Ultimi giorni di attesa per la grandiosa operazione del Teatro del Maggio, eredità dei dimissionari Cristiano Chiarot e Fabio Luisi. Ci riferiamo alla grand opéra (quattro ore e venti minuti complessivi) che, sabato prossimo, inaugurerà la Stagione lirica e balletto 2019/2020, il Fernand Cortez di Gaspare Spontini, nel nuovo allestimento realizzato in collaborazione con la Fondazione Pergolesi Spontini per la prima rappresentazione in tempi moderni. Versione originale andata in scena a Parigi, il 28 novembre 1809 con l’edizione critica a cura di Federico Agostinelli che ha sottolineato: “se La Vestale viene tuttora ritenuta il capolavoro di Spontini, Fernand Cortez può essere a buon diritto considerato il punto focale del suo percorso artistico: da un lato, perché con le sue due versioni, quella del 1809 e quella del 1817, si pone cronologicamente al centro della parabola creativa del compositore – compresa tra il 1796, anno del suo esordio a Roma con I puntigli delle donne e il 1829 anno della prima rappresentazione a Berlino della sua ultima opera, Agnes von Hohenstaufen – dall’altro, perché nella genesi di quest’opera, nel suo travagliato percorso attraverso mille correzioni e rifacimenti, nel continuo lavorio di adattamento al quale l’autore la sottopose senza giungere in fondo mai ad una versione definitiva, troviamo compendiati ed esemplificati in modo emblematico i tratti peculiari della figura umana ed artistica del compositore marchigiano”.

Il maestro Jean-Luc Tingaud, chiamato a sostituire Fabio Luisi, ha aggiunto “Spontini, maggiore compositore del breve ma affascinante periodo del Primo Impero Francese, incarna in modo esemplare lo spirito del suo tempo nel suo verso musicale. È un momento cardine in tutti gli aspetti, storicamente, ma anche esteticamente, un’epoca di conquista, e il campo di conquista di Spontini fu l’opera francese. È ammirevole la scelta del Maggio Musicale di portare in scena per la prima volta in tempi moderni il Fernand Cortez, un’opera straordinaria e unica, nella sua versione originale, testimone vivente della fraternità creativa tra i nostri due Paesi, collegati dallo stesso spirito di bellezza e perfezione e punto focale dell’Europa musicale; ascoltare questa musica forte e potente sarà una esperienza memorabile”.

Gaspare Spontini, musicista prediletto di Napoleone Bonaparte, fu invitato dallo stesso a comporre una nuova opera per il maggiore teatro di Parigi, l’Opèra. La scelta cadde su Hernán Cortés Monroy Pizarro Altamirano (Medellín, 1485 – Castilleja de la Cuesta, 2 dicembre 1547) che abbatté l’Impero azteco e lo sottomise al Regno di Spagna. Fu proprio Napoleone a richiedere una grandiosa opera eroica, ben consapevole del potere dell’arte impiegata come mezzo di propaganda. L’imperatore di Francia mirava a ottenere il consenso del pubblico per la sua campagna militare in Spagna e il protagonista dell’opera, uomo saggio e magnanimo, preoccupato unicamente di liberare il popolo messicano dalla schiavitù della superstiziosa religione indigena, rappresentava il perfetto pendant di Napoleone, che, come Cortez, voleva apparire il rappresentante di valori civili e liberali.

“Fernand Cortez” debuttò all’Opèra in un sontuoso allestimento, un’orchestra magniloquente, effetti scenici stupefacenti – come la carica di veri cavalli in scena – cori guerreschi, danze barbare e anche una nota sentimentale, data dall’amore tra Cortez e la giovane indigena Amazily, garantirono all’opera il grande successo sperato e il debutto registrò un trionfo.
A seguito degli eventi storicii, Spontini modificherà il Fernand e, nel corso delle innumerevoli rielaborazioni che l’opera conobbe, il compositore spostò intere sezioni da un atto all’altro, intervenne sul libretto e su i personaggi per allontanarla dalla ratio napoleonica iniziale. 

