Il secondo appuntamento operistico al Festival del Maggio Musicale Fiorentino 2026 (domani ultima delle cinque recite previste), vede in scena una parabola sull’amore e sul potere, Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi, eseguito l’ultima volta in forma di concerto nel 2020 in Cavea, il titolo mancava dalla programmazione del Maggio con un vero allestimento scenico dal 1995.

Opera tra le più affascinanti del catalogo, fu originariamente concepita per il Teatro San Carlo di Napoli; la prima idea fu il Re Lear di Shakespeare, ma, la mancanza di tempo costrinse Verdi a ripiegare su un libretto di Scribe, Gustave III ou Le bal masqué, già musicato da Auber e da Mercadante. La storia si ispirava a un fatto storico accaduto nel 1792: l’omicidio di re Gustavo III di Svezia per mano di un suo cortigiano durante un ballo. L’argomento era indubbiamente scomodo, l’uccisione in scena di un monarca non poteva lasciare indifferenti i censori napoletani che, di fatto, intervennero imponendo numerosi tagli e modifiche. Tenendo troppo ai tratti settecenteschi e allo stile brillante di ascendenza francese della sua nuova opera per poter accettare, tra le tante richieste, di spostare l’azione nel dodicesimo secolo dove sarebbe stato impossibile «trovare un principotto, un duca, un diavolo, sia pure del Nord, che avesse visto un po’ di mondo e sentito l’odore della corte di Luigi XIV», il debutto napoletano naufragò per poi andare in scena al Teatro Apollo di Roma il 17 febbraio 1859.

La regia è firmata da Valentina Carrasco che, parlando di questa nuova produzione, si è soffermata proprio sull’attualità dei temi trattati sottolineando gli aspetti principali e la sua scelta di ambientarla in un momento particolarissimo della storia statunitense, ossia nei movimentati e turbolenti primi anni Sessanta del secondo dopoguerra, periodo segnato dell’amministrazione di J.F. Kennedy e da grandi e profondi contrasti sociali e politici. La regista ha spiegato: «La struttura originale di questo grande capolavoro ha come cuore narrativo la storia di un grande leader, molto carismatico e popolare che però, all’interno della sua ‘cerchia’, aveva dei nemici: questo mi ha fatto pensare a un episodio molto noto della storia recente, ossia l’assassinio di John Kennedy. Dal momento che la versione scelta è quella più consueta, in cui l’azione del libretto viene spostata nelle colonie del Nord America e il re di Svezia viene trasformato, originariamente per ragioni di opportunità e censura, nel governatore britannico Riccardo, ho trovato interessante tracciare un parallelo con John Fitzgerald Kennedy, personalità tra le più popolari del secondo Novecento. In particolare mi sono sembrati rilevanti alcuni aspetti della sua vita privata e politica, oltre che naturalmente la morte per mano di un assassino: esito di un complotto dai tratti ancora – in parte – oscuri. Anche Riccardo, il conte di Warwick, ci si presenta da subito con i suoi conclamati pregi, ma anche con evidenti difetti e una serie di atteggiamenti discutibili: lui stesso è conscio di star tradendo la fiducia di un amico e sodale politico per ragioni sentimentali».

Le scene sono di Andrea Belli, i costumi di Silvia Aymonino, le luci di Marco Filibeck e i video sono curati da Massimo Volpini mentre, alla guida dell’Orchestra e del Coro del Maggio Musicale Fiorentino, il maestro Emmanuel Tjeknavorian, al suo debutto sul podio del Maggio e alla sua prima direzione assoluta di un titolo lirico, ha messo in evidenza gli aspetti musicali e interpretativi più importanti dell’opera spiegando come in essa vi si trovino grandi ‘contrasti’ musicali e un’intensa energia musicale e narrativa. Il Maestro, scrive «Ci sono opere che si rivelano lentamente, e altre che sembrano parlarci con immediatezza sin dal primo istante. “Un ballo in maschera” è entrambe le cose, almeno per me. A un primo sguardo può apparire quasi leggera, come priva di gravità. Ma più la si studia, la si ascolta, la si vive, più emerge ciò che si nasconde sotto la superficie, qualcosa di più complesso e diverso. È proprio questa duplicità a colpirmi. Da un lato eleganza, brillantezza, una naturale fluidità del discorso musicale; dall’altro una fragilità costante, la percezione che tutto possa incrinarsi da un momento all’altro. Nulla è davvero stabile. Ed è forse qui che l’opera trova il suo vero equilibrio. Tutti i personaggi abitano questa tensione. Riccardo si muove con un’apparente libertà, vitale ma inconsapevole delle sue conseguenze. Amelia custodisce un sentimento che non riesce mai a esprimere fino in fondo. Renato attraversa un momento in cui ciò che sembrava solido perde progressivamente consistenza.

