Casa come me: Giorgio Morandi, insieme a Casa come me: Einaudi, sono i primi due titoli della nuova collana di Electa, curata da Andrea Cortellessa ed Emanuele Trevi, dedicata al legame profondo tra spazio e identità, tra abitazione e vocazione nella vita e nell’opera di protagonisti della cultura, dell’arte e dell’editoria del secolo scorso. “Casa come me” così Curzio Malaparte chiamava la fantasmagorica magione (detestava che venisse chiamata «villa») che irripetibilmente, nel 1938, riuscì a costruirsi a Capri sul ciglio dell’infinito. Realizzata da Adalberto Libera e ricolma di oggetti e opere firmati da Alberto Savinio (l’autore di Casa ispirata e di Casa «la Vita»), ma da Malaparte stesso a più riprese modificata e “personalizzata”, diventando un manifesto di vita. La sua fortuna postuma, a partire dal capolavoro cinematografico di Jean-Luc Godard, Il disprezzo, di cui la Casa è set, è emblematica delle contraddizioni del nostro rapporto con l’ambiente, ma anche delle estasi che possono prodursi all’incontro al vertice, è il caso di dire, di tutte le arti. Ogni volume presenta il testo di un saggista o di uno scrittore capace di raccontare, insieme, la Casa e chi l’ha abitata ed è affiancato da alcune immagini quali foto d’epoca, disegni o piante allo scopo di ricostruire spazi e funzioni delle abitazioni.

In Casa come me: Giorgio Morandi Marco Antonio Bazzocchi guida nell’universo raccolto e silenzioso del pittore ricostruendo la memoria di uno spazio che ha avuto un ruolo cruciale sia nella sua vicenda, ma anche nella visione artistica, l’appartamento di via Fondazza 36 a Bologna, dove visse e lavorò con le sorelle dal 1930 fino alla morte nel 1964.
Un destino tortuoso quello dell’appartamento dell’artista che è stato smantellato nel 1993, ma lo studio viene salvato e riallestito a Palazzo d’Accursio per tornare di nuovo in via Fondazza dopo anni di abbandono e tentativi di ristrutturazione; qui nel 2009 con un progetto di allestimento affidato all’architetto Massimo Iosa Ghini, diviene “Casa Museo Morandi”, ad uso pubblico.
Il libro non racconta il museo oggi, quanto la casa come era, in una ricostruzione – coniugata al presente – della vita privata e segreta dello studio, degli oggetti, della cucina, della luce, degli spazi femminili e maschili, restituendo lo spirito di un tempo sospeso.
Il testo restituisce alla casa la sua dimensione originaria e riesce a far emergere la “domesticità” come tema cruciale della poetica morandiana, grazie alle testimonianze dirette (come quelle dell’amico e custode della memoria Carlo Zucchini), alle parole di artisti che a lui hanno guardato (Claudio Parmiggiani, Tacita Dean), allo sguardo di intellettuali e critici come Giuseppe Raimondi e Francesco Arcangeli. Senza dimenticare il prezioso lavoro fotografico di documentazione di Luigi Ghirri, Gianni Berengo Gardin, Gianni De Biasi
‘La casa, e di conseguenza tutto ciò che ha a che fare con il ‘domestico’ costituisce uno dei grandi problemi dell’opera di Morandi.
Così l’atelier-stanza, il salotto, il corridoio, la cucina e gli oggetti – bottiglie, tazze, brocche, lampade, scatole, vasi, pennelli, tele – diventano protagonisti e insieme proiezioni del linguaggio dell’artista: portatori di luce, di colore, di assenza e di quella nostalgica presenza che anima le sue nature morte, trattengono tempo, memoria e silenzi.
Il volume è corredato da un repertorio fotografico che include gli iconici scatti di Gianni Berengo Gardin e quelli di Luciano Calzolari, insieme ad alcune inedite testimonianze visive private offerte dall’autore.

