L’allucinato ed enigmatico universo dell’olandese Jheronimus Bosch, piombato nella dotta Venezia del Cinquecento, viene ricordato nella stessa città con oltre cinquanta opere provenienti da tutta Europa e tre capolavori dello stesso artista, facenti parte delle collezioni pubbliche veneziane. Questi ultimi sono due trittici e quattro tavole: Il martirio di Santa Ontcommernis (Wilgefortis, Liberata), Tre santi eremiti e Paradiso e Inferno (Visioni dell’Aldilà); custoditi nelle Gallerie dell’Accademia, sono poi riportati alla luce grazie alla tecnologia innovativa propugnata da un’importante campagna di restauri finanziata dal Bosch Research and Conservation Project e dalla Fondazione Getty di Los Angeles.
1 cornelis cort ritratto di jheronimus bosch
Da collezioni internazionali pubbliche e private giungono opere di Jacopo Palma il Giovane, Quentin Massys, Dürer, Bruegel, Cranach ma anche antichi bronzi, marmi e pregiati manoscritti e volumi stampati: con essi scopriamo che nel ʼ500 tra le passioni veneziane per la pittura tonale e la soggettività tizianesca serpeggia l’attrazione per il mondo onirico, nonché la vicinanza alla cultura giudaica (di cui è emblematico l’interesse per la cabala ebraica). Il cardinale Domenico Grimani, ad esempio, desidera i capolavori di Bosch e rivela le connessioni culturali tra Venezia e le Fiandre, mentre la città si popola di collezioni e discussioni filosofiche e morali nei salotti.
Apre la mostra il Ritratto di Jheronimus Bosch: l’esecuzione della stampa originale è attribuita a Cornelis Cort, uno dei migliori incisori dell’epoca, che nel 1565 parte per l’Italia, vive nella casa di Tiziano a Venezia e lavora per lui. L’aspetto del pittore ritratto somiglia davvero a quello mostrato da lui in vita. E si nota, dietro la sua testa, una finestra che si affaccia su «gli spettri dell’Erebo» ricordati nei versi sottostanti, scritti dall’umanista Dominicus Lampsonius.
La prima sezione, “Jheronimus Bosch e Venezia”, comprende i tre capolavori boschiani che costituiscono il fulcro della mostra e che si sostiene abbiano fatto parte della collezione del cardinale Grimani. 500 anni dopo la morte del maestro sono stati sottoposti a interventi di restauro che hanno rivelato la loro altissima qualità e consentito di approfondire origini e senso di quei lavori, nonché le motivazioni della loro presenza nella città lagunare e l’impatto del maestro olandese sull’arte italiana. Tramite le radiografie e le riprese a infrarossi sono stati acquisiti dati nuovi e preziosi per ripercorrere la complessa genesi dei trittici. È evidente, comunque, che le quattro tavolette dell’Aldilà sono incomplete e i due trittici rimaneggiati.
2 jheronimus bosch trittico di santa liberata o wilgerfortis 1495-1505
Sono stati chiariti aspetti oscuri, come i numerosi interrogativi sul soggetto del Martirio di Santa Ontcommernis (detta anche Wilgefortis o Liberata), martire sconosciuta in Italia ma venerata nelle Fiandre, in Brabante e nelle regioni del Basso Reno: la leggera barbetta della donna crocifissa è inconfondibile e non lascia dubbi. Il dipinto è stato originariamente concepito per una committenza nord-europea, che possiamo riconoscere nelle due figure maschili visibili grazie alla radiografia sotto l’ultimo strato pittorico, in primo piano, dietro i parapetti delle due tavole laterali del trittico. Si tratterebbe probabilmente dei membri di una confraternita, comunque poi sostituiti da Sant’Antonio a sinistra (generalmente associato a paesaggi infernali e fantastici) e da un pellegrino e un soldato a destra.