L’operazione di recupero pensata, e realizzata, dal teatro fiorentino è, senza alcun dubbio, un evento culturalmente eccezionale però, sulle nostre pagine, è apparso più volte evidente come la linea editoriale non appartenga alla folta schiera di appassionati di Napoleone, figuriamoci di Hernán Cortés, e, seppur certi che la lettura attuale non avrebbe lasciato spazio alla gloria di un sanguinario conquistatore, il debutto – proprio il 12 ottobre, il Día de la Raza messicano – e mezzo millennio esatto dall’anno dello sbarco di Cortés, proprio quello in cui i sacerdoti aztechi avevano annunciato il ritorno del dio Quetzalcóatl, qualche preoccupazione ci è apparsa legittima. Ringraziamo la regista per aver ben compreso le nostre perplessità e, dettagliando il suo lavoro, Cecilia Ligorio, ha spiegato: “Napoleone aveva scelto la storia di un uomo la cui figura sconfinava ormai in quella dell’eroe, che era riuscito a plasmare un Nuovo Mondo a sua immagine e somiglianza. Napoleone come Cortés. Due uomini extra-ordinari che fecero la storia di un gran pezzo di mondo e di umanità. Scrivere la Storia.

È proprio da questo gesto che con il mio team siamo partiti. Da questa azione al contempo rituale e metalinguistica abbiamo voluto cominciare ad addentrarci nel rebus della messa in scena di questo Grand Opéra rappresentato nella sua prima versione e che oggi ci è dato di riascoltare al Maggio e in Italia per la prima volta. È un grande responsabilità. Come rendere giustizia a un Grand Opéra che alla prima assoluta del 28 novembre 1809 prevedeva, oltre agli effetti speciali, quasi 40 minuti di balletto con centinaia di ballerini, il maggior numero di coristi possibile e una sfilata equestre: si stima che per la prima assoluta del Fernand Cortez si investì l’equivalente del capitolo finale di “Game of Thrones”! Quasi 200.000 franchi dell’epoca. Per rispondere a tutte queste domande siamo partiti, il mio team e io, proprio dal sottile spazio esistente tra la realtà dei fatti e la narrazione favolosa (e faziosa) della storia del Fernand Cortez, provando a lasciar lavorare l’immaginario nella direzione del ricordo del mondo cinquecentesco, ma permettendoci di esercitare in maniera libera l’azione dell’interpretazione poetica – ed etica – di quello stesso mondo.

Abbiamo cercato di fornire un piccolo contributo a questa versione: oltre ad avere la responsabilità di mettere in scena una storia mai rappresentata in tempi moderni, c’è anche la responsabilità di affrontare una storia che all’epoca è stata raccontata per celebrare Napoleone attraverso la figura di un uomo che ha stravolto la storia di un popolo. Con il tempo si è scoperto che Cortez non era esattamente l’eroe che Spontini raccontava per osannare l’imperatore e noi dunque cerchiamo da una parte di onorare una composizione che fu importantissima e che oggi torna alla luce e dall’altra di rendere giustizia a una storia dell’umanità che ha in sé anche aspetti equivoci e confusi
”.
Però, resta uno dei capitoli più controversi e oscuri della storia del mondo moderno… 
 “Non è sempre necessario, trovandosi di fronte a un libretto d’opera basato su fatti realmente accaduti, distinguere tra verità storica e licenza drammaturgica” replica Cecilia Ligorio e prosegue: “Nel caso specifico di Fernand Cortez, come vedremo, mi sembrava che ciò fosse invece fondamentale per poter dialogare con il libretto di Étienne de Jouy and Joseph-Alphonse Esménard poiché a storia e letteratura si sono aggiunte anche distorsioni propagandistiche e revisioni storiografiche che, rispetto al tempo della composizione, hanno fortemente modificato la nostra comprensione dei fatti.

