Il premio Oscar fu istituito nel 1929 come dispositivo promozionale dall’industria cinematografica di Hollywood e questa notte saranno assegnate le statuette per la sua 98ª edizione, un riconoscimento che ha fatto storia, diventando oggetto iconico e modello per l’istituzione di infiniti altri premi analoghi in tutto il mondo, ma di fatto è nato e si è sviluppato come evento ‘locale’ degli Stati Uniti.

Negli ultimi anni però l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences che procede all’assegnazione si è via via sempre più aperta a più ampi orizzonti, un tempo era necessario aver avuto una candidatura per entrare a far parte dell’istituzione, ma negli ultimi tempi è nato l’uso di formulare inviti a personalità affermate del cinema negli altri paesi, perché prendano parte alle votazioni. Notizie ufficiali apertamente diffuse non sono disponibili, ma attualmente il corpo elettorale si attesterebbe su una cifra di circa undicimila votanti e l’età media dei giurati, per la prima volta, adesso è scesa sotto i cinquant’anni.

Questo ha aperto le candidature a opere di idiomi diversi dall’inglese, fino alla vittoria del coreano Parasite di Bong Joon-ho che nel 2020 ha trionfato come miglior film dell’anno, prima volta assoluta che costituisce vero e proprio spartiacque; le cose però sono più complesse e, dietro ogni vittoria, si nascondono dispendiose campagne elettorali, spesso promosse – è il caso degli attori – anche dal diretto interessato, che iniziano mesi prima della scelta dei candidati, con copertine sui rotocalchi che contano, interviste e passerelle varie per porsi al centro dell’attenzione.

Un dispositivo egoico che spesso ha più a che fare col narcisismo individuale che con l’oggettivo risaltare di un’interpretazione su un’altra, posto che non ci sono parametri possibili per confrontare ruoli e storie diversi, e che nei discorsi di ringraziamento in cui il vincitore elogia i colleghi ‘battuti’ può raggiungere alti gradi di ipocrisia, quando non scivola proprio nel ridicolo. La formula nel tempo è cambiata da “il vincitore è…” a quella attuale “…e l’Oscar va a…” che cerca forse di mitigare la contrapposizione, un coprire con la mitica foglia di fico quello che rimane il motore dell’intera operazione: la competizione.

Fin qui sono solo peccati veniali, ma dato che l’assegnazione delle statuette si traduce in propulsione per i film premiati e quindi aumento dei ricavi, nel tempo si è assistito a operazioni molto aggressive in uno stile inaugurato dal decaduto Harvey Weinstein, lo stupratore seriale padrone incontrastato nella Hollywood degli anni ’90, a cui deve l’Oscar anche un attore medio come Roberto Benigni, protagonista del suo La vita è bella distribuito negli Stati Uniti dalla Miramax del produttore, che quell’anno si ‘assicurò’ diverse vittorie a partire dal miglior film assegnato all’insipido Shakespeare in love.

Di queste prassi aggressive l’anno scorso ha fatto le spese Emilia Pérez di Jacques Audiard – favorito e con il record assoluto di candidature per un film non in lingua inglese – quando è stato diffuso un vecchio post sui social della protagonista Karla Sofía Gascón, non in linea col politicamente corretto di oggi, che ha dato il via a una valanga di fango che ha travolto l’intero film: due statuette su tredici a cui era candidato. Analoga e certo più grave negli argomenti, la polemica che quest’anno anima la questione della separazione dei fratelli Safdie, un tempo sodali e inseparabili alla regia dei loro film.

Benny Safdie ha esordito in solitaria con The smashing machine che, dopo il premio alla regia a Venezia 82, ha raccolto ben pochi entusiasmi e una sola candidatura per il trucco, mentre il fratello Josh ha firmato quel Marty supreme osannato da più parti (eccessivamente, a mio parere anche senza troppo merito) e candidato a nove Oscar; secondo Page Six – inserto del New York Post che da cinquant’anni si nutre di pettegolezzi – la separazione professionale dei due cineasti sarebbe dovuta a un ‘incidente’ sul set del loro Good time, dove una minorenne che interpretava una prostituta avrebbe subito molestie dall’attore con cui doveva girare una scena.

Se la cosa fosse verificata andrebbe denunciata in sede giudiziaria, non conservata in un cassetto – il fatto risalirebbe al 2016 – per essere tirata fuori adesso in modo strumentale per demolire Josh e il suo film, in un modus operandi che assomiglia tanto alla strategia del dossieraggio in uso negli ambienti politici, dove l’informazione diventa arma di ricatto per ottenere o impedire qualcosa. Tutto questo è molto triste e toglie smalto a una competizione che finisce con l’aver poco a che fare con merito e bravura, ma molto di più con capitali investiti e strategie avvelenate da una contrapposizione poco etica e senza esclusione di colpi.

Per questo motivo, in perfetta armonia con lo statuto del nostro magazine che non prevede di promuovere polarizzazioni o conflitti, in una contemporaneità che ne è già ben satura, quest’anno non troverete domani mattina il consueto rapporto annuale sulla Notte delle Stelle, ormai sempre più irreparabilmente rese opache dalla melma in cui si muovono.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Hollywood nella realtà: qualche strada sporca in cui è nato un mito che non esiste – foto © Andrea Mancaniello 1990 / La statuetta molto ambita
  2. La vittoria storica di Bong Joon-ho e del suo Parasite prima opera in lingua non inglese, per adesso ancora l’unica, a vincere il premio al miglior film dell’anno 2019
  3. Il brasiliano Wagner Moura candidato miglior attore per L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho e l’australiana Rose Byrne candidata miglior attrice per Se solo potessi ti prenderei a calci di Mary Bronstein, tra i più impegnati quest’anno ad autopromuoversi
  4. La presentatrice della serata di premiazione 2014, Ellen DeGeneres, improvvisa una foto di gruppo durante l’evento coinvolgendo un buon numero di stelle famose
  5. Harvey Weinstein, terzo da sinistra accanto a Gwyneth Paltrow, vero padrone assoluto a Hollywood negli anni ’90, vincitore come produttore di Shakespeare in love e promotore de La vita è bella sul mercato degli Stati Uniti
  6. Emilia Pérez di Jacques Audiard, è il film non in inglese col maggior numero di candidature in tredici categorie diverse, è stato poi affossato dalla valanga di fango mediatico riversato sulla sua protagonista Karla Sofía Gascón, prima attrice trans a essere candidata per la sua interpretazione
  7. The smashing machine di Benny Safdie / Marty supreme di Josh Safdie
  8. I peccatori di Ryan Coogler quest’anno è il titolo che ha conquistato più candidature, di tutti i tempi nella storia degli Oscar, con ben sedici categorie / Hamnet – nel nome del figlio di Chloé Zhao è uno dei titoli che pare guadagnare terreno / L’ambito riconoscimento dell’Academy of Motion Pictures

IN COPERTINA

Le iconiche statuette simbolo del premio Oscar