Si chiama Displaced ed è la prima mostra antologica di Richard Mosse.
A Bologna i lavori del documentarista concettuale irlandese, invadono di verità e di colore gli spazi della Fondazione MAST.
Tra la fotografia documentaria e l’arte contemporanea, migrazione, conflitto e cambiamento climatico al centro delle fotografie di Mosse come il frutto di una accurata e sensibile indagine che ha l’intento di mostrare quel confine in cui si scontrano amaramente i cambiamenti sociali, economici e politici.
Nella luce diffusa che pervade i lavori, tra una tempesta di sabbia, veicoli crivellati di proiettili, bambini che trasudano paura, c’è costante l’abbandono e la desolazione dei luoghi in cui sono state scattate una volta che l’azione si è conclusa.
Sembra sentirsi ancora la concitazione, la catastrofe, poi la fuga, lo schianto, il missile e gli spari.
Immagini che evocano suoni forti e rumori fastidiosi.
Richard Mosse vuole rilanciare la fotografia documentaria per farla uscire dal vicolo cieco in cui è stata rinchiusa. Lo scopo è quello di sovvertire le narrazioni mediatiche convenzionali attraverso le nuove tecnologie, spesso di derivazione militare, proprio per scardinare i criteri rappresentativi della fotografia di guerra.

I temi trattati sono diversi: le condizioni di lavoro del fotografo di guerra, il concetto di embedded journalism; l’impiego di queste fotografie nei media, sui giornali e sulle riviste; la fotografia documentaria e nello specifico la fotografia di guerra che – oltre a riproporre in maniera diretta gli eventi, senza filtri o commenti – ci si chiede se riesca anche a interpretare la realtà.
A partire dagli esordi Mosse di dedica a una documentazione rigorosa della realtà sociale e, in antitesi a una forma d’arte strettamente concettuale, sceglie di presentare le immagini inglobandole in una fitta rete di informazione; dal 2000, mentre termina gli studi universitari con i suoi lavori scattati in Bosnia, in Kosovo, nella Striscia di Gaza, lungo la frontiera fra Messico e Stati Uniti.
Poi in Nada Que Declarar, una serie fotografica realizzata intorno al 2007 che documenta il passaggio illegale della frontiera fra Messico e Stati Uniti, lo stesso Mosse perlustra il confine, fotografando ciò che resta, gli oggetti abbandonati dai tanti profughi che hanno cercato di attraversarlo.
Poi il Kosovo nel 2004, dopo il turno della Striscia di Gaza con l’Aeroporto Internazionale assurto a simbolo in seguito alla distruzione operata dalle Forze di difesa israeliane nel 2008 e in The Fall (2009) una serie di aeroplani bloccati a terra, danneggiati ma non completamente distrutti, con il passare degli anni sembrano fondersi sempre di più con la natura in cui sono immersi.
Questi primi lavori documentano le zone di guerra dopo gli eventi, non mostrano mai il conflitto, la battaglia o l’attraversamento del confine, ma il mondo che segue la catastrofe.
Immagini emblematiche di distruzione, sconfitta e collasso dei sistemi: l’aftermath photography. La fotografia dell’indomani.
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Tra il 2010 e il 2015, prima per Infra e poi per The Enclave, complessa videoinstallazione in sei parti sullo stesso tema, Richard Mosse si reca nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Nord Kivu, dove viene estratto il coltan, un minerale altamente tossico da cui si ricava il tantalio, materiale che trova impiego nell’industria elettronica e che è presente in tutti i nostri smartphone.

Il Congo, ricco di risorse minerarie, una delle aree più ricche dell’intero continente africano, è segnato da continue guerre e disastri umanitari senza precedenti: dopo il genocidio in Ruanda del 1994 le milizie ribelli stabilitesi nella Repubblica democratica del Congo non hanno mai smesso di alimentare nuove ondate di violenza.
Qui Mosse fotografa le strutture provvisorie costruite da chi scappa, pronto a farlo di nuovo. Casupole pronte per essere abbandonate, modeste ma ingegnose, rappresentano un gesto di creatività vernacolare, quasi di sfida a condizioni di vita difficili e instabili.

