A Milano, a Palazzo Reale, prosegue fino a domenica 20 settembre, la monografica dedicata a Mario Raciti (Milano, 19 aprile 1934), protagonista dell’astrazione italiana e il curatore, Luca Pietro Nicoletti, afferma come renda: «omaggio a una voce importante del Novecento, che ha saputo dare forma alle inquietudini profonde e allo smarrimento dell’uomo senza rinunciare a un quid di poesia, fra impulso psicologico e allegoria del profondo, in cerca di un “altrove“». Ripercorrendone l’intera evoluzione creativa, la mostra focalizza sul profondo legame con la città, non solo natale, ma dove ha intrecciato una relazione culturale e umana lunga oltre mezzo secolo, il progetto si inserisce nel ciclo che Palazzo Reale dedica ai “Maestri a Milano” – in continuità con le antologiche dedicate negli ultimi anni a Ruggero Savinio, Grazia Varisco e Valerio Adami – volto a valorizzare un patrimonio meneghino per offrirlo gratuitamente al pubblico.

Con circa cento opere provenienti dalle collezioni del Museo del Novecento, dal Mart di Rovereto e da collezioni private, il percorso espositivo riavvolge idealmente il nastro della lunga avventura artistica di Mario Raciti, dai primi passi mossi negli anni Cinquanta fino alle produzioni più recenti. Considerato un maestro del post-informale, dopo la laurea in giurisprudenza e l’avvio dell’attività legale, nei primi anni Sessanta decise di dedicarsi interamente alla pittura: una scelta radicale, sostenuta da un’incessante studio per cercare di dare forma a una rilevanza ulteriore, sospesa tra realtà, memoria e visione.

Per comprendere le origini del linguaggio è necessario tornare alla Milano degli anni Cinquanta quando venne attraversata da fermenti internazionali e da un intenso dibattito culturale. In tale contesto nacquero anche gli incontri decisivi con il poeta Roberto Sanesi e l’editore Vanni Scheiwiller. Sarà proprio Scheiwiller a pubblicargli, nel 1970, la prima monografia mentre, il rapporto con Sanesi, infuse alla pittura suggestioni poetiche e letterarie che ne arricchirono l’apporto concettuale.

La pittura, alimentata con intense letture, da Rainer Maria Rilke a Hölderlin, da Goethe a Musil, e una profonda affinità con il mondo musicale – da Wagner a Mahler e Schubert – influenzano la temperatura e il tono della sua tensione verso l’altrove e la dimensione trascendente.
A partire dagli anni Settanta, entrò a far parte del gruppo della Galleria Morone di Enzo Spadon accanto ad artisti come Claudio Olivieri, Valentino Vago ed Enrico Della Torre. Il lavoro venne progressivamente accolto in importanti collezioni pubbliche e private. Un momento cruciale è rappresentato dalla grande personale al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea del 1988 e, in quell’occasione la direttrice Mercedes Garberi, acquisì ben trentasei opere, oggi custodite al Museo del Novecento, proprio quel nucleo di lavori testimonia il definitivo riconoscimento di Raciti da parte della sua città.

Il percorso espositivo, accompagnato da un catalogo edito da Silvana, conduce il visitatore attraverso le diverse stagioni di ricerca: dalle figurazioni emblematiche degli anni Sessanta alle atmosfere sospese delle Presenzeassenze degli anni Settanta, dai cicli delle Mitologie degli anni Ottanta ai Misteri degli anni Novanta. Negli anni Duemila la pittura approda a esiti sempre più complessi e drammatici, spingendo l’immagine verso la dissoluzione. Tra i cicli più recenti figurano le opere dedicate alla crocifissione e Why, parte de I fiori del Profondo, in cui il mito di Proserpina diventa metafora del bisogno umano di comunicazione. Nelle ultime serie, Una o due figure e Fonti, i fiori si trasformano in dardi e la pittura evoca l’impossibilità dell’incontro e la distanza tra gli esseri umani.