L’11 settembre 2001 avevo 27 anni ed ero in quel periodo della vita in cui hai finito di studiare e non hai più alibi, sai che devi cominiciare a lavorare sul serio, ma ti prendi ancora un po’ di tempo perché tanto capisci che dopo sono dolori, un po’ come quando la mattina suona la sveglia, premi il tasto snooze e ti giri dall’altra parte per dormire ancora 10 minuti.
La sera dell’11 settembre 2001 ricordo che eravamo seduti nel divano di casa, sì anche il cane e alcunini amici, a fissare imbambolati le immagini che ci rimandava uno vecchio televisore polveroso che non accendevo mai se non per guardare qualche film in VHS. Guardavamo sconvolti ed in religioso silenzio i filmati, trasmessi in loop da tutti i canali, dei due aerei che si schiantavano sulle torri e poi questi due giganti di vetro e cemento che prendevano fuoco e alla fine collassavano su loro stessi.
Sì perché quelli della mia generazione, che la guerra in Vietnam l’hanno vista solo nei film americani, scene del genere non le avevano mai viste prima. E’ vero, c’era stata la guerra del Golfo che però, dalla tv, sembrava più un videogame che una guerra vera e propria. E poi il conflitto etnico nella ex Jugoslavia, di cui però i media ci hanno fatto vedere ben poco.

Dal quel momento in poi, purtroppo, è triste ammetterlo, alle scene di guerra, distruzione e terrore ci abbiamo fatto l’abitudine, sono entrate a far parte del nostro quotidiano. A cominciare dalla guerre in Afghanistan e Irak che stanno tuttora provocando morte e terrore, all’odioso e tuttora incomprensibile conflitto siriano che oltre a causare più di seimila vittime e costringere una quantità innumerevole di persone a fuggire dal proprio paese, ha ridotto a un cumulo di macerie città come Aleppo che avevano una storia e una tradizione millenaria; fino alla guerra in Libia e ai ripetuti attacchi terroristici dell’ISIS che molto somigliano a un conflitto bellico.
L’11 settembre 2001 per quelli della mia generazione ha di fatto rappresentato la fine dell’età dell’innocenza e poco importa se a organizzare l’attentato sia stato Osama Bin Laden, George Bush, i sionisti americani o Topolino, il dibattito tra i sostenitori della versione ufficiale e i complottisti non mi ha mai appassionato.
Noi nati in un periodo di pace, a distanza di circa 30 anni dall’ultimo conflitto mondiale, eravamo convinti che il concetto di guerra per difendere i propri confini e per combattere le mire espansionistiche di qualche pazzo criminale, almeno in occidente, fosse storicizzato ed appartenesse ad un’epoca ormai lontana.
L’attacco alle torri gemelle è stato un brusco risveglio e ci ha fatto comprendere che la pace sociale, la prosperità e il benessere non erano più scontati, neppure per noi “fortunati” occidentali. Oltre a sancire in modo definitivo anche la fine del sogno di un mondo più equo, più sostenibile e più solidale che permettesse a tutte le classi sociali di accedere alla ricchezza. Fine di cui del resto avevamo già avuto le prime avvisaglie qualche mese prima quando a Genova il grido di centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo, che ancora era convinti che “un altro mondo era possibile”, fu soffocato nel sangue con il pretesto di arginare poche decine di violenti.
E così, ripensando all’11 settembre 2001 e a tutto quello che accadde negli anni successivi – con il rimpianto di tutto quello che poteva essere ma non è stato – sento, come il protagonista del fortunato film di esordio di Paolo Virzì, di cui ricorre il ventennale proprio in questi giorni, “una specie di ovo sodo dentro che non va né in su, né in giù, ma che ormai mi fa compagnia come un vecchio amico”.