La storia dell’arte ci dà sempre stimoli e nuove emozioni. E gli studi, che non si fermano mai, per fortuna, possono regalarci nuove prospettive e mostre di pregio. Questo accade con un evento che ha il sapore di un riscatto, un punto di partenza nella valorizzazione di un protagonista di primo piano della cultura figurativa del Veneto tra il XIX e il XX secolo. Per il centenario della morte, i comuni di Castelfranco Veneto e San Zenone degli Ezzelini celebrano con una ricca mostra un pittore di squisita qualità, figlio del loro territorio, frescante e pittore che ebbe premi e riconoscimenti internazionali, ma, nemo profeta in patria, snobbato dalla Biennale di Venezia: Noè Bordignon. Un giusto riconoscimento dal comune dove ebbe i natali, come da quello che divenne il suo luogo prediletto, dove si ritirò negli ultimi anni della sua esistenza e che custodisce le sue spoglie.

Il percorso espositivo, curato da due dei principali esperti in materia, Fernando Mazzocca ed Elena Catra, si sviluppa cronologicamente e per temi nelle due sedi espositive del Museo Casa Giorgione a Castelfranco Veneto e di Villa Marini Rubelli a San Zenone. Oltre alle sessanta tele dell’artista e alcuni puntuali confronti con alcuni suoi contemporanei, fra cui Ciardi, Zandomeneghi, Milesi, è stato realizzato un importante catalogo-studio, che prevede anche il regesto completo dell’opera pittorica e ad affresco di Bordignon.  E non è tutto. Dalle sedi della mostra partono gli itinerari sul territorio pedemontano e veneto con undici comuni coinvolti, ben ventuno siti e altri nove comuni segnalati: una vera occasione di scoperta e conoscenza del suo eccellente pennello come frescante, di autentici capolavori diffusi e di borghi e paesaggi.  Una scoperta che permette un approfondito viaggio nelle pieghe affascinanti di questa parte d’Italia.

Cartigliano, Vicenza, Chiesa Abbaziale di Santa Maria, facciata

“La rivalutazione di Bordignon era attesa da molto tempo, dai suoi concittadini e dal mondo accademico” spiegano i sindaci dei comuni organizzatori dell’evento. “Abbiamo voluto realizzare un evento di alto valore scientifico, ma anche fortemente radicato nel territorio, dando vita ad una positiva collaborazione tra due amministrazioni e soprattutto riuscendo a coinvolgere e a mettere in rete i principali comuni che nella pedemontana conservano memoria e testimonianza dell’opera di Bordignon: un patrimonio che siamo convinti vada assolutamente valorizzato, così come i paesaggi di queste nostre terre, riproposti e immortalati nelle opere di un artista che, ci auguriamo, anche i giovani potranno ora adeguatamente conoscere e apprezzare”.

Questa mostra, come scrive il curatore, “ha inteso valorizzare l’opera e mettere a fuoco l’immagine, anche attraverso un incremento della ricerca rispetto agli studi precedenti, di un artista tenuto sinora ai margini rispetto ai più riconosciuti protagonisti della pittura veneta nella seconda metà dell’Ottocento e alle soglie del nuovo secolo. Noè Bordignon non ha avuto infatti nelle ricostruzioni più aggiornate su quel periodo lo spazio riservato invece a personaggi come Giacomo Favretto, Guglielmo Ciardi, Luigi Nono, Ettore Tito che, per la loro notevole fortuna collezionistica anche al di fuori del Veneto, sono stati oggetto di ben altra attenzione. Nonostante abbia goduto in vita di una discreta fortuna internazionale, dato che i suoi dipinti sono stati premiati ed esposti in tutto il mondo, non ha partecipato invece di quella rivalutazione, avvenuta tra le due guerre e negli anni della ricostruzione seguiti al secondo conflitto mondiale, di certa pittura dell’Ottocento entrata nel circuito delle retrospettive alle Biennali veneziane e negli orizzonti del collezionismo facente capo ai nuovi imprenditori emergenti del Nord industrializzato. Pensiamo alla grande raccolta a Valdagno di Gaetano Marzotto dove Favretto, Fragiacomo, Nono e Tito dialogavano con Boldini, De Nittis, i Macchiaioli, Morelli, Divisionisti e Simbolisti.”

