Dopo ventidue anni Tancredi è tornato al Teatro dell’Opera di Roma in un nuovo allestimento, di cui venerdì sera è andata in scena l’ultima rappresentazione delle cinque previste (questo articolo si riferisce alla terza, la pomeridiana domenicale già estiva). Melodramma eroico in due atti composto da Gioacchino Rossini nel 1813 su libretto di Gaetano Rossi, racconta il conflitto tra virtù e sentimento nella vicenda dell’eroe esiliato – ruolo originariamente affidato a un contralto en travesti – che torna in patria, a Siracusa, per difendere la città dagli invasori e riconquistare l’amata Amenaide, ingiustamente accusata di tradimento. Doveroso ricordare come, l’opera del primo Rossini è caratterizzata dalla presenza di un doppio finale – uno lieto, quello originario veneziano al Teatro La Fenice del 6 febbraio 1813, e uno tragico, composto immediatamente dopo andato in scena al Teatro Comunale di Ferrara il 21 marzo successivo.

Al Costanzi è stata proposta nella versione tragica, in un nuovo allestimento firmato da Emma Dante (con scene di Carmine Maringola, costumi della stessa Dante e Chicca Ruocco, luci di Luigi Biondi, movimenti coreografici di Manuela Lo Sicco) dove, Eros e Thanatos, lirismo e tensione drammatica, attraversano la scrittura rossiniana e la regista ha riletto il mito di Tancredi, in uno scontro fra umano e simbolico, immaginandolo in un’opera di pupi siciliani, dichiarando: «Quando entri nel mondo rossiniano, entri in una specie di luogo fatato, in cui succede di tutto, ma in cui tutto ha un suo filo logico. C’è una logica schiacciante. Le trame rossiniane sono piene di suspense, di intrecci, di mistero. Tancredi in questo senso è pieno di stimoli, spunti, allegorie; è una grande favola che ho ambientato in questo luogo molto artificiale, con questi fondalini dipinti propri dell’opera dei pupi. È una storia che ha a che fare con qualcosa di universale, non prettamente collocato geograficamente; è molto vera, molto umana, molto contemporanea.»

Alla guida di Orchestra e Coro del Teatro Michele Mariotti, che ha affrontato il titolo per la prima volta scegliendo (curiosamente) di affidare il ruolo del protagonista a un controtenore, ha così descritto la sua visione sulla partitura: «Poco più che ventenne, Rossini riesce a coniugare un sentimento puro e istintivo con un perfetto controllo classico, in un equilibrio continuo tra apollineo e dionisiaco. Sullo sfondo della guerra, Tancredi e Amenaide vivono il loro amore in modo assoluto, con una gelosia e una passione che però ostacolano il dialogo. Nonostante due lunghi duetti, infatti, i giovanissimi amanti non riescono mai a comprendersi davvero. Musicalmente disarmante è invece il finale tragico che abbiamo scelto di eseguire, che descrive con pagine rarefatte e stranianti l’allontanarsi progressivo del corpo e dell’anima di Tancredi.»

A Roma, i melomani rossiniani, si sono dati appuntamento per assistere a un’opera raramente inserita nelle stagioni teatrali – mancava infatti dal 2004 – ricordando molto bene lo spettacolo messo in scena da Pier Luigi Pizzi e diretto da Gianluigi Gelmetti con protagonisti Mariella Devia (Amenaide) la regina assoluta del belcanto e Daniela Barcellona (Tancredi) nel ruolo divenuto un suo cavallo di battaglia dopo il grande successo del 1999 al ROF di Pesaro. Tornando al presente la messa in scena presentava fondali classici che calano dall’alto come nei teatri dell’Ottocento, coloratissimi i costumi con elmi, pennacchi , corazze e spade. Fili penzolanti dal soffitto e pupi manovrati dagli stessi solisti che cantano e animano le marionette.

La curiosità, però, era per la lettura di Michele Mariotti e, sin dall’inizio, si percepisce nettamente la perfetta armonia tra Orchestra, Coro, solisti e direttore, sempre in crescendo per tutta la durata dello spettacolo – oltre tre ore – dove i suoni e le voci sono cesellati per la gioia di chi ascolta.

Ben assortito il cast dei cantanti iniziando da Carlo Vistoli, trionfatore della serata con tecnica da manuale, padrone assoluto del palcoscenico e subito apprezzato per la padronanza del linguaggio. Nel brano più famoso “tu che accendi questo core“, seguito dalla cavatina “di tanti palpiti…” del primo atto, ha fatto scattare la standing ovation del pubblico per quella voce chei incanta. Indubbiamente, la scelta di far cantare la parte di Tancredi a un controtenore, invece di un contralto, è risultata vincente.

Amenaide del soprano Martina Russomanno, al debutto nel ruolo e per la prima volta al teatro Costanzi, è stata molto apprezzata, in questa parte difficile risolta brillantemente.

Molto bene Enea Scala nei panni di Argirio (alla prima e alla penultima replica ha cantato il tenore Antonino Siragusa).
Orbazzano del basso Luca Tittoto ben cantato e interpretato. Complimenti anche alle due mezzosoprano Ekaterine Buachidze (Isaura) e aria Elena Pepi (Roggiero).

Alla fine grandissimi applausi per tutti, soprattutto per il direttore Michele Mariotti – che ci ha regalato un’esecuzione che ricorderemo – e a Carlo Vistoli trionfatore di questo Tancredi “speciale”.