In queste settimane di isolamento mi sono più volte trovato a riflettere, anche in modo inconsapevole, su come questa pandemia ha cambiato la mia vita.
Non mi appassionano molto le disquisizioni sugli effetti del virus nel lungo periodo che ritengo impossibile prevedere. Non faccio parte del partito del “nulla sarà come prima” o del “sarà un’occasione per migliorare la nostra società”, ma neppure di coloro i quali ritengono che non impareremo proprio nulla da questa esperienza e che una volta terminata, tutto ricomincerà esattamente come prima.
Mi piace invece soffermarmi ad analizzare i cambiamenti tangibili ed immediati ed ho osservato in particolare, come sia mutato il mio rapporto con il tempo ed il suo trascorrere.
Nel tempo “ordinario” precedente alla diffusione del virus, le mie giornate erano scandite da una serie di appuntamenti, impegni ed eventi che si ripetevano uguali tra loro nel dileguarsi di settimane anonime.
La mattina sveglia più o meno alla solita ora, il lavoro che occupa gran parte della giornata, fino ad arrivare alla sera in cui, in funzione dei giorni della settimana, mi dedicavo allo sport, all’aperitivo con gli amici, alla visione di un film o una serie tv. Poi arrivava il week end e la cerimonia si ripeteva con le stesse modalità: una corsa lungo il fiume, la spesa al supermercato, la cena al ristorante, la pizza e il cinema della domenica sera. E così la settimana “liturgica” trascorreva placidamente.
Quando sono a casa il tempo si ritrae e mi sfugge di mano, troppe sono le cose che vorrei fare e che durante il tempo “liturgico” avevo sempre rimandato. Questo tempo che mi è concesso mi pare un lusso, non c’è spazio per la noia, al contrario, subentra l’ansia di non sfruttarlo a pieno. Vorrei meditare, fare yoga, leggere i classici, studiare filosofia, cominciare a scrivere un romanzo e riguardarmi tutti i film di Fellini.
Ecco che allora il tempo, in questa dimensione, acquista valore, lo apprezzo in ogni minuto che scorre e sprecarlo mi sembra un sacrilegio. Ed è così che il tempo “ordinario” delle giornate scandite da impegni ed appuntamenti, si trasforma in un tempo unico, prezioso, o per meglio dire “sacro”. Un tempo indefinito dove non esistono più giorni feriali e giorni festivi ed in cui è addirittura svanita quell’ansia mista a malinconia che ti attanagliava il tardo pomeriggio della domenica e pure il pessimo umore del lunedì mattina. Pensandoci bene si tratta delle medesime sensazioni che provo quando sono in viaggio, quando visito un posto nuovo e mi coglie la smania e la curiosità di vedere quante più cose e luoghi possibili perché sono eccitato dalla novità e anche in quella situazione il tempo sembra sfuggirmi di mano.
Ma dopo qualche giorno che giro senza meta, spesso mi capita di trovare il “mio posto” che può essere un bar con i tavolini al sole, un giardino, lo scorcio di una piazza. E allora mi fermo, finalmente mi rilasso, chiudo la guida e non penso più a tutti i luoghi o monumenti che mi hanno suggerito di visitare. E lì, in quel momento raggiungo lo scopo del mio viaggiare.
Allo stesso modo in questi strani giorni, finisco per sentirmi una sorta di “viaggiatore virtuale” che mentre cerca di appagare la sua smania, si ritrova seduto nella poltrona del salotto a riflettere su questa nuova dimensione ed a apprezzare la “sacralità” di questo prezioso tempo che ci è concesso.
Allora mi chiedo, ma veramente ho così tanta voglia di tornare al quel tempo “ordinario” che rendeva le settimane tutte uguali? Davvero ho tutta questa fretta di farmi intrappolare nella circolarità di quei giorni anonimi, come capitava a Bill Murray nel film cult degli anni ’90, “Ricomincio da capo”?
E’ paradossale, ma al cospetto di una crisi che ci costringe all’isolamento ed a rinunciare a tutto ciò che fino a poche settimane fa costituiva la base delle nostre vite, dentro il mio piccolo appartamento respiro un vago ma inebriante profumo di libertà.
La libertà di stare a casa senza vestirmi, di non farmi la barba, di non rispettare gli orari. La libertà di non andare a cena fuori, di non fare l’aperitivo, di non rispondere al telefono e di non dover incontrare qualcuno; la libertà di non organizzare il week end, di non festeggiare il compleanno e di non comprare niente. Che a ben pensarci solo la scusa della quarantena ti può garantire, senza essere giudicato strano, fancazzista o maleducato.
Così, mentre sono assorto in questi pensieri mi torna alla mente una frase “adolescenziale” che ai tempi del liceo leggevo spesso nei diari dei miei compagni: fermate il mondo…voglio scendere!
Beh, adesso che il mondo, contro ogni realistica previsione, si è davvero fermato, non possiamo perdere questa occasione per scendere a sgranchirsi le gambe prima di riprendere il viaggio.
Didascalie immagini
Le nostre città svuotate: Roma, Firenze, Napoli
In copertina
Un panorama di Firenze, piazza Santa Croce, svuotata dalle norme di contenimento della pandemia
[particolare]
(fonte)