Altre modifiche e integrazioni hanno riguardato le zone paesaggistiche, anch’esse avvenute probabilmente per compiacere i gusti del cardinale. Tuttavia rimane oscuro e non collegabile all’iconografia di Ontcommernis il raduno di più figure nel malinconico e tetro paesaggio marino a destra, sotto la croce, e nel contesto infernale a sinistra; e l’uomo corpulento e sfarzoso al centro potrebbe rappresentare il padre della martire, ossia il re portoghese che fa crocifiggere la figlia per punirla del rifiuto dello sposo promesso e per aver sostenuto la fede cristiana. Lo sposo sembra essere l’uomo che a sinistra cade all’indietro ed è sorretto dai presenti. Egli, pagano (come indicato dal simbolico gufo dipinto sulla calza destra), viene rifiutato dalla santa, che ha fatto voto di castità e chiesto a Dio di trasfigurarla per renderla ripugnante e impedire il matrimonio. Il Signore infatti ha esaudito la sua richiesta facendole crescere la barba e suscitando dunque il definitivo allontanamento dello spasimante. L’inquietudine che anima i personaggi del lato in questione è forse il segno che esse, a differenza di quelle dal lato del re, hanno compreso la gravità del martirio.
3 jheronimus bosch polittico delle visioni dell aldila destra 1505-1515
Origine e genesi del trittico dei Tre santi eremiti, nonostante la molteplicità dei dati posseduti, sono ancora da chiarire. L’opera trabocca di dettagli architettonici, paesaggistici, animaleschi e vegetali dal carattere simbolico ed enigmatico, tanto da far somigliare le immagini a rebus, sebbene l’iconografia sia in gran parte chiaramente leggibile: nella tavola centrale è raffigurato San Girolamo penitente tra ruderi bizzarri e immaginari, mentre a sinistra Sant’Antonio, attorniato da mostriciattoli e da una donna nuda, sullo sfondo di un macabro mondo notturno e fiammante. Nella tavola a destra è mostrato Sant’Egidio, riconoscibile dalla tradizionale freccia del cacciatore che lo ha trafitto per sbaglio nel tentativo di colpire la cerva (presente anch’essa nell’opera) che secondo la leggenda lo nutriva ogni giorno con il suo latte. Dalla finestrella del buio eremo affiora una testa da ricondurre con probabilità al re Carlo Martello, che aiutò il santo ferito; costui però rifiutò le cure per offrire la sua sofferenza a Dio. Il rotolo sul leggio elencherebbe i nomi dei peccatori per cui l’eremita sta pregando.
I motivi della tavola centrale sono più vari e non facilmente decifrabili; la loro connotazione dotta farebbe pensare a una committenza altamente erudita. Nell’emiciclo di fronte al quale il santo è inginocchiato troviamo due finti bassorilievi e un’immagine “dipinta” che simboleggiano il contrasto fra lussuria e vita cristiana; il crocifisso indica la virtù mentre le natiche nude di una figurina umana nascosta nell’alveare in basso rappresentano una condotta di vita mondana e sregolata, e presenze infauste come lo scheletro di un animale o il cane che attacca un mostro richiamano il mondo terreno. Difficilmente comprensibile l’oggetto cilindrico con corona di spine che reca l’immagine di un uomo in genuflessione, che sembra venerare l’universo (simboleggiato da luna e stelle in alto). Potrebbe trattarsi di un’allegoria dell’anima cristiana che ascende al cielo, in contrasto con la statua di stampo probabilmente pagano che sta per cadere alle spalle del santo e che rappresenterebbe le illusioni dei falsi dei e del mondo profano. Girolamo invece, per austerità e virtù (nel dipinto infatti è emaciato e scarno) sarebbe la vera guida spirituale del credente. Ma qual è il senso dello scomparto sinistro, che per la presenza di Sant’Antonio e anche in termini visivi si discosta dal binomio “San Girolamo – Sant’Egidio? Certo è comunque che il trittico per intero sia incentrato su concetti fantastici e onirici.
4 jheronimus bosch polittico delle visioni dell aldila sinistra 1505-1515 circa
