Al Teatro Regio di Parma, il terzo titolo operistico del XXVI Festival Verdi è il capolavoro che, nel 1842, trasformò Giuseppe Verdi, ancora sconosciuto, nel nome più atteso della scena lirica italiana. Le terre di Babilonia il “Mondo lontano” di Nabucodonosor in un nuovo allestimento realizzato in coproduzione con il Teatro Comunale di Bologna e il Teatro Carlo Felice di Genova.

Il Maestro compose la sua terza opera su libretto di Temistocle Solera, originariamente destinato a un progetto per Otto Nicolai poi naufragato e affidato a un Verdi inizialmente riluttante dall’impresario scaligero Bartolomeo Merelli. Fu il soprano Giuseppina Strepponi, futura compagna del compositore, a convincere Merelli del valore della partitura dopo una prova al pianoforte, contribuendo a inserirla nel cartellone del Carnevale 1842. Solera trasse il soggetto, oltre che dall’Antico Testamento, dal dramma Nabuchodonosor di Auguste Anicet-Bourgeois e Francis Cornu, rappresentato a Parigi nel 1836, e dal ballo omonimo di Antonio Cortesi andato in scena alla Scala nel 1838, aggiungendovi la vicenda amorosa tra Ismaele e le sorelle rivali Fenena e Abigaille con il celebre coro degli ebrei in schiavitù, «Va, pensiero», da cui, secondo il racconto più volte proposto dallo stesso Verdi, sarebbe scaturita la scintilla che lo convinse a musicare il libretto.

Vale la pena ricordare che, sulla genesi di Nabucodonosor pesa, da sempre, l’aneddoto raccontato più volte dal Maestro, quello del libretto scagliato con rabbia sul tavolo e apertosi per caso proprio sulla pagina di «Va, pensiero». Un racconto che Giuseppe Martini nel programma di sala del Festival definisce «perfetto per fondarci sopra una leggenda», del quale però «nient’altro si conosce» quanto a reali variazioni apportate al testo di Solera. Al di là del mito, concordiamo con Martini nell’affermare che la vera cifra dell’opera va cercata altrove: «Nabucco è anche un’opera così così, con alti e bassi e molte mezze vie, che splende per riflesso del suo celebre coro» eppure capace di «funzionare come base del mito» verdiano, imponendo fin dal debutto scaligero – 9 marzo 1842 – un linguaggio fatto di «voci scure dalla melodia ampia», di «cabalette senza risparmio» e di quella «monumentalità» orchestrale che avrebbe segnato l’intero decennio successivo del compositore.

Regia, scene e costumi del nuovo allestimento sono firmati da Pier Luigi Pizzi che racconta: «Ho firmato la regia di Nabucodonosor altre due volte la prima al Maggio Musicale Fiorentino nel 1978, al fianco di Riccardo Muti e Luca Ronconi, in un monumentale progetto di teatro nel teatro; la seconda per il Marche, in uno spazio della memoria più essenziale, dove ho cercato di raccontare con chiarezza l’intricata vicenda di Abigaille e Nabucodonosor. È da questa seconda esperienza che riparto oggi, in un modo ancora più stringato, affidandomi a un metodo che parte dal testo, reso con estrema incisività, per poi abbandonarsi alla musica. Visivamente non ho bisogno di stupire: procedo per sottrazione, eliminando tutto ciò che appare superfluo, per lasciare spazio soltanto all’essenziale. Dobbiamo semplicemente cercare di produrre emozione».

Francesco Lanzillotta, sul podio, alla guida dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna e del Coro del Teatro Regio di Parma (preparato da Martino Faggiani), ricorda «Con Nabucodonosor la carriera di Verdi decollò in maniera pressoché definitiva, dopo l’accoglienza di stima riservata a Oberto e l’accidentato impatto di Un giorno di regno. Il fascino di quest’opera sta proprio nell’alternanza fra un’orchestra imponente, graffiante e a tratti violenta, e pagine di estremo lirismo affidate a pochi strumenti, in cui l’elemento cameristico diventa protagonista: ogni nota ha un peso teatrale, strettamente connesso al testo. Nabucodonosor apre la strada a un teatro musicale diverso, che Verdi percorrerà senza indugio fino a rivoluzionare definitivamente il mondo operistico, a cominciare già dall’opera successiva, I Lombardi alla prima crociata».

Presenti alla replica dell’undici ottobre (a cui ci riferiamo, sono programmate altre due recite, domani e sabato 24), una domenica quasi estiva e il Regio tutto esaurito per questo gioiello: alle sedici esatte si spengono le luci in sala e inizia la magia.
Questa volta Pier luigi Pizzi non ha usato proiezioni tridimensionali, ma ciò a cui ci si trova di fronte è un impianto fisso, un contenitore nero con al centro una grande scalinata, le forme sono geometriche, tutto è minimale con pochissimi oggetti in scena. Gli spazi sono percorsi da luci fredde, i costumi semplici, senza tempo, sono neri e bianchi per gli ebrei e rossi per i babilonesi. Tutto di grande effetto per uno spettacolo raffinato che cattura il pubblico in sala.

Di altissimo livello la lettura del maestro Francesco Lanzillotta anche per il riscontro dell’Orchestra che offre sempre precisi attacchi, tempi scanditi alla perfezione e cesello dei singoli strumenti. Il risultato è ben lontano da quelle direzioni “bandistiche” che troppo spesso siamo costretti ad ascoltare.
Protagonista indiscusso della serata il Coro che, già all’inizio nell’introduzione “Gli arredi festivi…“, dà un saggio di bravura, per poi superarsi nel “Va pensiero” dove il pubblico ha applaudito così a lungo da far concedere il bis.

Voci all’altezza dell’evento, iniziando da Lidia Fridman che ha incantato il pubblico dando, alla sua Abigaille, timbro scuro e drammatico, ottimo controllo del fraseggio e un’eccezionale presenza scenica.
Nabucodonosor, affidato al baritono Ariunbaatar Ganbaatar che, con dizione e interpretazione perfette, si cala nei panni del sovrano assiro dalla voce calda, rotonda e potente. Altro lusso avere, nella parte di Zaccaria, il basso Michele Pertusi, la cui tecnica è inossidabile come la presenza scenica.

Bene il tenore Andrés Moreno Garcia nella parte di Ismaele, ottima nella parte di Femena il mezzosoprano Laura Verrecchia. Bene anche il basso Adriano Gramigni (Gran Sacerdote di Belo), il tenore Simone Fenotti (Abdallo) e il soprano Maria Cristina Bellantuo (Anna).
Meritatissimi gli applausi finali per tutti.