Quali le motivazioni di un così lungo oblio? “In un Ottocento così connotato non poteva esserci spazio e comprensione, come non ce n’è stata anche successivamente, per un personaggio come Bordignon penalizzato dalla sua unicità. Se la sua produzione da cavalletto poteva infatti anche rientrare nel panorama di un naturalismo, legato all’evoluzione della pittura di genere, la cui fisionomia si andava sempre più delineando agli studi, era invece difficile recuperare la sua vastissima e per tanti versi sorprendente produzione ad affresco che svelava il suo profondo radicamento con il territorio e con la tradizione immobile, “senza tempo” (Zeri) della pittura sacra.“

Noè Bordignon, Natività di Gesù,1908, affresco, Cartigliano, Chiesa Abbaziale di   Santa Maria

Questa sua unicità artistica si basa sull’aver perseguito sempre, accanto ad una pittura di genere sensibile alle sperimentazioni più attuali, anche una intensa produzione ad affresco, che rivelava il suo profondo radicamento al territorio e alla tradizione “senza tempo” dell’arte sacra. Questa singolarità, insieme alla mancata valorizzazione in seno alla Biennale di Venezia, che ripetutamente rifiutò sue opere invece premiate in importanti esposizioni italiane o estere, accanto alla società, che si andava rapidamente laicizzando, probabilmente determinò un disinteresse postumo per la sua figura.

Il legame con le sue origini fu sempre fortissimo, come appare chiaramente dal suo corpus artistico. Figlio di un sarto di campagna, poté studiare all’Accademia di Belle Arti di Venezia solo grazie al sostegno del Comune di Castelfranco e di alcuni privati concittadini. L’influenza dei suoi principali maestri, Michelangelo Grigoletti e Carl Blaas, unite ad un assoluto sentimento cristiano e ad una profonda riconoscenza verso la sua terra e le sue genti, spinsero Bordignon a perpetuare, lungo tutta la sua vita e ai massimi livelli, la tradizione iconografica dei testi sacri, realizzando i tanti cicli di affreschi che si conservano nelle chiese del territorio: composizioni di ampio respiro, ricche di figure e di movimento, in linea con l’antica tradizione veneta del Cinquecento e che arriva fino al Tiepolo, sicuro riferimento. La sua padronanza della tecnica dell’affresco e l’originalità del suo linguaggio, accompagnate dall’abilità di reggere composizioni di ampio respiro, ricche di figure molto movimentate anche sotto il profilo compositivo, sono qualità riconoscibili nella sua impresa più impegnativa, il monumentale Giudizio Universale affrescato nel 1879 nell’abside della parrocchiale di San Zenone degli Ezzelini.

Noè Bordignon, Il Giudizio Universale, affresco, 1879, San Zenone degli Ezzelini, Duomo

La mostra celebrativa prende avvio da Castelfranco Veneto, con un’evocativa introduzione dedicata all’universo femminile del pittore e con le prime due sezioni tematiche “La formazione artistica e il pensionamento romano” e “La pittura del vero”, che propongono alcuni dei suoi più noti capolavori. Qui si può ammirare anche una notevole selezione di suoi disegni e studi, impreziosita dalla presenza del taccuino di appunti visivi del suo viaggio del 1878 a Parigi per l’Esposizione Universale, ove Bordignon vinse una medaglia per l’opera Ragazze che cantano nella valle.

Noè Bordignon, Ragazze che cantano nella valle, 1878, olio su tela, 91×118 cm, Milano, Enrico Gallerie d’Arte

L’esposizione prosegue a San Zenone degli Ezzelini, completando la fase pittorica del realismo legato al mondo campestre e soffermandosi su “Il ritratto” e “La svolta simbolista”. Sono presenti opere esposte per la prima volta in quest’occasione, come i dipinti dei familiari, da sempre gelosamente conservati nella sua abitazione. Una sezione collaterale alla mostra è dedicata allo stretto rapporto professionale e di amicizia tra Noè Bordignon, i Padri Armeni Mechitaristi e la Congregazione di San Lazzaro degli Armeni, nella cui Abbazia si conservano ancora importanti opere del pittore.

