
Fresco vincitore del César alla miglior opera prima, Nino di Pauline Loqués è un’opera che resta dentro a lungo dopo la visione, fatta di situazioni già viste altrove – come il taglio narrativo circoscritto a un breve lasso di tempo o il ‘pedinamento’ di un unico personaggio – strutturate però in modo originale, a ottenere atmosfere inedite, rarefatte e di una leggerezza quasi spirituale.
Venerdì, un giorno come un altro nella vita di Nino – giovane scapolo parigino di ventinove anni, che si reca in ospedale per ritirare i risultati di un controllo medico – che diventa determinante, quando il dottore che lo riceve gli parla con estrema chiarezza, al limite della brutalità, convinto sia stato già informato sulla serietà della situazione. In realtà il ragazzo non ha avuto colloqui preliminari e si trova spiazzato davanti alla diagnosi: una massa tumorale alla gola di una certa importanza, probabile degenerazione di un papillomavirus contratto mesi, o forse anche anni, prima per via sessuale, che lo ha fatto subito inserire in un protocollo chemioterapico da iniziare con urgenza il lunedì successivo. Due giorni nella vita di Nino, il fine settimana che separa la fine di una tranquilla inconsapevolezza dall’inizio di cure che spaventano, per un’aggressività spesso inutilmente invasiva, ancora unica proposta terapeutica della medicina occidentale. Due giorni in cui, una serie di eventi contrari impediscono al giovane di fare ritorno nel suo appartamento, vagando per le strade di Parigi tra incontri fortuiti e nuove epifanie interiori.

Nonostante ciò che può apparire da questa breve sinossi, Nino non è un film sulla malattia, che qui, al pari delle avversità che costringono il protagonista a vagare fuori dal conforto della sua casa, è solo un dispositivo narrativo per creare quello stato d’animo particolare che induce il giovane a mettere in discussione ogni aspetto della sua esistenza, costringendolo a una drastica riflessione su ciò che è davvero importante, non solo per quanto riguarda le proprie azioni, ma anche e soprattutto per le relazioni coltivate.

Il canadese Théodore Pellerin, premiato con il César alla promessa maschile dell’anno, incarna in modo straordinario la fragilità di Nino, il suo sentirsi in balia del vento, per lo più incapace anche di condividere quel peso che gli grava sul cuore. Una difficoltà anche metaforica, legata alla natura della malattia localizzata in gola, nel centro della parola, che pone in primo piano ed esalta una comunicazione fisica, espressa attraverso il corpo, fatta di desideri tattili privi però di qualsiasi connotazione sessuale.

Il cinema contemporaneo, a ogni latitudine, è ormai stracolmo di film in cui la macchina da presa segue costantemente un personaggio nei suoi spostamenti, al punto di essere diventata una forma spesso repulsiva al limite del cliché, ma Pauline Loqués ha saputo creare un suo stile che, pur cercando la vicinanza – anche emotiva – col personaggio, trova la giusta distanza accompagnandolo comunque in ogni passaggio di questo frammento esistenziale: un tempo d’attesa che è comunque vita, vissuta fino in fondo e capace di aprirsi alle possibilità incarnate dall’amica Zoé.

Seppur nato da una personale esperienza dolorosa della cineasta, che firma la sceneggiatura in collaborazione con Maud Ameline, Nino di Pauline Loqués è un’opera delicata che si apre alla speranza, la patologia ‘assegnata’ al personaggio ha un alto tasso di sopravvivenza, perché il film è il racconto di un persorso che si apre a un’intima trasformazione personale.