La mostra dedicata a Beato Angelico è densa di spunti che possono portare i visitatori in molti luoghi fiorentini e che apre finestre interessanti sull’antica storia culturale della città. Le prime opere che ci accolgono sono infatti legate ad uno dei posti incunabolo del primo rinascimento fiorentino, che avrebbe dovuto essere ancora più importante se le vicende politiche non avessero impedito al suo artefice di attuare in pieno il suo sogno.
E non stiamo parlando di un membro della famiglia de’ Medici, ma di Palla di Nofri Strozzi, ricercato uomo fiorentino, di cultura classica e teologica raffinata, ricchissimo banchiere che, ahimè, dovrà piegare il capo allo strapotere di Cosimo il vecchio de’ Medici e andare in esilio da Firenze nel 1434 per non tornarci mai più.

La mostra ricostruisce la Sagrestia che Palla fa realizzare all’interno della chiesa di Santa Trinita, dove risiedevano i monaci vallombrosani. Una sagrestia composta da una doppia cappella, progettata probabilmente con la supervisione di Lorenzo Ghiberti e con l’ausilio dei grandi artisti del momento, Gentile da Fabriano e Beato Angelico.
La pala sulla cappella principale viene allocata inizialmente a Lorenzo Monaco probabilmente nel 1421 ma alla sua morte, avvenuta nel 1424 circa, Palla Strozzi sceglie il giovane frate domenicano Giovanni per proseguire l’opera che doveva sovrastare il luogo di sepoltura di suo padre Onofrio e di suo fratello Niccolò. Nella cappella accanto, Gentile aveva già realizzato, nel 1423, il suo capolavoro con l’Adorazione dei Magi, ricca tavola in cui sono ritratti proprio Palla e suo figlio Lorenzo.
Questa doppia cappella era, a un tempo sepolcro di famiglia, sagrestia e coro notturno per i monaci, rappresentando un’opera senza alcun precedente. Veniva anche utilizzata come luogo di riunione per il gonfalone dell’Unicorno, un organismo amministrativo civico di Firenze del quartiere di Santa Maria Novella. Il biografo Vespasiano da Bisticci riporta che Palla intendeva creare una biblioteca pubblica in Santa Trinita. Se non fosse stato per l’esilio della famiglia, questo progetto avrebbe creato una vera e propria zona di confine tra gli spazi conventuali e pubblici del monastero, anticipando di alcuni anni quello che Cosimo il Vecchio Medici farà nel convento di San Marco. Onofrio, padre di Palla, aveva disposto un lascito testamentario di duemila fiorini per l’edificazione e l’ufficiatura di una cappella da dedicare ai santi Onofrio e Nicola di Bari, onomastici rispettivamente dello stesso Nofri, come veniva chiamato, e del suo defunto primogenito, morto nel 1411.
Non sappiamo se Lorenzo Monaco avrebbe realizzato una deposizione, come invece è stata poi compiuta da Beato Angelico, perché la predella, con le storie di San Nicola da Bari e di Sant’Onofrio, suggerirebbe altro, forse con i due santi titolari della cappella rappresentati nella tavola principale. Anche nella pala di Gentile da Fabriano, voluta da Nofri e da suo figlio Palla e completata nel 1423, non sono presenti i due dedicatari.
Palla Strozzi dà ad Angelico il compito di rivisitare il soggetto iniziato da Lorenzo Monaco. La scelta dell’artista ci dice molto sul committente. Un uomo colto raffinato, discepolo di Emanuele Crisolora nella prima cattedra di Greco antico a Firenze, insomma quello che potrebbe essere definito un fine umanista progressista di un’epoca che sta sbocciando come la più fiorente in campo artistico: sceglie un giovane frate che ha già dato prova di essere un innovatore nel solco della tradizione, allievo di Lorenzo Monaco ma anche osservatore della potente arte di Masaccio, che gli ha permesso di smarcarsi dall’arte tardo gotica comprendendo la forza delle innovazioni come veicolo di fede.
Nella pala che va a compiere per Palla Strozzi, Fra’ Giovanni rompe la tradizione del polittico tripartito, creando una scena unitaria e ariosa. La deposizione diviene una piena rappresentazione di una scena teatrale, come si svolgevano e ancora oggi possiamo ammirare durante la Settimana Santa in molti borghi italiani che ne fanno la drammatizzazione. Una scelta inusuale, che solo una committenza culturalmente evoluta poteva accettare. L’opera di Angelico è stata restaurata qualche mese fa dalla restauratrice Lucia Biondi ed ora accoglie i visitatori della mostra con un magnetismo potente. Il restauro ha infatti restituito alla pala luminosità e trasparenze, le figure risultano tornite e plastiche, i colori ricchi di passaggi tonali.