Gli affreschi sono ovviamente disseminati nelle diverse chiese del territorio e portano il visitatore a scoprire i piccoli borghi del territorio veneto fra Castelfranco, Bassano, Asolo, fondamentali per comprendere a tutto tondo la vera natura di questo artista.  L’attività di frescante è stata importantissima nella vita di Bordignon, tanto che la iniziò prima del 1870 e terminò di lavorarci nel 1919, a un anno dalla morte. “In tutte queste opere sorprende la costante alta qualità esecutiva, necessaria per comunicare esplicitamente un messaggio a chi guarda: per questo, sempre, il suo linguaggio figurativo fu tanto “realistico” da sembrare “dialettale”, rustico, tuttavia facilmente decodificabile dalla sua gente, perché parlava la loro lingua, schietta e diretta, veneta”.

Noè Bordignon, Assunzione di Maria, 1910, affresco, Altivole, Chiesa parrocchiale di S. Fosca

Il percorso di frescante sacro è del tutto affine a quello del Bordignon “pittore di scene di vita contemporanea”, capace di conciliare l’innovazione formale e il confronto con la “macchia” toscana e la rivoluzione naturalistica degli anni sessanta e settanta, con l’impegno civile e i valori di solidarietà cristiana.  I suggestivi interni delle chiese, le commoventi scene di vita rurale, volte al riscatto degli umili e degli “ultimi”, sono un riflesso della stessa, profonda religiosità dimostrata come pittore sacro, in perfetta sintonia con la dottrina sociale della Chiesa avviata in quei decenni.

Dopo gli anni di formazione a Venezia svolti con eccellenti risultati – di cui la mostra dà una sintetica testimonianza nel confronto con opere del maestro Carl Blaas, del compagno di studi Luigi da Rios e dei contemporanei Michele Cammarrano e Federico Zandomeneghi – Bordignon ottiene la borsa di studio per l’alunnato a Roma, dove si accosta non solo alla grande tradizione artistica ma anche alle nuove correnti pittoriche. Si immerge negli studi dal vero e nella pittura en plein air, spostandosi in aperta campagna, e si dedica all’esecuzione di opere da poter esporre alla Società degli Armatori e delle Belle Arti in Roma, quasi dimenticando gli impegni assunti con l’Accademia di Venezia. Nonostante ciò, la Commissione accademica con voto unanime considererà un adeguato saggio finale, in sostituzione all’opera di soggetto storico prescritta, proprio la Mosca Cieca – in mostra grazie al prestito dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia – giudicata convincente per l’intensità delle tinte e lo studio delle figure, ma anche decisamente aggiornata con le tendenze più avanzate dell’epoca. Un dipinto solo di recente restituito al 1873 rispetto ad una errata lettura della data, che la assegnava tradizionalmente al 1879.

Noè Bordignon, La mosca cieca, 1873, olio su tela, 73 x 96 cm, Venezia, Gallerie dell’Accademia

Negli anni Ottanta dell’Ottocento Bordignon trova a Venezia, non lontano dalla chiesa dei Carmini, un posto sereno per lavorare: un piccolo campo chiuso, accessibile da Fondamenta dei Cereri, Corte San Marco, con il caratteristico pozzo esagonale in pietra d’Istria ben riconoscibile in alcuni suoi dipinti. Sono gli anni nei quali vediamo il pittore essere sempre più partecipe dei drammi familiari delle campagne, che vivono in un quadro di profonda povertà e disagio, condizioni che emergono manifestamente dalle sue opere, come nel commovente Per l’America del 1887. Il dipinto rappresenta un carretto di suoi conterranei che con poche cose migrano verso il Nuovo Mondo, alla ricerca di un futuro migliore.

