Da venerdì 12 settembre a giovedì 13 novembre, la Sala delle Esposizioni dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze ospiterà Slavko Kopač. Il tesoro nascosto. Arte informale, surrealismo, art brut che, curata da Roberta Trapani e Pietro Nocita, sarà la prima grande retrospettiva in Italia dedicata all’artista franco-croato, figura centrale nella fondazione della Compagnie de l’Art Brut e primo conservatore della Collection de l’Art Brut, incarico che ha rivestito per quasi trent’anni al fianco di Jean Dubuffet.

La mostra segna il suo ritorno a Firenze dopo la personale del 1945 – presso la Galleria Michelangelo in via Porta Rossa – offrendo un’occasione unica per scoprire, o approfondire, l’opera di una figura enigmatica e complessa, che seppe incarnare lo spirito innovativo e interdisciplinare di un’epoca di rinascita culturale dalle macerie del dopoguerra.

Slavko Kopač (Vinkovci, 21 Agosto 1913 – Parigi, 23 Novembre 1995) si formò in un ambiente accademico rigoroso, esordendo con opere segnate da una fedele adesione ai canoni del Naturalismo. Tuttavia, il linguaggio artistico si è evoluto rapidamente, liberandosi dalle regole della tradizione e superando anche le suggestioni impressioniste, per abbracciare una visione espressiva più autonoma e sperimentale. La ricerca lo spinse oltre i confini della rappresentazione convenzionale, portandolo a esplorare materiali inusuali e tecniche eterogenee, in un dialogo continuo tra materia e immaginazione, forma e intuizione poetica.

Nella prima metà del Ventesimo secolo, molti artisti rivolsero la loro attenzione alle produzioni delle culture non occidentali e all’arte degli autodidatti, riconoscendole come espressioni autentiche e non mediate dalle convenzioni accademiche, capaci di rivelare una dimensione archetipica e universale del linguaggio artistico. L’arte di Kopač può essere compresa all’interno di questo contesto culturale e concettuale, interpretata alla luce degli studi di Bataille sull’informe e il sacro, di Freud e Jung sull’inconscio, del concetto di bricolage teorizzato da Lévi-Strauss e della riflessione di Huizinga sul gioco come fondamento della cultura umana, sviluppati nel primo trentennio del Secolo breve.

L’artista sviluppò un linguaggio visivo che attingeva alle radici archetipiche dell’esperienza umana. Il suo lavoro nasceva da una tensione creativa che rifletteva il disordine del dopoguerra e, al contempo, un bisogno profondo di riconnettersi all’essenza ludica, istintiva e collettiva dell’arte, intesa come atto universale e fuori dal tempo.

La retrospettiva fiorentina si articolerà attorno a due momenti centrali: il periodo fiorentino, tra il 1943 e il 1948, segnato dalla guerra e dalla ricostruzione, durante il quale Kopač elaborò un linguaggio espressivo originale che lo impose rapidamente sulla scena artistica internazionale; il periodo parigino, in cui l’artista si affermò come figura chiave al crocevia tra surrealismo, arte informale e art brut, non come autore di quest’ultima, ma come suo strenuo difensore e promotore.

A Parigi nell’estate del 1948 incontrò Jean Dubuffet, che lo riconobbe come interlocutore privilegiato e lo volle tra i suoi più importanti collaboratori nel progetto della Compagnie de l’Art Brut a cui Kopač si dedicò fino all’apertura al pubblico, nel 1976, della Collection de l’Art Brut di Losanna. Nello stesso periodo, entrò in contatto con André Breton, il quale apprezzò profondamente il suo immaginario onirico e totemico, accogliendolo nella cerchia surrealista. Il loro incontro si concretizza nel 1949, con l’illustrazione da parte di Kopač del poema Au regard des divinités, pubblicato in edizione limitata con calligrafia di Breton e disegni originali. Nel 1953 espone alla galleria surrealista À l’Étoile Scellée, e nel 1954 realizza con Breton un poema-oggetto a quattro mani, tra le testimonianze più emblematiche del loro dialogo artistico. Pur intrattenendo un intenso rapporto con l’ambiente surrealista, Kopač non aderì mai formalmente al movimento, mantenendo una posizione autonoma.

La mostra, quindi, evidenzierà la forza creativa e il dialogo tra linguaggi che hanno segnato il secondo dopoguerra, restituendo l’eredità di una stagione artistica che continua a influenzare profondamente l’arte contemporanea.