Anche quest’anno, dal 17 luglio al 30 di agosto, il Salzburg Festspiele ha offerto un programma di concerti sinfonici ed opere liriche con cast e direttori fra i più richiesti. Indubbiamente, la punta di diamante dell’edizione 2026, è stata la messa in scena di Saint François d’Assise di Olivier Messiaen per l’anniversario degli ottocento anni dalla scomparsa del Santo. L’opera è quindi tornata a Salisburgo dove era stata rappresentata per la prima volta nel 1992 in occasione della morte di Messiaen. Compositore d’avanguardia, acclamato dalle più importanti orchestre del mondo, era cattolico praticante e, per decenni, suonò l’organo nella chiesa della Sainte-Trinité a Parigi. La passione per l’ornitologia lo spinse a girovagare e a trascrivere, dal 1952, vari taccuini con i canti degli uccelli così da accumulare materiale poi confluito nelle composizioni.

L’unica sua opera dall’immensa forza vocale e orchestrale – commissionata da Rolf Liebermann per l’Opéra Garnier – lo tenne impegnato per quasi un decennio: la composizione della musica avvenne dal 1975 al 1979 e l’orchestrazione dal 1977 al debutto del 28 novembre 1983. Un lavoro monumentale suddiviso in tre parti, otto scene e circa duemila pagine di partitura estremamente complessa per orchestra, coro, solisti, ma, soprattutto, per colui che li deve guidare. Per l’ampiezza della visione del mondo e l’intensità dell’esperienza sensoriale che racchiude - oltre all’audacia artistica del suo creatore – nella seconda metà del Ventesimo secolo ha occupato una posizione analoga a quella del Tristan und Isolde di Richard Wagner nel secolo precedente, due opere fondamentali della storia della musica in quanto espressioni del proprio tempo, accomunate dal tema dell’amore incommensurabile che culmina nella morte. Saint François d’Assise ha però ancora molto da dirci essendo capace di attraversare il tempo e mantenere la potenza di comunicare un’esperienza esistenziale. Incontrare Francesco, è entrare in una sfera spirituale.
Messiaen vide Francesco incredibilmente radicale nella rottura definitiva con il passato e la famiglia, nella ricerca della povertà più estrema, nella celebrazione del bello e del brutto, della vita e della morte, e nel suo rapporto con le sofferenze di Cristo, al punto da volerle rivivere egli stesso.
Quello con il Santo fu per il compositore un rapporto durato decenni, rendendo l’opera il suo capolavoro.
Presenti alla prima del 4 agosto (Felsenreitschule al completo da mesi per questa maratona musicale di circa quattro ore e mezza con due intervalli di un’ora ciascuno, un totale di sette ore che non ha scoraggiato neppure nelle cinque repliche successive), appena si sono spente le luci, in sala regnava il silenzio; ci meravigliamo sempre con piacere visto che, in Italia, abbondano rumori e applausi fuori contesto. Inizia con Francesco che si spoglia di tutti i suoi averi e abbraccia la povertà assoluta: pochi oggetti in scena e molti simboli per la regia di Romeo Castellucci che ha curato anche scenografie, costumi e luci (usate magistralmente). Capace di scatenare intimissime riflessioni anche per scelte non comuni come, a esempio, nel passaggio dal quadro delle Laudi alla scena del Lebbroso, è stato preparato il pane in scena e, in appositi forni portati sul palcoscenico, cotto in tempo reale inondando la sala di qull’inconfondibile profumo così, nel momento dell’incontro tra Francesco e il Lebbroso, appare nitido il messaggio del pane che lievita attraverso la sofferenza.
Di fortissimo impatto anche la scena della predica agli uccelli che cadranno, dall’alto, sul palcoscenico privi di vita, in una parabola di morte, ma anche resurrezione. Perfette le arcate scavate nella roccia che fanno sembrare Felsenreitschule una cattedrale gotica. A Yasmine Hugonnet sono state affidate le coreografie, mentre la drammaturgia è stata curata da Christian Longchamp, collaboratore di lunga data del regista con il risultato di un lavoro di rara bellezza.
La parte musicale è affidata al direttore Maxime Pascal, oramai di casa a Salisburgo, e la lettura che offre è precisa, tagliente anche per le eccellenti prove offerte dall’Orchestra dei Wiener Philharmoniker e il Coro della Staatsoper di Vienna. In alcuni momenti sembrava di ascoltare musica ultraterrena tra incastri di suoni, variegati impasti timbrici, percussioni e archi perfetti. Una gioia per chi ascolta.
Nel canto, la parte di François, è affidata al baritono Philippe Sly, in scena per quasi cinque ore, una prova durissima che ha richiesto nervi saldi, tecnica da manuale e sforzo fisico ed emotivo senza uguali, straordinario anche per essere riuscito a trasformare la voce, dalla fragilità iniziale, all’estasi finale della morte.
Bravissimo il tenore Sean Panikkar, nel ruolo de Le Lépreux, in particolare in una figura nel secondo quadro, che si concentra sull’intero tema della compassione francescana.
Al soprano Lauranne Oliva la parte de L’Ange la presenza costruttiva e distruttiva che attraversa tutta l’opera, come tramite tra il mondo terreno e quello della grazia.
Il baritono Russel Brown dà una voce di notevole spessore a Frère Léon e il timbro duttile del tenore Léo Vermot-Desroches è un Frère Massée che fa la differenza. Molto bene Aaron-Casey Gould nella parte di Frère Élie come Willard White nei panni di Frère Bernard.
Alla fine il pubblico è rimasto in religioso silenzio e, giunti al termine di questo viaggio spirituale e musicale, ha tributato grandissimi applausi per tutti con standing ovation per François, una vera impresa da titano. Non uno spettacolo, ma esperienza da vivere ognuno con le proprie sensibilità.