
Oggi che l’intelligenza artificiale è una realtà sempre più invadente nelle nostre vite – strumento manipolatorio (ingenuo crederlo neutrale all’ideologia dominante) che deve essere usato con cautela, per non rischiare l’atrofia del cervello – l’idea più romantica di un essere artificiale esposto a dilemmi etici, che apprende dal suo vissuto come gli umani, può sembrare anacronistica e distante anni luce da questo presente, ma A.I. Intelligenza artificiale di Steven Spielberg, che esordiva sugli schermi venticinque anni fa, continua a parlarci di noi e di nostre responsabilità sempre attuali, verso la tecnologia e l’uso che ne facciamo in rapporto con l’universo intero.
L’idea di partenza per questa fiaba fantascientifica fu di Stanley Kubrick che ne parlò all’amico Steven Spielberg già nel 1984, facendo scrivere un primo soggetto a Ian Watson ispirato da un racconto breve di Brian Aldiss, su cui poi una decina d’anni dopo i due cineasti cominciarono a lavorare confrontandosi a distanza, loro due da soli senza intermediari, ognuno convinto che sarebbe stato un bellissimo film diretto dall’altro. La scomparsa improvvisa dell’autore di Arancia meccanica ha lasciato al padre di E.T. L’extra-terrestre il compito di completare il lavoro e Steven Spielberg, che, ha spesso scritto intere scene dei suoi film comparendo accreditato nei titoli solo per Incontri ravvicinati del terzo tipo, ha deciso di scrivere da solo la sceneggiatura definitiva per preservare integralmente l’apporto che Stanley Kubrick aveva dato al progetto. La voce senza alcun tono di Teddy – orsetto ‘coscienza’ del protagonista – ad esempio ricorda l’elaboratore elettronico Hal 9000 di 2001 odissea nello spazio, ma il regista di Shining aveva anche realizzato personalmente molti disegni e incaricato l’illustratore concettuale Chris Baker – in arte Fangorn – di creare l’atmosfera di un futuro lontano e indefinito; tra le sue idee più suggestive che possiamo ammirare sullo schermo, l’ingresso alla metropoli del sesso Rouge City con i ponti di accesso antropomorfi è una delle visioni più potenti dell’intero film.

Girato in minima parte all’esterno in Oregon e poi completamente in studio, dove è stato creato l’universo apocalittico in cui si muove l’azione dei personaggi, il film è diviso fondamentalmente in tre capitoli distinti che realizzano anche altrettanti sbalzi di stile rendendo il racconto complessivo un po’ sghembo, ma talmente sublime nella poesia triste e malinconica – soprattutto del capitolo finale duemila anni nel futuro del già lontano futuro iniziale – che è impossibile non amare questa fiaba così struggente.

La storia del piccolo David, prototipo sintetico di bambino progettato per amare, indotto dalla storia di Pinocchio e dagli eventi a mettersi in viaggio verso ‘la fine del mondo’ per incontrare la Fata Turchina che possa farlo diventare realmente un bambino vero, deve molto alle prove eccezionali dell’allora dodicenne Haley Joel Osment nel ruolo di David – che si è misurato con la difficoltà di recitare senza mai battere ciglio – e di Jude Law nei panni plastificati di Gigolò Joe, entrambi supportati da un trucco che simula l’artificialità di materie plastiche sui loro volti.

A.I. Intelligenza artificiale è un’opera che ci interroga su questioni morali vecchie quanto il mondo, quei dilemmi fondamentali che non possono trovare il conforto di risposte assolute. La prima parte con l’imprinting irreversibile dato al piccolo essere meccanico si domanda: davanti a una creatura – anche creata in laboratorio – che dà amore incondizionato, qual è la responsabilità umana di chi è oggetto di quell’amore? Mentre la crudeltà verso gli esseri meccanici della seconda parte, evoca i genocidi che nei secoli sono supportati da un’opera di disumanizzazione delle vittime, il non riconoscere pari dignità e quindi diritto di esistere all’altro, è da sempre l’idea reiterata su cui fa leva la legittimazione di ogni massacro.

A dispetto della velocità con cui evolve la tecnologia, il film resiste molto bene alla prova del tempo, così pieno di rimandi evocativi a Il Mago di Oz e costruito su mille dettagli curati con la massima attenzione, alcuni inevitabilmente perduti nella versione italiana; è il caso delle voci di Robin Williams e Meryl Streep che, in originale danno vita rispettivamente ai personaggi del Dottor Know e della Fata Turchina. Contributo insostituibile quello della colonna sonora di John Williams, abituale collaboratore di Spielberg da decenni, a cui va attribuito in gran parte il merito del pathos suggestivo che avvolge il capitolo conclusivo.

A.I. Intelligenza artificiale di Steven Spielberg non sarà certo il titolo più riuscito di un autore che nella sua filmografia ha titoli come Schindler’s list o Munich, oltre a innumerevoli campioni d’incasso più commerciali, da Lo squalo alla saga di Indiana Jones, ma è un’opera nata dalla sincera amicizia di due grandi cineasti e a chi non ha mai avuto occasione di vederlo, si consiglia la visione per colmare questa lacuna.