Noè Bordignon, Per l’America [Emigranti], 1887, olio su tela, 174 x 243 cm, Vicenza, Collezione Intesa Sanpaolo

L’indigenza è protagonista anche nel celebre La pappa al fogo, dove “la miseria si eleva in un afflato di profonda spiritualità”. La povertà di un fatiscente interno cucina si contrappone all’incredibile dignità e bellezza della madre con i suoi bimbi. Il contado viene quasi idealizzato, contrapponendo i suoi valori alla decadenza morale delle città. E forse, come scrive il curatore Mazzocca, questo è il motivo per cui l’opera, considerata dal pittore il suo capolavoro, venne “barbaramente” respinta dalla Commissione della prima Biennale di Venezia del 1895, dove vennero invece celebrati i fasti della pittura mondana. Anche se forse la vera causa della bocciatura de La pappa al fogo sarebbe stata individuata dagli studiosi nel rifiuto da parte del suo autore di aderire alla Massoneria, di cui Bordignon non poteva certo condividere le posizioni anticlericali.

Noè Bordignon, La pappa al fogo, post 1900, olio su tela, 155 x 215 cm Vicenza, Banco Popolare di Vicenza

Il Bordignon è stato anche un pregevole e prolifico ritrattista, come si può vedere nella sezione dedicata a questo genere nella Villa Marini Rubelli. Circa 20 ritratti mostrano l’abilità e i continui aggiornamenti dell’artista grazie ai suoi viaggi internazionali. I soggetti spaziano dalla umile gente ai suoi familiari, che in più occasioni si sono prestati a dare le fattezze ai personaggi delle sue opere.  Tra i personaggi di spicco vanno segnalati alcuni dipinti esposti per la prima volta in questa occasione, come il ritratto del poeta Vittorio Salmini e quello di Papa Pio X, colto non in veste ufficiale di capo della Chiesa ma in mozzetta e talare bianco, in piedi, in affettuoso dialogo con lo spettatore. In mostra possiamo conoscere l’intera famiglia dell’artista, compresa la moglie Maria Zanchi e il primogenito Lazzaro detto Rino: ritratti che Noè custodiva gelosamente nella sua casa a San Zenone quali affetti più cari.

Noè Bordignon, Bambino con scodella [Ritratto del figlio Mariano Edoardo], 1903 ca., olio su tavola, cm. 54,5 x 35, San Zenone, Collezione privata

Probabilmente l’esito più alto raggiunto da Bordignon nella ritrattistica è il Ritratto di padre Ghevont Leonzio Alishan. Bordignon ebbe un prolungato soggiorno sull’Isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia e un forte rapporto di stima ed amicizia con la Congregazione della quale faceva parte Alishan.  Ancora oggi diverse opere di Bordignon si conservano nell’Abbazia, ritratti, cicli di affreschi e la pala d’altare raffigurante San Gregorio che benedice il popolo armeno. Padre Alishan, è stato tra i personaggi più famosi della congregazione mechitarista, teologo, storico e geografo che ha contribuito in maniera decisiva alla ripresa culturale dell’Armenia, suo paese d’origine.  È ritratto in quest’opera, tutt’ora conservata nel monastero, mentre è al lavoro nel suo studio, assorto e perso nel suo mondo, fra le sue carte e i suoi libri sparsi casualmente sopra al tavolo, colto da un’inquadratura di carattere fotografico. La tavolozza è equilibratissima, le pennellate misurate, gli effetti luministici sapientemente dosati, per restituirci un’atmosfera di calma operosità intellettuale.

Noè Bordignon, Padre Ghevont Alishan nel suo studio, 1900, olio su tela, 74 x 57 cm., Venezia, Congregazione Armena Mechitarista

Gli anni Novanta segnano l’apertura da parte di Bordignon a sperimentazioni stilistiche, dalla scelta della gamma cromatica e della resa della pennellata, all’adesione a nuovi modelli iconografici, complice il proficuo confronto con opere e artisti presenti alle esposizioni internazionali e con le fonti a stampa circolanti in laguna. Si assiste all’eliminazione della messa a fuoco delle figure a favore di atmosfere più diluite, dove anche la natura viene resa attraverso contorni più sfumati e veloci tocchi di colore. Ne è un bellissimo esempio il dipinto Inverno, visibile in mostra, che ci regala un’atmosfera rarefatta e ovattata di sapore mistico.