Paradiso e Inferno, quattro tavole con decorazioni in marmo finto sul verso, sono sicuramente i dipinti più noti tra le opere “veneziane” di Bosch. Costituivano le tavole esterne (le due di destra l’Inferno, le due di sinistra il Paradiso) di un complesso più grande, comprendente al centro un Giudizio Universale, come i trittici di Bosch con la stessa tematica presenti a Bruges e Vienna. Nelle scene a sinistra gli angeli scortano le anime nel giardino dell’Eden, sotto la fontana della vita, mentre accanto appare il vortice di luce. Nello sfondo di un ambiente idillico e verdeggiante, tuttavia, un animale simile a un cane sta per divorare il cadavere di un’altra bestia: nell’immaginario boschiano, infatti, le rappresentazioni del Paradiso hanno spesso elementi inquietanti. La prima tavola sarebbe da identificare dunque con l’entrata in Paradiso, ma nella seconda, in cui le anime ascendono dalle tenebre a un vortice luminoso, l’identificazione è più complessa: si è pensato a un riferimento al letterario viaggio di Tundalo (XII secolo), cavaliere vizioso che attraversa i tre mondi ultraterreni e torna poi a vivere. Analogismi evidenti risultano infatti tra le tavole veneziane e alcune miniature che illustrano il racconto, come quelle di Simon Marmion al J. Paul Getty Museum di Los Angeles.
Le scene infernali sembrano offrire una lettura più semplice: la scena a sinistra, in cui esseri diabolici fanno precipitare dall’alto i dannati tra le fiamme, è un’evocazione del Purgatorio, o il corrispettivo dell’Entrata delle anime in Paradiso, ossia l’Entrata delle anime dannate all’Inferno. A destra osserviamo gli Inferi: una montagna nera, carbonizzata, si staglia tra i bagliori dell’incendio, mentre in un acquitrino i dannati tentano di non affondare e in primo piano un peccatore siede appoggiando la testa sulla mano sinistra, evocando l’uomo melancholicus di Dürer. Forse il diavolo, che lo afferra da dietro, gli intima di aprire gli occhi per rassegnarsi eternamente alla sua irreversibile condizione. Se le anime elette potranno accedere al regno di Dio attraverso il tunnel di luce, i dannati invece non sfuggiranno ad atrocità eterne come quella subita dall’anima cui un mostro taglia la gola.
5 jheronimus bosch trittico dei santi eremiti 1495-1505 circa
La seconda sezione della mostra è dedicata alla nobile figura di Domenico Grimani (1461-1523), porporato, umanista e collezionista. I suoi interessi non trascurarono gli studi classici come quelli più recenti e innovativi e riguardarono anche l’arte: secondo Marcantonio Michiel il cardinale possedeva una serie eccezionale di dipinti fiamminghi e tedeschi; in mostra ammiriamo dunque esempi di antica scultura greca e soprattutto  il capolavoro dell’arte miniaturistica fiamminga, il Breviario Grimani.
La terza sezione si sofferma sulla figura di Daniel van Bomberghen, mercante e imprenditore fiammingo presente a Venezia intorno al 1515: egli ha individuato le opere di Bosch nella bottega del pittore da poco defunto e ha organizzato il loro accesso alla collezione Grimani. Oltre a occuparsi, com’è probabile, di traffico di opere d’arte,  stampo’ testi in ebraico e in aramaico, diventando il vero intenditore in materia nella città lagunare; tra le opere, quindi, Le vite degli degli illustri pittori fiamminghi, olandesi e tedeschi di Karel van Mander (quest’ultimo ricorda che il pittore Jan van Scorel fu introdotto nel mondo artistico veneziano da van Bomberghen) o il salterio Psalterium ex hebreo diligentissime ad verbum fere tralatum, di Peter Liechtenstein e Daniel van Bomberghen.
La quarta sezione, “Sogni e mostri” si interroga sul fascino esercitato dalla dimensione onirica e fantastica sull’ambiente classico e umanistico della città lagunare: una nota stampa di Marcantonio Raimondi evoca un sogno, in cui due donne sono assopite accanto a mostriciattoli sullo sfondo di una città incendiata.