In Casa come me: Einaudi, al centro del racconto vi è una delle officine culturali più influenti del Novecento italiano: la sede torinese, storico spazio della casa editrice Einaudi, laboratorio formativo e civile. Scrivere di questa ‘casa’ è stato come ricostruire un ecosistema di relazioni, di scelte, di visioni condivise e conflittuali, ma anche del “saper fare” artigianale che piaceva a Primo Levi.
Tra quelle stanze sono passati scrittori, traduttori, consulenti, redattori, correttori, grafici, tipografi che hanno dato forma a un progetto editoriale unico, rigoroso e impegnato. Paolo Di Stefano, che in Einaudi ha lavorato proprio come editor, ha affrontato questo spazio con uno sguardo insieme interno e narrativo.
A partire dalla sede originaria (1933) e dai successivi traslochi legati alle vicissitudini della Guerra, passando per le sedi di Roma e Milano, fino all’identificazione dell’edificio di via Biancamano 1, in tipico stile Novecento, scelto già nel luglio 1945, subito dopo la Liberazione, e al passaggio al civico 2 (definitivamente nel 1988 in coincidenza con la crisi finanziaria).
La narrazione intreccia da un parte la storia architettonica e degli arredi interni,
minuziosamente descritti, che per decenni portano la firma di Franco Berlanda e dagli anni Settanta quella di Roberto Gabetti, entrambi amici di Giulio Einaudi; dall’altra la memoria editoriale, quindi le collane, la monumentale Storia d’Italia, l’Enciclopedia, l’esperienza dell’ufficio politico, gli autori, i funzionari e i consulenti (Cesare Pavese, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Elsa Morante, tra i molti), i rapporti con l’editoria internazionale, le librerie Einaudi…
Infine, attraverso le voci di quanti hanno occupato quelle stanze soprattutto tra anni sessanta e ottanta, viene illustrato il rapporto tra gli spazi e il lavoro intellettuale e artigianale. Se attraverso i carteggi editi e i verbali dei famosi mercoledì intorno al leggendario tavolo ovale, conosciamo bene i dibattiti culturali che hanno portato a costruire il catalogo dello Struzzo, questo libro polifonico mette in luce piuttosto la “ricerca di una perfezione” materiale del libro come manufatto.
I mobili, il design, i materiali e la disposizione degli ambienti diventano indizi di un’estetica e di un gusto che qualcuno ha definito ascetico: ‘’tappeti cammello, tende di chintz rosso, lampade, tavolini di vetro e legno […] contribuiscono a formare uno stile geometrico estremamente razionale’’, in cui i libri stessi ‘‘diventano la quinta policroma, la scenografica ed essenziale cortina’’. Senza dimenticare il colore bianco delle pareti, destinato a dialogare con il bianco delle copertine dello Struzzo, grazie allo stile grafico introdotto da Bruno Munari.
Al di là dell’aspetto strettamente tecnico ed estetico, va poi considerata la carica simbolica rappresentata dalla distribuzione degli uffici in rapporto all’ufficio dell’editore.
Immancabile fin dalle prime righe la presenza del ‘padrone’ Giulio Einaudi, grande arredatore della cultura italiana, come l’ha definito Franco Lucentini, facendo riferimento al suo gusto che dagli ambienti e dagli uffici si prolungava al libro e viceversa. L’editore-arredatore che pagina
dopo pagina nel libro assume il ruolo di grafico e persino, per così dire, di gallerista, in quanto le sue passioni artistiche finiscono per “arredare” non solo le copertine dei libri, ma anche le pareti di via Biancamano e delle sedi romane e milanesi.
Casa Einaudi dà conto anche della personalità dell’editore come appassionato di arte, delle sue frequentazioni e delle amicizie nella scena contemporanea e si configura così come una realtà dove la forma degli spazi riflette una precisa idea di lavoro culturale che è stata in grado di influenzare generazioni di lettori e intellettuali.
Anche questo volume è arricchito da un apparato iconografico che comprende fotografie d’epoca e materiali documentari, piante e ricostruzioni degli spazi, incluse alcune opere di Giulio Paolini, Emilio Vedova, Mario Merz appartenenti alla storica collezione d’arte.