Abolita nel 1977, da oggi torna a essere festa nazionale il 4 ottobre per celebrare Francesco d’Assisi proclamato Patrono d’Italia nel 1939 da Papa Pio XII e ieri, in occasione dell’ottavo centenario dalla morte del Santo, ad Arezzo, dove visse alcuni degli episodi più intensi e drammatici della sua esistenza, è stata inaugurata una spettacolare mostra per onorarlo. Nella Leggenda maggiore di Bonaventura da Bagnoregio, la città occupa un posto davvero speciale: “Quando il beato Francesco vide sopra la città di Arezzo i demoni esultanti e al suo compagno disse: “Va’, e in nome di Dio scaccia i diavoli, così come dal Signore stesso ti è stato ordinato, gridando da fuori della porta”; e come quello obbedendo gridò, i demoni fuggirono e subito pace fu fatta”.

Il legame, anche con il territorio, fu lungo e intenso: presso Cortona, dove si fermò nel 1211, Francesco fondò il convento di Celle; sul monte de La Verna, dal Crocifisso con sei ali di cherubino, ricevette le stigmate che avrebbe portato fino alla morte e, proprio su quel monte, venne fondato uno dei più importanti conventi francescani d’Italia. È posssibile percorrere i cammini detti “Le vie di Francesco” (promossi dalla Regione Toscana) proprio per vivere gli itinerari toccati nei suoi spostamenti.

Francesco, già noto in vita, è uno dei rari santi la cui iconografia si stabilizza sulla base di racconti di prima mano e di testimonianze figurative che, seppure idealizzate, ne tramandano i tratti essenziali: la figura fragile segnata dalle impronte delle piaghe di Cristo durante la Passione, il volto modellato dai rigori della sua scelta di povertà, il saio scuro tra il grigio e il marrone, il cordone a tre nodi per cintura. Proprio a un pittore attivo ad Arezzo, Margarito, si devono alcune tra le più antiche immagini del santo. Dal Due-Trecento a tutto il Quattrocento i pittori non solo fissarono con la massima fedeltà possibile le sembianze narrandone altresì, con dovizia di dettagli, fatti e miracoli.

In intesa con le Diocesi, le comunità francescane competenti e gli organi centrali e periferici del Ministero della Cultura, un percorso iconografico attraverso i secoli allestito alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea (confinante con la Basilica di San Francesco, celebre per i suoi capolavori d’arte, in particolare per il ciclo della Vera Croce affrescato da Piero della Francesca) e i suggestivi spazi dell’ex Chiesa di Sant’Ignazio esempio di barocco aretino.

Proseguendo fino a domenica 10 gennaio 2027, “L’immagine di Francesco – Dal Medioevo al Novecento” con circa ottanta opere, provenienti per la maggior parte dal territorio (chiese, pievi, monasteri, luoghi sacri, collezioni private, tavole di difficile concessione e movimentazione, che questa mostra ha permesso di riunire per la prima volta), integrate da prestigiosi prestiti anche esteri, permette di scoprire dipinti, ma anche sculture, volumi antichi, miniature e tempere che documentano, per campioni significativi, la diffusione dell’iconografia francescana.

Lavori ordinati dal Medioevo al Novecento, con alcuni focus tematici, testimoniano la definizione di un’effige espressione del mutare delle istanze teologiche, religiose, culturali e artistiche. «Ogni epoca ebbe il “suo” Francesco, affidandone l’immagine alle arti.» scrive Cristina Acidini nel suo saggio nel catalogo edito da Mandragora e, attraverso le varie sezioni del percorso, si delinea nettamente tale mutamento a partire dai decenni successivi la morte e la rapida canonizzazione (1228).

La tavola di Margarito (Museo Civico di Montepulciano) lo mostra tonsurato sotto il cappuccio e con una barba, che sparirà nell’iconografia più tarda. Ha già una carismatica evidenza il saio marrone, codificato nella Regola, presente in forma di reliquia a La Verna, a Cortona, in Santa Croce a Firenze, completo di cappuccio e di cordone con tre nodi. Nella pala d’altare della metà del Duecento del “Maestro del Crocifisso” (Pistoia), assistiamo allo stabilizzarsi di una narrativa che troverà ampio sviluppo negli affreschi di Assisi: le scene nelle storiette laterali tramandano ai fedeli la memoria della vita del Santo e dei suoi miracoli post mortem. Con speciale cura i pittori sviluppano, e fissano, l’iconografia della Stigmatizzazione, fondamentale per l’ordine nel proporre Francesco come “alter Christus”. Lo scenario è la rupe de La Verna, l’apparizione di un Crocifisso con rosse ali di serafino (più noto come “cherubico”) e Francesco accoglie i suoi raggi ricevendo le cinque piaghe.