Il corpo di Cristo è un brano di pittura commovente, dove l’artista ha realizzato i segni dei lividi della flagellazione con un colore blu poi ricoperto dall’incarnato, che rende realistico ma al contempo delicata la nudità del Salvatore. Il corpo, tornito come una scultura di Lorenzo Ghiberti, è al centro, delicato e potente, con uno dei più bei volti mai realizzati nella storia dell’arte. È una deposizione ma tutto sembra già parlare di resurrezione, tanto che la croce è su una piccola roccia che si trasforma in giardino fiorito alimentato dal sangue di Cristo che scende copioso. Anche il paesaggio che si apre ai lati, dietro ai due gruppi di astanti, ha il cielo punteggiato di nuvole che si diradano, per conferire speranza di nuova vita. La città di Gerusalemme è a sinistra, circondata da mura e inframmezzata da architetture che rimandano alla Firenze del primo Quattrocento, resa con linee pure, metafisiche e reali allo stesso tempo. Le colline sulla sinistra sono disseminate di castelli, alberelli e fortificazioni composti da volumi semplici e nitidi, le montagne in lontananza si colorano di bluastro e ci fanno percepire lo sguardo attento dell’artista sul rinnovamento della prospettiva atmosferica. Il dolore silenzioso e dignitoso è percepibile in ogni personaggio, come nella Maddalena che bacia i piedi di Cristo toccandoli con un velo trasparente ed impalpabile, brano di bravura estrema dell’artista. Fra gli uomini, colui che mostra i segni della passione di Cristo è stato riconosciuto come il committente dell’opera, Palla Strozzi, mentre il giovane inginocchiato con l’aureola raggiata, dal vestito elegante con i risvolti di pelo bianco e la camicia di broccato blu, è tradizionalmente identificato con il beato Alessio degli Strozzi, uno degli antenati di Palla, frate a Santa Maria Novella e morto nel 1383; più recentemente è stata proposta l’identificazione con Lorenzo Strozzi, figlio di Palla, cavaliere bello e ambizioso, famoso per aver vinto nel gennaio del 1428 una Giostra. Proprio nel 1432, anno in cui la tavola veniva posta sull’altare della Sacrestia di Santa Trinita, sposava Alessandra di Bardo dei Bardi, donna affascinante e dotta, tanto da meritarsi un profilo nelle biografie di Vespasiano da Bisticci sui più importanti protagonisti della storia fiorentina. Gli uomini di questo gruppo sono vestiti in modo elegante e ricercato secondo la moda fiorentina del tempo, riportando la narrazione al presente ma anche alle pratiche molto diffuse fra gli intellettuali di leggere, commentare e praticare una sorta di immedesimazione con gli eventi biblici.
Tutte le parti dell’opera vengono dipinte da Beato Angelico nei minimi particolari, come le venature del legno, i piccoli fiori del prato con variazioni verdi nelle diverse foglie, o le rughe intorno agli occhi e le vene bluastre delle mani: un invito ad un contatto intimo, spirituale e coinvolgente.
Il dipinto venne installato nella Sagrestia di Santa Trinita nel luglio del 1432, e il convento di Beato Angelico a Fiesole ricevette il compenso per l’opera in vino. Fino al Settecento inoltrato la pala rimarrà lì, per essere spostata poi prima del 1755 su un’altra parete della medesima sagrestia. Con la soppressione della chiesa nel 1810, venne rimossa e restaurata, ma senza la sua predella. I documenti riportano anche la presenza degli stemmi Strozzi sulla cornice, forse proprio nella parte della predella, come avviene per l’Adorazione di Gentile da Fabriano. Quest’ultima, infatti, era costituita da un’unica tavola, perduta come la sua cornice, che è invece rimasta intatta, anche se con rimaneggiamenti, per il resto dell’opera.

Il legame di questa pala con il luogo per la quale era stata realizzata era sottolineato ancor più dalle iscrizioni che correvano proprio sulla cornice. Vi erano infatti versi dell’Antico Testamento che alludevano ai lutti prematuri subiti dalla famiglia Strozzi, come la morte di Niccolò e del figlio di Palla stesso, morto nel 1426, e sepolto nella sagrestia. Lo stesso Palla, nel suo testamento del 1447 scrive di voler essere tumulato nella cripta sottostante la sagrestia, accessibile tramite una scala di diciotto gradini. Nella pala dell’Angelico le due scale di legno, così minuziosamente rappresentate, hanno in totale diciotto gradini, forse non una semplice coincidenza.
Le stesse iscrizioni della cornice derivano da passi delle Sacre Scritture desunti dal mattutino e dalle laudi del Sabato Santo, cantati nel coro notturno dei monaci davanti a questa pala d’altare, seduti sugli stalli che Palla farà realizzare appositamente per queste cerimonie liturgiche. Nella sagrestia era anche conservato un frammento della Vera Croce appartenente alla famiglia degli Ardinghelli, che avevano una cappella nella stessa chiesa. Il Venerdì Santo veniva mostrato per essere baciato dai membri della congregazione, mentre una croce veniva svelata gradualmente e l’abate vallombrosano, a piedi nudi, si prostrava davanti ad essa, recitava una preghiera e la baciava. Beato Angelico sembra dipingere una sintesi di questi gesti devozionali liturgici: il San Giovanni scalzo sorregge il corpo di Cristo, il giovane in abito rosso si inginocchia di fronte ad esso, mentre la Maddalena bacia i piedi di Gesù.
Un’opera che Beato Angelico concepisce per il luogo e per le sue molteplici funzioni, con chiari rimandi ai committenti ma anche alle liturgie dell’ordine religioso e dei fedeli, che si raccoglievano in una congregazione importante, composta da notabili fiorentini ricchi non solo di oro, ma anche di raffinata cultura umanistica.

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  1. Beato Angelico, allestimento, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025
    Foto © Ela Bialkowska, OKNO Studio
  2. Beato Angelico, allestimento, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025
    Foto © Ela Bialkowska, OKNO Studio
  3. Lorenzo Monaco (Piero di Giovanni; Don Lorenzo – Siena, c. 1370 / c. 1424 Firenze) e Fra Angelico (Guido di Piero; Fra Giovanni da Fiesole – Vicchio di Mugello c. 1395 /1455 Roma) Deposizione dalla CrocePala Strozzi, c. 1421–24; c. 1430–32, tempera e oro su tavola 277 x 283 cm, Firenze, Museo di San Marco, inv. 1890, no. 8509
    courtesy Ministero della Cultura – Direzione regionale Musei nazionali Toscana – Museo di San Marco

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Beato Angelico, allestimento, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, Firenze, 2025
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