
Per la Serenissima, il Seicento, fu una stagione ingiustamente sottovalutata da tanta parte della critica, compressa tra gli sfarzi del secolo precedente e le glorie del successivo, benché grazie alla forza di uno Stato attrattivo, gli artisti fossero giunti in gran numero in laguna a rinnovare la pittura.
Martina Leone, nel suo libro Francesco Ruschi e l’abundantia barocca: pittura e collezionismo tra Roma e la Serenissima (Campisano Editore) restituisce un protagonista del Diciassettesimo secolo dimenticato.
Crocevia tra cultura romana e identità lagunare, veneziano dalla pittura ‘foresta’, Ruschi emerge come interprete originale di una stagione segnata da mobilità artistica, tensioni religiose e nuove dinamiche collezionistiche.
Attraverso documenti inediti, analisi delle opere e un catalogo ragionato, il volume ricostruisce per la prima volta la figura di Francesco Ruschi (1600-1661) a lungo trascurato, evidenziandone il ruolo di raccordo tra la cultura romana e quella veneziana inserendo la sua attività nel contesto di una Venezia dinamica e aperta agli scambi artistici, segnata da nuove forme di collezionismo e da intense relazioni tra artisti, mercanti e istituzioni.
La pittura di Ruschi, ricca, colta e sensuale, fonde tradizione barocca e suggestioni tenebriste, riflettendo le aspirazioni e le trasformazioni della società veneziana del Diciassettesimo secolo, la sua vicenda diviene così chiave di lettura per reinterpretare il Seicento veneziano come una stagione di profondo rinnovamento artistico e culturale.