Il teschio di una vittima del massacro perpetrato dalle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda che è stato portato in segreto a Chambucha su richiesta dei parenti superstiti, in modo tale che potesse essere documentato senza che le FDLR mettessero in atto rappresaglie contro gli abitanti di Busurungi, il fotografo lo colloca nell’erba bagnata vicino a un fiume decorandolo con alcuni fiori, quasi fosse un memento mori.
Per i suoi scatti in queste zone devastate Mosse ha scelto Kodak Aerochrome, una pellicola da ricognizione militare sensibile ai raggi infrarossi, ormai fuori produzione, messa a punto per localizzare i soggetti mimetizzati. Negli scatti di Infra, la pellicola registra la clorofilla presente nella vegetazione e “rende visibile l’invisibile”, con il risultato che la foresta pluviale congolese viene trasfigurata in uno splendido paesaggio surreale dai toni del rosa e del rosso. Paesaggi maestosi, scene con ribelli, civili e militari, le capanne in cui la popolazione, sempre in fuga, trova momentaneo riparo da un perenne conflitto combattuto con machete e fucili. Con questa serie e questa tecnologia, Richard Mosse vuole scardinare i criteri rappresentativi della fotografia di guerra.
Nelle immagini che scorrono nella videoinstallazione in sei parti The Enclave, progetto gemello di Infra, l’artista svela il contrasto tra la magnifica natura della foresta della Repubblica Democratica del Congo e la violenza dei soldati dell’esercito e dei ribelli. Tra l’erba alta nella rigogliosa boscaglia si susseguono azioni militari, addestramenti e scontri tra i combattenti. I rumori, al pari delle immagini, sono intensi e aggressivi, quasi dolorosi, dopo la carrellata della telecamera sui soldati uccisi. I suoni diventano poi melodie e lasciano spazio ad un paesaggio ridente, aperto e calmo.

Dal 2014 al 2018 Mosse si concentra sulla migrazione di massa e sulle tensioni tra apertura e chiusura dei confini, tra cultura dell’accoglienza e rimpatrio. Si reca in diversi campi profughi tra cui quello di Souda, in Grecia. Situato ai piedi di una fortezza medievale questo campo ospita novecentocinquanta persone secondo le stime ufficiali, una cifra che corrisponde al doppio della capienza, con i nuovi arrivati costretti a montare le tende sulla spiaggia adiacente.
I residenti lamentano infestazioni di ratti, epidemie di scabbia, scarsità di alloggi e intossicazioni alimentari. Il 30% dei richiedenti asilo di Souda hanno trascorso nel campo più di sei mesi. Gli abitanti dell’isola di Chios invece organizzano frequenti proteste.
Il partito neofascista Alba Dorata raccoglie nell’isola numerosi consensi e i suoi membri hanno attaccato il campo in varie occasioni, lanciando dalle mura del castello massi e bombe molotov sui migranti indifesi parecchi metri più in basso e ferendo molte persone.
Per alcuni dei suoi lavori Mosse ha scelto una termocamera in grado di registrare le differenze di calore nell’intervallo degli infrarossi: invece di immortalare i riflessi della luce, registra le cosiddette mappe termiche, si tratta di una tecnica militare nota sin dalla guerra di Corea che consente di “vedere” le figure umane fino a una distanza di trenta chilometri, di giorno come di notte. Le immagini sono apparentemente nitide, precise e ricche di contrasto. A un esame più attento, invece, non si riescono a distinguere i dettagli ma solo astrazioni: persone e oggetti sono riconoscibili solo come tipologie, nei loro movimenti o nei contorni, ma non nella loro individualità e unicità.
Lo stesso ha fatto per Incoming (2017), installazione audiovisiva divisa in tre parti: nella prima parte, girata su una portaerei, sono ripresi i preparativi per il decollo di jet militari impegnati in operazioni di controllo dei cieli del Mediterraneo. Nella seconda, i protagonisti sono invece i migranti in arrivo su barconi sovraffollati, persone esauste e spesso ferite, che attendono soccorsi e, in alcuni casi, il riconoscimento post mortem. Infine i migranti alloggiati nei campi profughi, tra tende e capannoni, ripresi nella loro nuova e forzata quotidianità, bloccati nell’attesa di riprendere il loro lungo viaggio di speranza verso l’Europa centrale.
Tra il 2018 e il 2019, Mosse comincia a esplorare la foresta pluviale sudamericana dove per la prima volta concentra l’obiettivo sul macro e sul micro, spostando l’interesse di ricerca dai conflitti umani alle immagini della natura e in Ultra, con la tecnica della fluorescenza UV, il fotografo scandaglia il sottobosco, i licheni, i muschi, le orchidee, le piante carnivore e, alterando lo spettro cromatico, trasforma questi primi piani in uno spettacolo pirotecnico di colori fluorescenti e scintillanti. La biodiversità viene descritta minuziosamente tra proliferazione e parassitismo, tra voracità e convivenza, per mostrarci la ricchezza che rischiamo di perdere a causa dei cambiamenti climatici e dell’intervento dell’uomo.
Tristes Tropiques è la sua serie più recente: Mosse documenta con la precisione della tecnologia satellitare la distruzione dell’ecosistema ad opera dell’uomo. La tecnica fotografica utilizzata è ciò che l’artista e cartografo Denis Woods definisce “counter mapping“, una forma di cartografia di resistenza che grazie a fotografie ortografiche multispettrali mostra i danni ambientali difficilmente visibili dall’occhio umano. Richard Mosse ha scattato queste fotografie di denuncia lungo “l’arco del fuoco”, nel Pantanal, il fronte di deforestazione di massa nell’Amazzonia brasiliana. I droni rilevano come in una mappa le tracce del fuoco che avanza lungo le radici delle foreste, gli effetti dell’allevamento intensivo, delle miniere illegali per l’estrazione di oro e minerali.

