
«Ricordare, qui, non è nostalgia ma responsabilità»
Giovedì scorso, al Caffè Letterario del Teatro Niccolini di Firenze, è stato presentato dall’autore, lo storico Emanuele Pagni, “Contro l’oblio. 53 opere per ritrovare lo sguardo” edito da Mauro Pagliai, un libro che ha il pregio di non essere un manuale per esperti del settore, ma rivolto al grande pubblico per offrire un percorso di approccio all’arte libero attraverso capolavori che hanno segnato il modo di osservare.
La storia insegna quanto le immagini abbiano lasciato traccia dell’essere umano raccontandone l’evoluzione, ma quale significato possono avere oggi le opere del passato – e quelle del presente – se ogni giorno, sugli smartphone, consumiamo migliaia di immagini senza soffermarci realmente su alcuna?
Pagni, attraverso cinquantadue opere, scelte tra lavori universalmente noti e altri meno famosi, passando dal legno ferito del Crocifisso di Cimabue alle ombre incandescenti di Goya, dal silenzio di Friedrich alla luce accecante di Turner, fino a Picasso, Hopper, Warhol e alla fotografia contemporanea, ha costruito ogni capitolo come un incontro autonomo dove si accordano rigore storico, racconto e riflessione personale senza farsi mai prendere la mano dal repertorio specialistico.
Le opere, dunque, divengono strumenti per interrogare il presente: il Compianto di Giotto richiama il dolore delle madri che ancora oggi perdono i figli nelle guerre; la Zattera della Medusa di Géricault rimanda ai migranti ammassati sulle imbarcazioni del Mediterraneo; il Cristo morto di Mantegna, con la sua prospettiva spietata e ravvicinata fa riaffiorare, nell’immaginario fotografico moderno, il corpo di Che Guevara esposto a Vallegrande nel 1967.
Un viaggio attraverso epoche, linguaggi e sensibilità differenti, nel quale l’arte è esperienza viva, capace di formare il pensiero e di restituire significato alle inquietudini contemporanee.
In chiusura, la cinquantatreesima opera, è una fotografia su tela gommata Sister of Mercy, realizzata dallo stesso autore, che invita a considerare “il guardare” come un atto morale.