
Presentato in concorso al 78° Locarno Film Festival, dove ha vinto il premio della Giuria Ecumenica, Noi due sconosciuti della cineasta norvegese Janicke Askevold è una riflessione libera e non convenzionale su orizzonti assenti alla nostra latitudine, ma non per questo meno interessante.
Edith è una giornalista che, dopo la fine di una lunga relazione, si è trovata spinta a ricorrere alla banca del seme per esaudire il suo desiderio di maternità e dare vita al piccolo Sigurd. L’attuale legge norvegese consente l’accesso all’inseminazione artificiale alle donne – pratica illegale in Italia – anche in assenza di un compagno o di un marito. Tutto quello che Edith ha del donatore anonimo è il suo pseudonimo – Innus – e una registrazione audio con la presentazione che ha fatto di sé stesso, spinto dal personale sanitario, al momento del suo inserimento in ‘catalogo’. Un giorno Trine, amica madre di Amanda, una bimba nata dallo stesso donatore, rivela a Edith l’identità del padre biologico dei loro figli che è riuscita a scoprire; il pensiero di incontrarlo, conoscerlo per scoprire che tipo di persona sia, cresce nei vuoti delle solitudini di Edith fino a diventare quasi ossessione. Indagando in rete trova il modo di contattare Niels Krohn, questo il vero nome del donatore, e con il pretesto di volerlo intervistare per la rivista su cui scrive prende accordi per un incontro. Un sentiero pericoloso si apre davanti a lei, un campo minato di emozioni contrastanti in cui la paura amplifica una catena inarrestabile di menzogne sempre più difficili da gestire, mentre sembra crearsi un’intesa tra loro.
La storia vera di un’amica della regista – autrice della sceneggiatura con Jørgen Færøy Flasnes e Mads Stegger – che dopo aver identificato il padre biologico di suo figlio l’ha incontrato e ha avuto una breve relazione con lui, ha fatto da germoglio per un’opera che vuole indagare quello spazio intimo complesso, in bilico precario tra etica e desiderio, che si crea fra due sconosciuti, accomunati inconsapevolmente dall’aver dato origine a una nuova vita.

Noi due sconosciuti ha il pregio della sincerità, creando il ritratto di una madre insicura nel suo timore di non essere abbastanza – da sola – per suo figlio, senza alcun tentativo di imporre una morale ‘istituzionale’ da cui forse i paesi nordici sono immuni, il film racconta personaggi che, per quanto tentino di sottrarsi ai canoni sociali consolidati, non possono fare a meno d’inseguire la tenerezza. In questo senso ottime sono le prove di Lisa Loven Kongsli (Edith) e soprattutto Herbert Nordrum (Niels) nel mettere in scena le proprie fragilità.

Nel panorama contemporaneo che demonizza, prima ancora di demolire, l’istituzione della famiglia – ultimo ambito della società estraneo alla logica liberista del profitto – la battuta finale che chiude il film rivela un approccio a favore di un iter legale presentato come avanguardia di civiltà, ma prima di decidere se una donna sola può essere una buona madre – la realtà dà ampie dimostrazioni di ciò – si dovrebbe forse riflettere sulla liceità di un’azione che non può essere messa in atto solo perché tecnicamente oggi è possibile. Sempre più spesso si pretende che i desideri diventino diritti.

Piccola curiosità, il titolo originale del film di Janicke Askevold Noi due sconosciuti è una parola di chiara origine italiana: Solomamma. Sarebbe un bel modo di andare in controtendenza al dilagare di termini anglosassoni e adottarlo anche da noi, come in Norvegia, per definire una madre senza una figura paterna a fianco.