragico finale del secondo atto quando, ormai preda di furore spiritato, spinge le donne troiane a immolarsi in un suicidio di massa. Una scena estatica di grande impatto, anche grazie al coro femminile che aggiunge ondate di forza emotiva. Davanti a questo quadro affiorano naturali alla mente le parole di Christa Wolf in Cassandra: “Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere”. Christa Mayer disegna una Didone straordinaria, che passa dalla serenità iniziale alla passione amorosa e alla disperazione rabbiosa. Nella scena finale tocca vette di maestosa espressività quando, superba per forza recitativa, proietta un prisma luminoso di colori vocali precisi come un raggio laser. Malaccorto chi ha abbandonato la sala alla seconda pausa e ha perso un grande momento di teatro musicale.

Vocalmente corretto l’Enea di Bryan Register, soldato che non cambia mai espressione neanche nei momenti di (supposto) abbandono lirico, come nel grande duetto amoroso del quarto atto (”Nuit d’ivresse”) ispirato dal Mercante di Venezia di Shakespeare. È pur vero che Berlioz disegna Enea come un antieroe ma quello visto in scena a Dresda è davvero una specie di rigido John Wayne, con tanto di stivaloni e bretelle. Agnieszka Rehlis restituisce gli accenti giovanili di Anna, la sorellina di Didone, con voce potente e ricca di belle sfumature bronzate. Evan Hughes è un Narbal impetuoso e dedito alla causa e Simeon Esper canta l’inno a Cerere con chiara voce tenorile. Bravi anche i comprimari fra cui si fa notare un Ascanio en travesti (il giovane soprano Emily Dorn) assetato di battaglia. John Fiore mantiene l’equilibrio fra i numerosissimi protagonisti musicali della serata e alla guida della Staatskapelle mette in risalto tutta la grandezza della partitura e il tratto romantico del “Couleur Berliozienne”.
Brava la Semperoper per averci dato l’occasione, sempre piuttosto rara, di apprezzare l’opera monumentale di Hector Berlioz in una produzione convincente per voci e regia.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Jennifer Holloway, Sächsischer Staatsopernchor

  2. Jennifer Holloway, Sächsischer Staatsopernchor

  3. Christa Mayer, Sächsischer Staatsopernchor

  4. Agnieszka Rehlis, Christa Mayer

Copyright photo © Forster

IN COPERTINA:
Sächsischer Staatsopernchor
Copyright photo © Forster

 

Les Troyens

Hector Berlioz

Grand opéra in cinque atti.
Libretto di Hector Berlioz dall’Eneide di Virgilio.
In francese con sottotitoli in tedesco e in inglese.

Direttore John Fiore
Regia Lydia Steier
Scene Stefan Heyne
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Fabio Antoci
Maestro del coro Jörn Hinnerk Andresen

Cast
Énée Bryan Register
Chorèbe Christoph Pohl
Panthée Tilmann Rönnebeck
Narbal Evan Hughes
Iopas Joel Prieto
Ascagne Emily Dorn
Cassandre Jennifer Holloway
Didon Christa Mayer
Anna Agnieszka Rehlis
Hylas Simeon Esper
Priam Chao Deng
Der Schatten Hectors / Mercure Alexandros Stavrakakis
Hélénus Simeon Esper
1. trojanischer Soldat / ein griechischer Führer Jiří Rajniš
2. trojanischer Soldat / Soldat Matthias Henneberg
Priester des Pluton Tilmann Rönnebeck
Hécube Ute Selbig
Polyxène Roxana Incontrera
Andromache Angela Schlabinger
Sächsischer Staatsopernchor Dresden
Sinfoniechor Dresden – Extrachor der Sächsischen Staatsoper Dresden
Kinderchor der Sächsischen Staatsoper Dresden
Sächsische Staatskapelle Dresden