Noè Bordignon, Inverno, olio su tela, 46 x 61 cm., Castelfranco Veneto, Collezione privata

In risposta alle nuove tendenze, in occasione della Triennale di Brera del 1891, Noè Bordignon presenta al pubblico milanese il dipinto Matelda (1891, collezione privata) che, all’interno della sua più tradizionalista produzione pittorica, si distingue per la modernità della proposta, per le grandi dimensioni, in linea con i temi simbolisti e con i formati richiesti dal mercato d’arte internazionale, per la scelta della gamma cromatica dalle tonalità accese e per l’interpretazione del soggetto. Protagonista è Matelda, figura letteraria guida di Dante nel XXVIII canto del Purgatorio, riletta dal pittore in chiave simbolista con chiari rimandi alla pittura inglese contemporanea dei preraffaelliti. Lo stesso soggetto viene presentato qui in mostra nella versione a bozzetto: una versione assolutamente originale rispetto ad altre, con la donna unica protagonista, eterea e celestiale.

Noè Bordignon, Il mese di Maria a Venezia, 1884, olio su tela, 73 x 104,5 cm., Milano, Enrico Gallerie d’Arte

Tanti i meriti di questa mostra, assolutamente da non perdere, per riscoprire questo protagonista dell’Ottocento dalla mano felice, testimone verace delle istanze dell’Italia post-unitaria, nonché peculiare per il suo doppio binario espressivo che ha perseguito fino alla fine dei suoi giorni: “la sua singolarità sta nella capacità di portare avanti due esperienze parallele, e che potrebbero a prima vista sembrare inconciliabili, quella di frescante, ricollegato a un glorioso passato e declinata in qualche modo in una dimensione senza tempo, e quella, tutta proiettata nell’attualità, del pittore di scene di vita contemporanea, capace di conciliare l’impegno sociale di cui questo genere era stato promosso e sperimentazioni formali.”

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Cartigliano, Vicenza, Chiesa Abbaziale di Santa Maria, facciata
  2. Noè Bordignon, Natività di Gesù,1908, affresco, Cartigliano, Chiesa Abbaziale di   Santa Maria
  3. Noè Bordignon, Il Giudizio Universale, affresco, 1879, San Zenone degli Ezzelini, Duomo
  4. Noè Bordignon, Ragazze che cantano nella valle, 1878, olio su tela, 91×118 cm, Milano, Enrico Gallerie d’Arte
  5. Noè Bordignon, Assunzione di Maria, 1910, affresco, Altivole, Chiesa parrocchiale di S. Fosca
  6. Noè Bordignon, La mosca cieca, 1873, olio su tela, 73 x 96 cm, Venezia, Gallerie dell’Accademia
  7. Noè Bordignon, Per l’America [Emigranti], 1887, olio su tela, 174 x 243 cm, Vicenza, Collezione Intesa Sanpaolo
  8. Noè Bordignon, La pappa al fogo, post 1900, olio su tela, 155 x 215 cm Vicenza, Banco Popolare di Vicenza
  9. Noè Bordignon, Bambino con scodella [Ritratto del figlio Mariano Edoardo], 1903 ca., olio su tavola, cm. 54,5 x 35, San Zenone, Collezione privata
  10. Noè Bordignon, Padre Ghevont Alishan nel suo studio, 1900, olio su tela, 74 x 57 cm., Venezia, Congregazione Armena Mechitarista
  11. Noè Bordignon, Inverno, olio su tela, 46 x 61 cm., Castelfranco Veneto, Collezione privata
  12. Noè Bordignon, Il mese di Maria a Venezia, 1884, olio su tela, 73 x 104,5 cm., Milano, Enrico Gallerie d’Arte

In copertina

Noè Bordignon, Pastorella, 1900, olio su tela, 46 x 66 cm, Firenze, Collezione privata

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: Due sedi: Museo Casa Giorgione di Castelfranco Veneto e Villa Marini Rubelli a San Zenone degli Ezzelini
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Fino al: 16 Gennaio, 2022