Ogni mappa di Tristes Tropiques mostra i delitti ambientali perpetrati su vasta scala, diventando per il fotografo un archivio che li documenta. Il video Quick del 2010 completa le video-installazioni al Livello 0: è un filmato girato dallo stesso Richard Mosse che ricostruisce la genesi della sua ricerca e della sua pratica artistica attraverso i temi a lui cari come la circolazione del virus Ebola, la quarantena e l’isolamento, i conflitti e le migrazioni, muovendosi tra la Malesia e il Congo orientale.
A curare la mostra Urs Stahel, che racconta: “Richard Mosse crede fermamente nella potenza intrinseca dell’immagine, ma di regola rinuncia a scattare le classiche immagini iconiche legate a un evento. Preferisce piuttosto rendere conto delle circostanze, del contesto, mettere ciò che precede e ciò che segue al centro della sua riflessione. Le sue fotografie non mostrano il conflitto, la battaglia, l’attraversamento del confine, in altri termini il momento culminante, ma il mondo che segue la nascita e la catastrofe.”

Con la capacità di raccontarci sommessamente il destino delle persone coinvolte nei suoi scatti, questa è l’arte di Richard Mosse, fino al 19 settembre 2021 al MAST.
Titolo evento
RICHARD MOSSE DISPLACED
Sito web:https://www.mast.org/richard-mosse-displaced
Dettagli
Didascalie immagini
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Richard Mosse, Pool at Uday’s Palace, Salah-a-Din Province, Iraq, 2009
Courtesy of the artist and Jack Shainman Gallery, New York
© Richard Mosse -
Richard Mosse, Come Out (1966) V, eastern Democratic Republic of Congo, 2011
Private collection SVPL
© Richard Mosse -
Richard Mosse, Mineral Ship, Crepori River, State of Para, Brazil, 2020
Courtesy of the artist and carlier | gebauer, Berlin/Madrid
© Richard Mosse -
Richard Mosse, Of Lilies and Remains, eastern Democratic Republic of Congo, 2012
DZ Bank Art Collection
© Richard Mosse -
Richard Mosse, Souda Camp, Chios Island, Greece, 2017
MOCAK Collection, Krakow
© Richard Mosse -
Richard Mosse, Sawmill, Jaci Paraná, State of Rondônia, Brazil, 2020
Courtesy of the artist and carlier | gebauer, Berlin/Madrid
© Richard Mosse -
Richard Mosse, Platon, eastern Democratic Republic of Congo, 2012
Collection Jack Shainman
© Richard Mosse
IN COPERTINA
Richard Mosse, Lost Fun Zone, eastern Democratic Republic of Congo, 2012
Courtesy of the artist and carlier | gebauer, Berlin/Madrid
© Richard Mosse
[particolare]
FONDAZIONE MAST
Via Speranza, 42 – Bologna
Ingresso gratuito solo su prenotazione
Orari:
martedì – domenica 10:00 / 20:00