In quel 1519 il Destino consegnava una potente ambiguità mitica nelle mani di un uomo che si era già più volte dimostrato capace di saper manipolare coscienze e circostanze a suo vantaggio e che non avrebbe tardato molto a strumentalizzare anche questa tragica e conveniente confusione per i suoi scopi, rendendola un affilato strumento della Conquista. A suffragare la profezia del ritorno del dio Bianco si aggiunse una singolare catena di altre coincidenze astrali, tra cui una cometa, una carestia e un’eclissi di sole, interpretate come àuguri funesti dal re e sacerdote Montezuma II. Ma più di ogni altra cosa in supporto del mito venne la vista dei mostri che le navi spagnole vomitarono sulle coste del Messico: mai prima d’allora gli indigeni avevano visto un cavallo o un’arma da fuoco. L’apparizione degli spagnoli, rivestiti di armature brillanti sul dorso di animali sconosciuti li faceva crollare tutti in ginocchio dallo sgomento. Hernán Cortés era estremamente intelligente; parimenti spregiudicato: un guerriero, ma soprattutto un abile diplomatico.

La sua brama e ferocia competevano con la sua temerarietà. Affamato di ricchezza e di successo con la sua ambizione fu capace di stravolgere un’intera società, di ridisegnare l’assetto geo-politico del mondo più di qualsiasi altro conquistador. Cortés era un tracotante e carismatico visionario: un uomo di pari follia e genio. Salpato da Cuba, disobbedendo agli ordini dell’imperatore Carlo V che non aveva autorizzato la sua spedizione perché lo considerava troppo imprevedibile, Cortés approdò alle coste del Messico con 11 vascelli, soli 16 cavalli, 10 cannoni e 550 uomini fra cui 32 balestrieri e 13 archibugieri. Gli ci vollero meno di sei mesi per arrivare a Tenochtitlán (il nome originale di Città del Messico) che, lungi dall’essere un villaggio indigeno, ospitava una popolazione di 300.000 abitanti, sei volte quelli di Londra e cinque quelli di Parigi. Cortés all’inizio non conosceva la realtà politica del Messico del sedicesimo secolo.

All’epoca dello sbarco, a differenza di quanto si creda, la società messicana preispanica era costituita da un insieme composito di popoli, nazioni e culture autonome, dalle tradizioni indipendenti le une dalle altre, seppure tutte impregnate di credenze religiose affini. Il termine “mexica” è solitamente adottato per denotare l’insieme delle comunità umane che si affacciavano su quello che anche oggi chiamiamo Golfo del Messico. Quello azteco era uno stato teocratico e militare subentrato da poco a quello dei toltechi. Si era rapidamente espanso grazie all’abilità militare e alla ferocia religiosa. In ironica assonanza con gli spagnoli, gli Aztechi ritenevano di essere gli strumenti dei voleri del dio del Sole e di avere il compito di sottomettere tutto il paese in suo nome, onorandolo attraverso i riti di sangue: nutrire la terra per propiziare i cicli della vita, offrire vita per avere vita. Ecco la ragione dei quotidiani e terribili sacrifici umani per cui gli Aztechi sono passati alla storia come uno tra i popoli più feroci mai esistiti. Le nazioni sottomesse diventavano la dispensa di questo cibo sacro oltre che, ovviamente, le braccia dell’agricoltura e dell’edilizia dell’impero
.  

Per non togliere il piacere della sorpresa agli spettatori, chi vorrà seguire passaggio per passaggio l’evoluzione di questa regia, troverà ogni dettaglio nel testo della Ligorio «La lettura della storia» all’interno del libretto dell’opera, ma è importante focalizzare sul ruolo primario dei balletti, in particolare quelli finali (coreografia di Alessio Maria Romano, corpo di ballo della Compagnia Nuovo BallettO di ToscanA con la direzione artistica di Cristina Bozzolini), a cui è affidato il compito di raccontare lo scorrere del tempo, l’avvicendarsi delle ombre, l’evolversi del rituale dei ricordi. Cecilia Ligorio termina, affermando: “Una danza macabra, di personaggi e oggetti che Cortez ha fatto suoi. Svuotato tutto restano le forme, le assenze, i fantasmi della memoria che celebrano, saltando, la morte di una civiltà. Concludendo Octavio Paz, messicano d’origine, nel suo Laberinto de la Soledad, che gli è valso il Nobel per la letteratura e dove si interroga su cosa sia e dove abbia origine l’identità del popolo messicano, cercando i germi della risposta proprio tra le contraddizioni dell’incontro tra mexica e europei, dice che “solo a partire dalla conoscenza del carattere poetico della nostra identità – confezionata attraverso miti, riti, metafore e celebrazioni collettive – risulta possibile la conoscenza del senso delle cose e quindi la prospettiva politica su esse”.