Piccoli mostri anche nei bronzetti di stampo padano e in varie stampe e disegni modellati sulle incisioni di artisti come Martin Schongauer e Lucas Cranach il Vecchio. Tutte opere che rispondono al gusto del pictor gryllorum per eccellenza, cioè Bosch, pittore dei mostriciattoli e delle allucinanti visioni oniriche.
“Seguaci e contemporanei di Bosch a Venezia”, la quinta sezione, fa scoprire la proliferazione di creature grottesche e paesaggi allucinati in diverse pitture del ʼ500: si pensi all’espressione truce e perversa di un uomo che trattiene Cristo con le corde in Ecce homo di Quantin Massys, il lugubre Paesaggio con san Girolamo di Joachim Patinir e bottega o il caos frastornante della Visione apocalittica di un anonimo seguace di Jheronimus Bosch.
6 anonimo dei paesi bassi inferno 1500 circa
La sesta sezione riguarda i motivi “alla Bosch” nella grafica a stampa, che dalla fine del ʼ400 riprende vari motivi prettamente boschiani e ispira vari epigoni: Johannes e Lucas van Doetecum, ad esempio, guardano ad Alart Duhameel (che fu il primo grafico a misurarsi con l’universo boschiano) per L’elefante assediato. Ma ricordiamo soprattutto la serie dei Sette vizi capitali di van der Heyden, da disegni non di Bosch ma di Pieter Bruegel: essa divulga il linguaggio “alla Bosch” a nord come a sud delle Alpi.
Si può parlare a ragione di un’apoteosi di Bosch anche nel ʼ600, come apprendiamo dall’ultima sezione. Già alla fine del ʼ500 sono riprese molte scene infernali “alla Bosch” da pittori come Jan Bruegel il Vecchio e Roelandt Savery, che eseguono brillanti dipinti di formato ridotto, con una tecnica molto descrittiva. Tali artisti operano prevalentemente nell’Europa settentrionale e centrale, ma a Venezia il pittore Joseph Heintz il Giovane si ispira alle varie stampe “da Bosch” e alle opere originali dell’artista già appartenute a Domenico Grimani, così da diventare uno specialista di “strigossi”, afferma Marco Boschini. Quei motivi  potrebbero sembrare anacronistici ma si richiamano al gusto barocco della meraviglia, che soprattutto nella città ducale, mirava a sorprendere lo spettatore con effetti imprevedibili e spettacolari.
Alla fine del percorso si indossano gli Oculus e ci si immerge virtualmente negli anfratti infernali e nelle luci paradisiache delle Visioni dell’Aldilà di Jheronimus Bosch.
Una mostra dall’innegabile carattere emozionale, dunque, per le visioni infernali ed enigmatiche, le “chimere” e gli “stregozzi” nominati dal critico Anton Maria Zanetti, “i recessi di Dite impenetrabile” e “ogni segreto anfratto dell’Averno”[1].



[1] Così scrive nel 1572 Dominicus Lampsonius sotto il Ritratto di Jheronimus Bosch.

 

Dettagli

Orari: 8.30 – 19.00 (la biglietteria chiude un’ora prima)

(Credit © Archivio fotografico Gallerie dell’Accademia, “su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Museo Nazionale Gallerie dell’Accademia di Venezia”) (Credit © Archivio fotografico Gallerie dell’Accademia, “su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Museo Nazionale Gallerie dell’Accademia di Venezia”) (Credit © Archivio fotografico Gallerie dell’Accademia, “su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Museo Nazionale Gallerie dell’Accademia di Venezia”) (Credit © Archivio fotografico Gallerie dell’Accademia, “su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Museo Nazionale Gallerie dell’Accademia di Venezia”) (Credit © Archivio fotografico Gallerie dell’Accademia, “su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Museo Nazionale Gallerie dell’Accademia di Venezia”) (Credit © Archivio fotografico Gallerie dell’Accademia, “su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Museo Nazionale Gallerie dell’Accademia di Venezia”) (© Archivio fotografico – Fondazione Musei Civici di Venezia)

Dove e quando

Evento: Jheronimus Bosch e Venezia

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Fino al: 20170604