San Benedetto del Tronto è una tranquilla cittadina di mare, adagiata lungo la costa meridionale delle Marche alla foce del fiume Tronto, affollata durante la stagione estiva da famiglie in villeggiatura e nota per il suo mercato ittico.
Ma dal 24 agosto 2016 è diventato anche un luogo cruciale per l’accoglienza degli sfollati del terremoto del Centro Italia che hanno dovuto abbandonare le loro case perché crollate o comunque inagibili. Attualmente circa 2.500 persone alloggiano in alberghi, residence e case private della cittadina marchigiana.
Lo scorso mese di giugno sono stato a San Benedetto per una settimana, aggregato ai volontari di Oxfam che insieme ad un’altra Ong italiana, il GUS (Gruppo umana solidarietà), pochi giorni dopo il sisma hanno avviato una partnership per far fronte all’emergenza e per portare i primi soccorsi alle popolazioni colpite.
L’idea che sta alla base del progetto realizzato dalla due organizzazioni è di focalizzare gli interventi sull’assistenza psicologica e logistica alle persone vittime del terremoto.

Vivendo per una settimana a stretto contatto con numerosi sfollati, mi sono reso conto che il sisma oltre a provocare morte, distruzione e crolli di interi paesi, ha lasciato dietro di sé lesioni e traumi “invisibili” altrettanto gravi e profondi che hanno colpito i sopravvissuti.
I racconti e le testimonianze delle vittime del terremoto, mi hanno dato la misura della tragedia che hanno vissuto e della sofferenza che si portano addosso, molto più delle tante immagini delle macerie trasmesse in modo incessante dai media nei giorni successivi al sisma.
Mentre accompagno Aldo – uno sfollato di Amatrice – a fare una visita in ospedale, mi confessa che prima del terremoto, non aveva mai sofferto di insonnia e che adesso si sveglia tutte le notti alle 3:36 (l’ora della prima scossa) e non riesce più ad addormentarsi.
Pierino, di Arquata sul Tronto, era arrivato ad ottant’anni senza mai entrare in un ospedale, la sua cura era fare lunghe passeggiate in collina con il suo cane. Dal giorno del sisma, alloggia in una camera di albergo di San Benedetto ed è già stato ricoverato due volte per delle brutte polmoniti.
E poi c’è Alessio, uno dei pochi superstiti di Pescara Sul Tronto, a cui il terremoto ha portato via tutto e che non vuol più tornare a vivere nel suo paese. Ma appena possibile tornerà a rimettere a posto la lapide della madre, anche essa lesionata dal sisma, perché “almeno i morti devono riposare in pace”.
Emanuele, uno psicologo del GUS, mi ha spiegato che per metabolizzare i traumi provocati da un terremoto ci vuole molto tempo, a volte anni. Lo sradicamento dal territorio provoca nelle persone colpite un senso di alienazione che nella migliore delle ipotesi provoca noia e frustrazione ma che spesso può degenerare in serie patologie come ansia e depressione. La mancanza di privacy, inoltre, causata dagli spazi angusti in cui gli sfollati sono costretti a soggiornare crea talvolta problemi nei rapporti famigliari, soprattutto nei nuclei più numerosi e induce soprattutto i giovani a fare abuso di alcol.
A ciò si aggiunge un diffuso sentimento di rassegnazione, provocato da un’amministrazione statale che anche in questo caso non ha mantenuto le promesse iniziali e ha tradito la fiducia dei propri cittadini. Agli sfollati di San Benedetto, infatti, era stata garantita,la consegna, entro l’inizio della stagione estiva, dei moduli abitativi in costruzione nei rispetti paesi di provenienza.
Ma la maggior parte di loro, alla fine di giugno, erano ancora alloggiati in residence o strutture alberghiere in attesa di conoscere il loro destino e pronti ad effettuare l’ennesimo trasloco, per fare spazio ai turisti che, come ogni anno si riversano sulla costiera marchigiana.
Così, dopo una settimana trascorsa “sul campo”, si può facilmente comprendere che l’attività delle ONG sul territorio sia fondamentale per garantire un minimo di assistenza e per migliorare la condizione delle persone colpite dal sisma, dato che la limitata presenza della protezione civile nazionale non sarebbe sufficiente per sopperire alle esigenze degli sfollati e per far fronte ad una situazione di emergenza che è tutt’altro che terminata.
Vorrei però chiudere il resoconto di questa mia esperienza con una storia positiva. E’ quella di Agnese, una donna affetta da disturbi psicologici che viveva da sola con il suo cane in un piccolo paese del Lazio. Agnese è stata trasferita in un albergo di San Benedetto dopo che la sua casa, a seguito del sisma di agosto, è stata dichiarata inagibile. In mezzo agli altri sfollati e grazie anche all’ottimo lavori degli psicologi e dei volontari, adesso ha trovato una nuova “famiglia”, ha cominciato una terapia ed è regolarmente seguita dal centro di salute mentale di zona. E forse è l’unica che non vorrebbe più tornare a casa…
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Installazione in palazzina azzurra a San Benedetto del Tronto