Persino Oscar, nella sua leggerezza, appartiene a questo stesso universo: una leggerezza che non esclude, ma anzi rivela la complessità. Ciò che mi commuove profondamente è che Verdi non giudica i suoi personaggi. Non si pone al di sopra di loro, ma resta accanto a ciascuno. Forse è questo che dovremmo fare anche noi: non spiegare troppo, ma ascoltare. Musicalmente, significa accettare che l’opera non segue mai una sola direzione. I contrasti rimangono vivi. La luce non dissolve l’oscurità, ma la rende visibile. E spesso è proprio dalla leggerezza che affiora qualcosa di più profondo. Come direttore, cerco di accostarmi a questa musica come se tutto accadesse nell’istante, pur avvertendo la direzione verso cui tende. Trovo particolarmente toccante il modo in cui i personaggi coesistono: nessuno è mai davvero solo. Anche nei momenti più intimi, si avverte sempre un’altra presenza, talvolta esplicita, talvolta appena percepibile. Tutto è connesso, anche quando non è evidente. E poi c’è il finale. Non offre una vera risoluzione. Assomiglia più a un momento di chiarezza che arriva forse troppo tardi, eppure inevitabilmente al momento giusto. Vi si avverte qualcosa di simile al perdono, che però non cancella nulla. Forse è per questo che quest’opera ci è così vicina. Non spiega, non chiude, non semplifica. Lascia aperto. E ci invita a restare nell’incertezza, nella vulnerabilità, in tutto ciò che non può essere risolto. Ed è forse proprio lì che risiede la sua verità».

Riteniamo doveroso segnalare che sabato 16 maggio, il M° Emmanuel Tjeknavorian, ha debuttato nella stagione sinfonica  del MMF – sostituendo il mestro M. W. Chung – in una sala Zubin Mehta sold out. Oltre alla prevista esecuzione della Sinfonia n. 5 in do diesis minore di Gustav Mahler, il giovane direttore austriaco ha aggiunto la Sinfonia in si bemolle maggiore Hob. I:68 di Franz Joseph Haydn, fin ora mai eseguita nelle stagioni del Maggio. Il successo è stato straordinario e, anche il giorno dopo, presenti alla terza recita dell’opera, in teatro si parlava del concerto. Già all’entrata, Tjeknavorian è stato accolto con grandissimi applausi che sono continuati anche al rientro dopo l’unico intervallo. Distintosi fin dal preludio, colore, bei suoni e un’Orchestra compatta che lo ha seguito, ha dimostrato di conoscere molto bene la partitura esaltando le tinte verdiane. Anche il Coro – diretto dal maestro Lorenzo  Fratini – ha fornito una performance di livello.

Il cast dei cantanti solisti annovera nella parte di Riccardo il tenore Antonio Poli: bella voce e dotato di un ottimo fraseggio, si impone nell’aria del terzo atto “Ma se m’e forza perderti” dove raggiunge altissimi risultati. 
Torna a Firenze (dopo Tosca dello scorso inverno) il soprano Chiara Isotton al debutto nel ruolo di Amelia con voce corposa di soprano lirico spinto e un bel registro centrale.

Il ruolo dell’indovina Ulrica cantato dal mezzosoprano Ksenia Dudnikova disegna il personaggio a tutto tondo, anche se in versione maschile per scelta registica: la sua voce è bella, generosa e a tinte scure.
Renato del baritono Bogdan Baciu, molto convincente, canto solido e ottima presenza scenica. Molto bene Oscar del soprano Lavinia Bini come anche tutti gli altri.

Alla prima ci sono stati dissensi per questa trasposizione di Valentina Carrasco – Riccardo trasformato nel presidente statunitense, Ulrica in Martin Luther King, il paggio Oscar che diventa una segretaria del presidente e, alla fine, Riccardo non ucciso da Renato, ma dall’attentatore di JFK che sbuca dalla platea e, dopo lo sparo, viene fermato dalla polizia – alla terza, applausi per tutti, soprattutto per Emmanuel Tjeknavorian. Il nostro personalissimo pensiero è che, solo la direzione, valeva il biglietto auguandoci di riascoltarlo prestissimo a Firenze. 

Dettagli

Giuseppe Verdi
Un ballo in maschera
melodramma in tre atti su libretto di Antonio Somma, dal libretto di Eugène Scribe per l’opera di Daniel Auber “Gustave III, ou Le bal masqué”.

Maestro concertatore e direttore Emmanuel Tjeknavorian

Regia Valentina Carrasco

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Personaggi e interpreti

  • Riccardo Antonio Poli/Max Jota (22)
  • Renato Bogdan Baciu/Hae Kang (15, 22)
  • Amelia Chiara Isotton/Alessia Panza (22)
  • Ulrica Ksenia Dudnikova
  • Oscar Lavinia Bini
  • Silvano Janusz Nosek
  • Samuel Mattia Denti
  • Tom Adriano Gramigni
  • Un giudice Francesco Congiu
  • Un servo di Amelia Roberto Miani

Maestro del Coro Lorenzo Fratini

Scene Andrea Belli
Costumi Silvia Aymonino
Luci Marco Filibeck
Video Max Volpini

Didascalie immagini

(courtesy Ufficio stampa Teatro del Maggio Musicale Fiorentino)

nel testo
alcuni scatti durante l’opera
foto © 2026 Michele Monasta

in copertina un particolare dell’immagine guida
Manifesto © Gianluigi Toccafondo

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: Teatro del Maggio Musicale Fiorentino - Piazzale Vittorio Gui, 1 - Firenze
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Fino al: 24 Maggio, 2026