Nella tavola del Beato Angelico “San Francesco riceve le stimmate” (Musei Vaticani), la luce divina investe la montagna notturna con mirabili effetti di chiaroscuro. Sandro Botticelli in “San Francesco con gli Angeli” (National Gallery), allude all’episodio del conforto che Francesco, sofferente, ricevette dalla musica degli angeli. In epoca di Controriforma, nel tardo Cinquecento e nel Seicento, l’iconografia si declinerà in interpretazioni diverse e, il percorso, espone numerose delle grandi pale barocche scenograficamente riunite nella Chiesa di sant’Ignazio.

In simbiosi con il sentire del tempo, viene accentuato il misticismo della meditazione solitaria e possiamo osservare Francesco in preghiera o in estasi tra i simboli della devozione. Dipinto da Annibale Carracci nel “San Francesco adorante il Crocifisso” e da Federico Barocci nel “San Francesco nella grotta” (Metropolitan Museum) che lo presenta raccolto in una estatica meditazione entro un riparo roccioso, espressione della forza dell’umiltà e della “ricchezza della povertà”. Al tempo stesso però, Jacopo Ligozzi nella “Descrizione del Sacro Monte della Vernia” (1612), il santuario e il suo impervio intorno, sono rappresentati con una vigorosa fisicità.

Nel secolo del Barocco, attraverso la visione estatica, Francesco diviene partecipe di turbinanti e trionfali scenografie incontrando le supreme divinità nella gloria del Paradiso come in Luca Giordano “Stimmate di San Francesco”. Se nel Seicento l’esigenza di accrescere l’interesse dei devoti verso il Santo portò a nuove storie da narrare, nel Diciottesimo secolo, la presenza in arte di Francesco conobbe un progressivo declinio in quanto, il suo messaggio spirituale di povertà e il misticismo estremo delle sue estasi, mal si accordavano con l’attitudine razionale del periodo dell’Illuminismo. Non mancarono, però, esempi come il dipinto di Angelo Ricci “Immacolata Concezione tra Santi francescani” nel quale il Santo indica l’Immacolata, tema tanto caro all’Ordine francescano. Nei decenni di fine Ottocento e quelli di inizio Novecento, gli orientamenti mutano ancora: ricondotto alle antiche narrazioni di episodi edificanti e miracolosi oppure ne viene accentuata la spiritualità schietta ed essenziale: così Antonio Ciseri nel rappresentarlo di fronte al Crocifisso in “San Francesco riceve le stimmate” (1887), così Libero Andreotti nella figura ascetica della sua scultura in gesso (1920), protesa verso Dio, così ancora progettata da Gio Ponti nel 1963, nella scultura lignea (parte di una teoria di ventidue figure di santi) per la Chiesa di Santa Maria Annunciata annessa all’Ospedale San Carlo Borromeo a Milano.

Ammirabili in mostra (ben illuminata) anche le opere di Giorgio Vasari “Sacra famiglia con San Francesco”, di Guercino “San Francesco in Adorazione del Crocefisso”, di Pietro da Cortona “Madonna in trono con Bambino e Santi” insieme alle sculture di Andrea Della Robbia e di Tino di Camaino e le miniature realizzate da Don Simone Camaldolese per il prezioso “Graduale” del 1380. Infine, un focus sulle celebrazioni francescane del secolo scorso quando, nel 1926, fu un pullulare di iniziative artistiche in tutta Italia, spesso associate a messaggi di propaganda nazionalista. Protagonista in questo contesto è Duilio Cambellotti che realizzò, tra l’altro, una vetrata, eseguì interamente il volume dedicato ai Fioretti e alle storie miracolose oltre alla realizzazione di numerose tempere anch’esse esposte.