Dopo sedici anni dal sisma che colpì tanto duramente L’Aquila, e l’Abruzzo, il monumentale Gonfalone raffigurante i Santi protettori della città, opera cinquecentesca di Giovanni Paolo Cardone, oggi patrimonio del Museo Nazionale d’Abruzzo, ha lasciato Firenze per tornare a casa dopo essere stato oggetto di un complesso intervento di restauro, eseguito dai tecnici dell’Opificio delle Pietre Dure, e finanziato dall’Associazione Bancaria Italiana (ABI) e dalle banche del Gruppo di lavoro Relazioni Culturali dell’Associazione, nell’ottica del progetto “è cultura!”

Opera dai molteplici significati civili e religiosi il Gonfalone, in seta rossa dipinta a olio (460×323 cm), venne realizzato fra il 1578 e il 1579 per rimpiazzare un precedente esemplare donato dalla città alla Basilica di San Pietro a Roma in occasione del Giubileo del 1575. Della prestigiosa commissione fu incaricata una delle personalità artistiche più rilevanti del tardo manierismo abruzzese. Attraverso un dettagliato contratto di allogagione, datato 27 giugno 1578, le magistrature cittadine fissarono con precisione le dimensioni che l’opera avrebbe dovuto avere e il suo programma iconografico, incentrato sulla rappresentazione della “…Beata Vergine Maria prostata in terra avanti a Christo, con li quattro protettori de dicta magnifica città et con la pittura della dicta città dell’Aquila…”.

Cardone si attenne scrupolosamente a quanto richiesto e al centro del Gonfalone dipinse una spettacolare veduta della città da Monte Luco sorretta dai suoi quattro santi protettori, ovvero san Massimo, san Pietro Celestino, san Bernardino, sant’Equizio, che la offrono alla protezione del Cristo risorto con la croce, per l’intercessione della Vergine. Speculare, rispetto alla figura della Vergine, è un angelo con un’ampolla per il crisma, affiancato dalla colonna della flagellazione. Ai piedi di Cristo, due angioletti sostengono una pisside, chiaro riferimento all’ostia consacrata. Tutto il fondo rosso appare disseminato di piccole fiammelle d’oro, allusive allo Spirito Santo, che cadono con ritmo ordinato sulla città. Racchiude la scena centrale una ricca cornice a fregi dorati, interrotta in corrispondenza dei lati maggiori da medaglioni con l’aquila nera dello stemma civico e di quelli minori dal trigramma bernardiniano entro un sole sfavillante di raggi.


Completano l’opera, in basso, cinque pendenti o “drappelle” di forma rettangolare in cui si alternano sant’Antonio da Padova, san Francesco d’Assisi, san Giovanni da Capestrano e santi vescovi. Sotto la figura di san Massimo, l’artista appose la propria firma: Cardonvs Aqvil[anvs] p[inxit] seguita dalle prime due cifre della data, non leggibili.
Elemento cardine dell’opera è la rappresentazione prospettica dell’Aquila, che con grande fedeltà restituisce l’immagine della città come doveva apparire nella seconda metà del XVI secolo. Per la sua realizzazione Cardone probabilmente attinse, rielaborandola, alla pianta dell’Aquila del 1575 di Girolamo Pico Fonticulano, poliedrica e complessa figura di architetto, matematico e urbanista.


Per secoli è stata conservata nella Basilica di San Bernardino e sino al 1815, il 10 agosto, portata in processione lungo le vie dell’Aquila per implorare “la serenità dell’aria”. Dalla Basilica passò poi al Castello Cinquecentesco ed è qui che a colpirla fu il sisma del 2009. Recuperata, venne accolta dal Museo Paludi di Celano fino a quando venne affidato all’Opificio delle Pietre Dure dove, per prima cosa, è stato attentamente ripulito dai materiali che il tempo e il terremoto avevano depositato sulla sua fragile superficie, per procedere poi alla documentazione, studio e mappatura nei dettagli. Come prima fase è stata approntata la pulitura, mentre la seconda fase dell’intervento si è prefissa il consolidamento e la riadesione dei sollevamenti tessili. L’operazione, complessa e articolata, è stata preceduta da una serie di test preliminari che hanno visto l’utilizzo di nuovi materiali adesivi, testati con prove di resistenza a trazione. Infine, la fodera esistente è stata rimossa dalla cucitura del Gonfalone per non causare ulteriori aggravi alla struttura originaria.

Emanuela Daffra, Soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure ha spiegato come, da anni, l’Opificio operi in prima linea per le opere danneggiate da catastrofi naturali con l’obiettivo di preservarle, restaurarle e restituirle alle comunità di appartenenza. In questi casi le difficoltà sono molteplici: di intervento, certo, ma anche di ritorno in contesti feriti e cambiati. L’azione concorde e sinergica tra attori diversi, che mette in dialogo competenze di restauro, di valorizzazione del patrimonio museale e sostegno privato è una delle chiavi per superare queste difficoltà.

Federica Zalabra, Direttrice del MuNDA ha sottolineato: “In vista della prossima apertura del Museo Nazionale d’Abruzzo al Castello Cinquecentesco abbiamo voluto riportare a casa il Gonfalone. Non potremo esporlo come abbiamo progettato perché ancora non ci hanno riconsegnato l’ala dove lo mostreremo permanentemente, ma allestiremo una sala temporanea dove piccoli gruppi di visitatori potranno ammirare l’opera, anche con nuove soluzioni tecnologiche, e riappropriarsi finalmente di una tessera del nostro patrimonio, anche in vista di L’Aquila Capitale della Cultura“.