Credo valga per tutti. Non solo per il Messico. Se dunque è vero che per andare oltre un limite serve qualcuno che abbia il coraggio di farlo, che apra la strada, la storia dimostra che non sempre in chi si autoproclama Capitano alberga un cuore nobile. E il nostro paese ne sa qualcosa. Sta a noi rimanere vigili. Distinguere l’arroganza dall’integrità, i despoti dagli eroi, i predatori dai fondatori. Lavorare alla messa in scena di un’opera mai eseguita in tempi moderni assomiglia in tutto e per tutto alla conquista di una terra sconosciuta. I rischi sono grandi. Sono grandi le paure di sbagliare
.“

Didascalie immagini
scatti durante le prove del “Fernand Cortez”
foto © Michele Monasta
courtesy Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino 

 

 

Fernand Cortez
ou la conquête du Mexique
di Gaspare Spontini
Tragédie Lyrique en trois Actes de Étienne De Jouy et
Joseph-Alphonse d’Esménard
Prima rappresentazione: Parigi 
Théâtre de l’Académie Impériale de Musique
28 novembre 1809

Edizione critica della Fondazione Pergolesi Spontini
di Jesi a cura di Federico Agostinelli

Nuovo allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino in collaborazione con
Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi

Maestro concertatore e direttore Jean-Luc Tingaud

Regia Cecilia Ligorio

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Maestro del Coro Lorenzo Fratini

Personaggi e interpreti

  • Fernand Cortez Dario Schmunck
  • Télasco Luca Lombardo
  • Alvar David Ferri Durà
  • Le Grand Prêtre des Mexicains André Courville
  • Moralez Gianluca Margheri
  • Un Officier Espagnol Lisandro Guinis
  • Deux Prisonniers Espagnols Davide Ciarrocchi, Nicolò Ayroldi/Luca Tamani, Massimo Naccarato (16, 23)
  • Un Officier Mexicain Leonardo Melani
  • Un Marin Davide Siega
  • Amazily Alexia Voulgaridou
  • Deux femmes de la Suite d’Amazily Silvia Capra, Delia Palmieri

Scene Massimo Checchetto e Alessia Colosso
Costumi Vera Pierantoni Giua
Luci Maria Domènech Gimenez

Coreografia Alessio Maria Romano

Compagnia Nuovo BallettO di ToscanA
Direttore artistico Cristina Bozzolini Maître de ballet Sabrina Vitangeli
Corpo di ballo donne: Cristina Acri, Lisa Cadeddu, Alice Catapano, Miriam Castellano, Beatrice Ciattini, Matilde Di Ciolo, Veronica Galdo, Aisha Narciso – uomini: Jody Bet, Carmine Catalano, Mattia Luparelli, Francesco Moro, Aldo Nolli, Francesco Petrocelli, Niccolò Poggini, Paolo Rizzo
Figuranti speciali Paolo Arcangeli, Elena Barsotti, Cristiano Colangelo, Gaia Mazzeranghi, Riccardo Micheletti, Pierangelo Preziosa, Isacco Venturini

In lingua originale con sopratitoli in italiano e inglese 

La prima di sabao 12 ottobre 2019, ore 19 
sarà trasmessa in diretta da RAI Radio3

repliche
mercoledì 16 ottobre 2019, ore 19
domenica 20 ottobre 2019, ore 15.30
mercoledì 23 ottobre 2019, ore 19

durata complessiva 4 ore e 20 minuti
 

Dove e quando

Evento: Teatro del Maggio Musicale Fiorentino – piazza Vittorio Gui, 1 – Firenze
  • Date : 12 October, 201923 October, 2019