A Bologna, fino a domenica 17 luglio, Palazzo Pallavicini ospita la più ampia antologica organizzata in Italia dedicata a Ruth Orkin (Boston, 3 settembre 1921 – New York, 16 gennaio 1985), fotoreporter, fotografa e regista statunitense; curata da Anne Morin, racconta la vicenda artistica presentando centottantasette fotografie, due macchine fotografiche e alcuni importanti documenti per ripercorrere la traiettoria di una tra le personalità più importanti della fotografia del Novecento, considerando il ruolo cruciale nella storia di questo genere espressivo. Per Ruth Orkin, la narrazione visiva si costruisce attraverso una successione dinamica di immagini, che prende ispirazione dal cinema, disciplina da cui fu sempre affascinata. Sognava infatti di diventare regista, grazie anche all’influenza della madre, Mary Ruby, attrice di film muti, che la portò a frequentare le quinte della Hollywood degli anni Venti e Trenta.

Nella prima metà del secolo scorso, tuttavia, per una donna, intraprendere questa carriera era una strada disseminata di ostacoli e veti. Dovette quindi rinunciare al sogno di cineasta o, perlomeno, dovette reinventarlo e trasformarlo: complice il regalo della sua prima macchina fotografica, una Univex da trentanove centesimi, che l’avvicinò alla fotografia (senza mai trascurare il fascino del cinema). Proprio l’appuntamento mancato con la sua vocazione, la costringerà a inventare un linguaggio che mediasse tra queste due arti sorelle, tra l’immagine fissa e l’illusione dell’immagine in movimento. Come racconta la curatrice in catalogo (edito da Pallavicini) «lavorò per un periodo come fattorina alla Metro-Goldwyn-Mayer, spostandosi rapidamente da un reparto all’altro e trovando comunque il tempo di lasciar vagare lo sguardo e di apprendere molte cose che avrebbe poi costantemente messo in pratica nelle sue immagini fotografiche. All’inizio degli anni Quaranta studiava contemporaneamente fotogiornalismo al Los Angeles City College e intraprese una carriera come fotografa di reportage per le principali riviste illustrate, tra cui LIFE, Look e Ladies’ Home Journal».

Tuttavia, ciò che rimase sempre implicito nella sua opera fu il fascino per il potere sperimentale del cinema. Fu proprio questa occasione mancata di seguire la sua vocazione a spingerla a lavorare ai margini di essa e a inventare un linguaggio al crocevia tra i due generi, un linguaggio situato in una zona intermedia tra l’immagine in movimento e l’immagine fissa, dando origine a una corrispondenza continua tra due temporalità parallele. Questi fili segreti interferiscono costantemente tra loro, si introducono l’uno nell’altro, si confondono, si aprono o si ripiegano reciprocamente. Come avvenne in Road Movie del 1939, quando attraversò in bicicletta gli Stati Uniti da Los Angeles a New York, in tale occasione tenne un diario che diventò una sequenza cinematografica, un reportage dove raccontava il viaggio – la cui linearità temporale si svolge in ordine cronologico ispirandosi ai taccuini e agli album in cui la madre documentava le riprese dei suoi film e utilizzando lo stesso tipo di didascalie scritte a mano – l’artista inseriva l’immagine fotografica in una narrazione che riprendeva lo schema della progressione cinematografica.

L’influenza della settima arte è altrettanto evidente nella serie Dall’alto, nella quale Orkin osservava e catturava la vita quotidiana dalla finestra, trasformando la strada in un palcoscenico spontaneo. I soggetti, inconsapevoli del proprio ruolo, diventarono protagonisti di un racconto scandito da alternanze di movimento e immobilità, conferendo allo stesso una fluidità magnetica. Ancora la Curatrice «Se analizziamo l’opera di Orkin, il fantasma del cinema appare fin dall’inizio delle sue prime immagini in molteplici forme. Si insinua nelle minuscole fessure dell’inquadratura per creare una doppia profondità nell’immagine, in cui il flusso del movimento comincia a prendere ritmo. Una scintilla, un’impronta che racchiude un “effetto filmico o di durata”, una durata simulata simile a uno dei trucchi invisibili del cinema: non è forse il cinema, in fondo, l’arte del movimento prodotto dall’immobilità? Ruth Orkin non mancò mai di combinare le qualità temporali dell’immagine fotografica per simulare il cinema. Sequenze, scomposizione del movimento, duplicazione, simultaneità: il suo linguaggio visivo si colloca al punto d’incontro tra fotografia e cinema, al crocevia tra immobilità e movimento. La fotografia di Orkin è un crogiolo, uno spazio che restituisce tempo e movimento, spingendo il linguaggio fotografico oltre i suoi limiti fino a cedere al potere dell’illusione e della magia».

Completa la rassegna una selezione di ritratti di personalità celebri come Albert Einstein, Marlon Brando, Robert Capa, Alfred Hitchcock, Orson Welles, che mostrano in modo emblematico la sua capacità di narrare persone e ambienti con grande immediatezza ed efficacia espressiva.